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Presentazione Libro a Londra

 

Presentazione del libro del dott. Antonio Bitetti al pubblico londinese nella cornice di Hub Dot:

Stuttering an Integrated Approach.

 

Hub Dot

Anthropologie Store

Kings Road – Chelsea – London

Ho ancora nitido nella mia mente, il ricordo più doloroso di tutta la mia storia di balbuziente. Quando, davanti a tutta la classe, sono stato deriso per la mia balbuzie. Quel giorno ero molto più agitato di altre volte, non avrei voluto essere interrogato davanti a miei compagni di classe, ma non fu così. Il nostro insegnante volle interrogarmi e mi tocco affrontare una prova che quel giorno mi terrorizzava più del solito. Ricordo che balbettai tantissimo. I compagni cominciarono a ridere di me e la cosa più brutta, fu quando mi accorsi che rideva anche il nostro maestro, che era accanto a me, vicino alla cattedra. Volevo sprofondare per l’umiliazione e per la vergogna.

Tante volte ho sofferto per il mio problema, però non mi sono mai arreso, ho avuto la lungimiranza di guardare oltre le mie amarezze e le mie difficoltà, ho sempre pensato a quello che sarei diventato. Sono diventato uno psicologo-psicoterapeuta e mi occupo proprio di terapia della balbuzie. Ho superato completamente il mio problema, dopo aver fatto un percorso di gruppo analisi, durato cinque anni. Questa esperienza mi ha fatto comprendere che i problemi psicologici esistono dentro di noi, sotto forma di idee e convinzioni errate, dettate dalla necessità di rimanere ancorati ad un passato che ormai non esiste più. Solo per la paura di staccarsi da situazioni e relazioni intrafamiliari ormai improduttive e regressive.

Ho capito tante cose di me stesso e le ho viste confermate in anni e anni di lavoro terapeutico sui miei pazienti. Ho compreso bene delle resistenze che sono presenti in ognuno di noi e delle sforzo che ciascuno dovrebbe fare per emanciparsi dalla paura e delle difficoltà. Queste dinamiche interne al problema ho organizzate in un modello interpretativo e metodologico che ho definito:  “ Approccio Integrato” e le ho espresse nei miei libri, tradotti in inglese e tedesco.

Le mie riflessioni sulla balbuzie partono dal presupposto che il balbuziente pensa male di sé, non perché non abbia qualità, ma perché non sa canalizzare adeguatamente le sue energie interne, perché ha imparato da piccolo a trattenere le sue risorse emozionali. Poi tende a proiettare sugli altri lo stesso giudizio negativo e quindi, teme costantemente di essere giudicato male dagli altri. Infine, adotta una strategia improduttiva che io definisco: “controllo della fonazione”. Il balbuziente, a differenza degli altri, quando si relaziona, tende a frenare la propria energia e quindi trattiene quella forza necessaria per relazionarsi bene con gli altri.

E’ necessario sapere che il balbuziente quando è da solo, nel chiuso della sua stanza, non balbetta mai. Invece, quando parla in pubblico è fortemente condizionato, proprio perché vive costantemente il timore di essere giudicato male. Questo, perché pensa male di sé e il tutto parte da questo fattore. Per parlare bene è necessario pensare bene di sé. E’ necessario conoscere la propria forza interiore, ed indirizzarla con la giusta consapevolezza di essere una persona forte e decisa. Il nostro linguaggio è sostenuto da una certa dose di energia, così come tutto il nostro comportamento. Sapere indirizzare adeguatamente la propria energia caratteriale è alla base del nostro successo relazionale.

Dal 1997, le mie ricerche in questo campo hanno permesso di aprire uno scenario nuovo nella cura della balbuzie e adesso, posso affermare con una buona dose di certezze, che spostando adeguatamente il controllo dalla bocca e liberando il controllo su di sé, si liberano quelle energie adatte per confrontarsi liberamente e senza blocchi, a tutto vantaggio di una percezione forte di se e senza esitazioni.

 

ISTITUTO EUROPEO BALBUZIE - la balbuzie negli adulti dott. Bitetti - cura per la balbuzie - definizione di balbuzie

I still remember it as if it were yesterday. Standing in front of the class….. My hands sweating……. My heart racing. The Teacher called me to the blackboard to test my spelling. I wanted the floor to open up and suck me in. ….my mouth.. frozen… I couldn’t push any words out. The class started to  laugh…louder and louder…to make it worse… the teacher joined in. I sank into humiliation and shame. That is the most painful memory of my stammering history.

 

I grew up feeling socially isolated but that did not stop me from having ambition, getting a degree and becoming a psychologist with one passion and commitment – understand the nature of stammering. So, I have developed my own method, written books this is my English version and I have …and will continue to dedicate my whole life to helping teenagers  getting rid of this paralysing condition. Every human being deserves to have a voice and for that voice to be heard.

Stammering is the result of an incorrect idea and belief that we create in our head  dictated by our need to remain anchored in a past that no longer exists. When the stutterer is alone he does not stammer. But as soon as he is surrounded by others, he tends to project the same negative judgment he has of himself onto others.  He is constantly afraid of being misjudged, he is afraid of facing life, he doesn’t feel strong enough and so he adopts an unproductive strategy: “phonation control”. He thinks badly about himself, because he does not know how to channel his internal energies properly, because he has learned to hold back his emotional resources as a child.

The key to speak well is to think well about yourself. To think well of ourselves we need to stop controlling our emotions and start expressing them without fear.

Parents ask me all the time ‘Antonio…..what is the secret for teenagers to grow into confident adults?’ – and I’ll give you my answer ….straight from the heart. We need to stop pretending that life is always perfect and happy and stop filtering and shielding them. Talk to your kids talk talk talk …… about your successes, your defeats and your fears and your struggles – don’t give the illusion that life is always positive. When they see that you – their role model – have experienced the full spectrum of emotions – that you are real

only then they will reach their full potential. Thank you!!.

 

LA BALBUZIE IN ETA’ PRESCOLARE

LA BALBUZIE IN ETA’ PRESCOLARE – UN MODELLO DI TERAPIA

 

 

LA BALBUZIE INFANTILE – TERAPIA ED INNOVAZIONE

Di solito, quando una famiglia con un figlio affetto da balbuzie primaria si rivolge alle strutture pubbliche, si sente rispondere che è necessario attendere l’età scolare per poter intervenire. Difatti, fino a poco tempo fa bisognava attendere il raggiungimento dei 6 anni per poter essere preso in carico dai professionisti della voce per ricevere le prime cure.  Fino a quel periodo, le famiglie e i loro figli dovevano pazientare e soffrire in silenzio.ISTITUTO EUROPEO BALBUZIE - la balbuzie negli adulti dott. Bitetti - cura per la balbuzie - definizione di balbuzie

Da alcuni anni non è più così. Attraverso le ricerche d’avanguardia condotte dal dott. Antonio Bitetti, psicologo-psicoterapeuta, ricercatore nel campo della balbuzie e della psicologia della comunicazione, anche i bambini piccoli, o molto piccoli, possono superare serenamente il loro disagio usufruendo delle cure specifiche da lui introdotte per primo in Italia e in Europa.

L’Approccio Integrato, finalizzato alla cura della cosiddetta balbuzie primaria, fase iniziale di balbuzie, affronta completamente il problema, sul nascere. Tale approccio, previene il fenomeno della cronicizzazione del disturbo, evitando inutili e sterili sofferenze, sia nel bambino che vive direttamente il disagio e sia nella famiglia, spettatrice passiva della situazione.

Gli studi condotti dal dott. Bitetti rappresentano una novità assoluta nel panorama  attuale delle ricerche sulla balbuzie infantile e saranno esposte al prossimo Congresso della American Psychological Association, di cui egli fa parte da alcuni anni. Questa terapia è rivolta espressamente ai genitori e non al bambino disfluente, il quale riceve il beneficio dell’approccio terapeutico, direttamente da loro, guidati nel cammino terapeutico dal dott. Bitetti. I risultati fino a questo momento sono a dir poco eccezionali e tutti i casi trattati rimarcano il valore di questo tipo di intervento.

Adesso, anche i bambini di 3-4 e 5 anni affetti da balbuzie primaria, o balbuzie infantile come altri la definiscono, possono essere curati senza nessuna controindicazione e anche le famiglie possono così ritrovare la loro serenità. Come si dice spesso in questi casi: “ E’ meglio prevenire che curare” e in effetti, affrontare precocemente tale disturbo evita ripercussioni negative, sia nel bambino e sia nei genitori.

COME CURARE UN ADULTO BALBUZIENTE

COME CURARE UN ADULTO BALBUZIENTE

 

 ISTITUTO EUROPEO BALBUZIE - la balbuzie negli adulti dott. Bitetti - cura per la balbuzie - definizione di balbuzie

LA BALBUZIE NEGLI ADULTI

Come molti balbuzienti adulti sanno, da troppo tempo si tenta di curare la balbuzie con tecniche rieducative che andrebbero nel migliore dei casi ad armonizzare l’utilizzo della bocca, nel tentativo di curare il disturbo. A volte, accompagnandosi anche con esercizi di respirazione, o con tecniche di rilassamento. Questo tipo di atteggiamento curativo, fa capire chiaramente che in questo campo si brancola nel buio, offrendo delle strategie generiche, nella “ pia illusione” di curare la balbuzie che attanaglia l’adulto.

Nel nostro paese, dove non esistono regole certe su chi può o, non può operare in campo sanitario, molti operatori sono addirittura sprovvisti di una laurea specifica o, addirittura senza nessun titolo di studio universitario. Eppure, tentano di curare con le più disparate tecniche, illudendo i pazienti su un percorso facile e di indubbia efficacia. Solo guardando su internet ci si rende conto di questo fenomeno e di quanti centri vengono fortemente pubblicizzati nella cura della balbuzie. Se si va a guardare con attenzione e leggendo con cura nei loro curriculum, non esiste nessun elemento formativo al riguardo, eppure tanti balbuzienti si affidano senza nessun tipo di riflessione.

L’adulto balbuziente che vuole curare veramente il proprio problema deve necessariamente fare delle considerazioni che esulano dal semplice utilizzo del linguaggio. La parola è sostenuta da emozioni, ed anche la relazione stessa è sostenuta da emozioni. Il problema vero di chi balbetta è la sua difficoltà a gestire adeguatamente le proprie emozioni nel momento topico della relazione sociale.

Ecco perché il balbuziente non balbetta mai quando si trova da solo, nel chiuso della propria stanza, o in ambienti dove non è condizionato da altre persone. E’ il tono emozionale che condiziona chi balbetta, soprattutto nel soggetto adulto che da troppo tempo vive e sperimenta giornalmente questa situazione. La via più facile sarebbe una tecnica, o un rimedio, ma la realtà dei fatti invece ci dice il contrario. Non è possibile curare la balbuzie con delle semplici tecniche rieducative, dato il significato profondo di questo disturbo.

La profondità è data dalla storia personale del balbuziente. L’aver convissuto per molti anni con questo tipo di condotta ha creato un solco profondo nel modo di ragionare e di relazionarsi del balbuziente. Non potrà mai esercitare un effetto terapeutico un rimedio tecnico, che sia la rieducazione, la fonetica, la respirazione o altri artifici vari.

La spiegazione la offre il dott. Antonio Bitetti attraverso i suoi libri sulla balbuzie, i suoi articoli scientifici e con il suo “ Approccio Integrato”. Egli offre un’interpretazione più ampia del problema. Tale modello di intervento mira a riequilibrare quelle che sono le basi emozionali del balbuziente, andando a mitigare le distorsioni cognitive, ed emotive che sono alla base delle sue ansie profonde. Modelli errati appresi nell’infanzia e portati avanti per anni creano nella mente del balbuziente una barriera difensiva nei rapporti interpersonali, diventando disfunzionali e inadatti ad una sana dinamica sociale e relazionale.

Psicologo certificato per la balbuzie

L’Approccio Integrato è avanti ad altri modelli di intervento, sia sul piano interpretativo e sia nella cura della balbuzie, poiché va ad affrontare tutti gli aspetti della personalità del balbuziente adulto. Egli ha la necessità di capire adeguatamente tutte le insidie che di solito vanno a sabotare il suo desiderio di parlare bene in ogni situazione della vita sociale. Il balbuziente è tiranneggiato da una componente negativa che va a neutralizzare i buoni propositi della parte sana della sua personalità.

Il modello terapeutico del dott. Bitetti, da oltre vent’anni rappresenta una svolta importante nella cura dell’adulto balbuziente, perché si propone il compito risolutivo di affrontare tutti gli aspetti che intervengono nel complesso dinamismo della balbuzie nell’adulto.

INTERVENTO PRECOCE NEL BAMBINO CHE BALBETTA

INTERVENTO PRECOCE NEL BAMBINO CHE BALBETTA

 

 

BAMBINO BALBUZIENTE A SCUOLA

La scuola rappresenta il contesto più importante dove il bambino inizia a relazionarsi, dove impara a competere con gli altri bambini  e ad interagire in maniera idonea per raggiungere obiettivi ben precisi e dove, la valutazione in rapporto alla prestazione, fa la sua prima comparsa. Il bambino a scuola deve necessariamente misurarsi con il giudizio, non solo dell’insegnate, ma della classe intera. In tal senso per sentirsi integrato nella dinamica scolastica, è necessario che il bambino abbia una buona percezione di sé e di conseguenza, una buona autostima.

L’autostima è data dalla capacità di saper riconoscere le proprie potenzialità, le propri qualità, e dalla capacità di canalizzarle in maniera adeguata nel contesto della relazione interpersonale. La comunicazione umana rappresenta il veicolo principale per indirizzare nel miglior modo possibile le proprie potenzialità. Attraverso il linguaggio gli essere umani veicolano idee, progetti, stati d’animo e tutte queste capacità, le quali, unite alla comunicazione non-verbale, creano i presupposti per una sana e proficua relazione sociale.

La balbuzie, come sintomo di una condizione di fondo a bassa autostima, va a compromettere la vita sociale del bambino, all’interno della vita scolastica. Il contesto dove dovrebbe vivere serenamente la dinamica sociale e competitiva, diventa un contesto di ansia e di giudizio negativo. Come sostiene il dott. Antonio Bitetti nelle sue ricerche sul fenomeno balbuzie, il balbuziente pensa male di sé e tende a proiettare sugli altri lo stesso metro di giudizio che rivolge verso se stesso. In questo dinamismo improntato alla negatività si crea un circolo vizioso che imprigiona il bambino balbuziente e lo può limitare nella sana dinamica di gruppo.

Mentre la cultura dominante su questo disturbo si concentra massicciamente sulla disfluenza, utilizzando metodi correttivi di tipo foniatrico, nessuno si occupa, o si occupa molto meno, delle problematiche che il bambino vive nella sua interiorità. Molti pensano che sia la balbuzie a compromettere il livello emozionale del bambino, ed invece sono le paure non risolte la vera causa della sua balbuzie.

E’ importante diffondere queste informazioni, soprattutto nella scuola, ambito primario di crescita sociale e culturale del bambino. E’ necessario superare lo stereotipo del bambino balbuziente in difficoltà sul piano delle relazioni all’interno del gruppo, andando ad esplorare quelle dinamiche emotive, ed affettive che trattengono non solo la parola ma, soprattutto, l’emozione necessaria per esprimere la propria forza caratteriale.

Da diverso tempo, il dott. Bitetti ha iniziato a descrivere in maniera dettagliata le sue ricerche in diverse scuole del territorio nazionale, parlando ai genitori e agli insegnanti, che sempre di più vogliono conoscere come si manifesta la balbuzie e perché. Uno degli ultimi incontri-seminario è stato tenuto a Cagliari, nell’Istituto Comprensivo di Via Stoccolma,1   –    caic86800v@istruzione.it

LA BALBUZIE E’ EREDITARIA?

Molte mamme si chiedono e ci chiedono se la balbuzie è ereditaria. Giusta domanda e giusta riflessione. Spesso in terapia si evince che ad essere affetti da balbuzie non è solo il bambino, o l’adolescente in cura, ma ha sofferto di balbuzie anche un genitore, più spesso il papà e a volte, anche un nonno.

A questo punto è necessario chiedersi in che cosa consiste un problema di tipo genetico, quale caratteristiche dovrebbe avere. Certamente il termine stesso ci aiuta a comprendere che un gene, sicuramente individuato, è responsabile del problema è viene trasmesso in maniera ereditaria.

Qual è la differenza tra malattie ereditarie, genetiche e congenite?

Che differenza passa tra malattie ereditariemalattie genetiche e malattie congenite? Spesso si sente parlare di malattie ereditarie e/o genetiche e/o di malattie congenite. I termini vengono spesso confusi o, peggio ancora, usati come sinonimi. Una malattia ereditaria è senz’altro genetica: può in effetti essere definita come una malattia causata da una mutazione genetica che è stata trasmessa dai genitori ai propri figli. Il termine congenita, invece, si riferisce semplicemente a una malattia che è presente fin dalla nascita. Tuttavia non è affatto detto che una patologia congenita sia anche genetica e se genetica, possa essere ereditaria o trasmissibile.

Difetti genetici non ereditati e non trasmissibili

Esistono in realtà anche casi intermedi, caratterizzati da difetti genetici che, per la loro genesi particolare, non è completamente appropriato classificare come ereditari. Esempio classico: la patologia cromosomica de novo. Le sindromi malformative di origine cromosomica sono dovute ad aberrazioni cromosomiche de novo, cioè non presenti nel genitore e dovute ad eventi pre o post-zigotici di riarrangiamento cromosomico. A meno che il difetto cromosomico non sia presente in una certa quota di spermatozoi o cellule uovo del genitore (mosaicismo germinale, cosa per altro impossibile da escludere con certezza), è improprio definire queste sindromi come ereditarie. Inoltre, poiché in molti casi queste sindromi impediscono all’individuo affetto di riprodursi, la patologia non è trasmissibile.

Da sempre si è cercato di dare una spiegazione riguardanti le cause della balbuzie

Sono state proposte diverse teorie riguardo alle cause della balbuzie: di tipo psicogenetico, neurologico, teorie che si concentrano sul linguaggio, la lateralità e la dominanza di un emisfero sull’altro, oppure teorie che si concentrano sul ruolo della ereditarietà. E’ anche possibile ipotizzare  una multifattorialità nella eziopatogenesi della balbuzie.

In un importante simposio internazionale sulla balbuzie, svoltosi a Roma nel 2000, a Palazzo Barberini, a cui ha partecipato anche il Dott. Antonio Bitetti, il celebre prof. Yairi, dell’Università di Chicago ( USA) sosteneva con una certa dose di sicurezza che la balbuzie potesse avere una solida base genetica, ed intravedeva la scoperta del gene o dei geni implicati in questa problematica. A distanza di molti anni, ne sono passati addirittura 18 di anni, nessun gene è stato scoperto come causa diretta o indiretta della balbuzie.

Tale ipotesi organicistica o genetica circa le cause della balbuzie, va comunque e sempre a naufragare contro la evidente fluidità di parola che il balbuziente manifesta nella quiete della propria stanza o in qualunque altro contesto dove non è soggetto allo sguardo ed al giudizio altrui. La cosa strana è che da diversi anni si susseguono notizie provenienti da fonti diverse e che parlano di identificazioni genetiche della balbuzie, annunciando imminenti terapie geniche, ma dopo un po’ di tempo tutto passa nel dimenticatoio e si aspetta la notizia successiva.

Un esempio recentissimo è questo articolo, tratto da fonte AGI:

(AGI) – Washington, – La balbuzie è genetica. Un gruppo di ricercatori del National Institutes of Health americano ha identificato tre mutazioni genetiche che influenzano il modo in cui il cervello elabora il discorso e che sono molto comuni nelle persone che balbettano. I risultati sono stati presentati in occasione del meeting dell’American Association for the Advancement of Science in corso a Washington. “E’ chiaro che questi difetti non sono la sola causa del disturbo”, ha precisato Dennis Drayson, scienziato che ha coordinato lo studio. “Una grande frazione del disturbo – ha continuato – non e’ probabilmente genetica per tutti, ma questi geni ci stanno fornendo un sacco di sorprese”. “A occhio e croce – ha detto Drayson – circa la meta’ delle balbuzie e’dovuta a quello che ereditiamo dalla famiglia”. Al momento gli scienziati americani hanno creato in laboratorio un topo geneticamente modificato che ha le mutazioni genetiche individuate. Ora i ricercatori sono convinti di poter trovare una cura per trattare la balbuzie genetica.

E’ evidente che lo studio sui topi è ben diverso dallo studio sull’uomo, anche perché i topi non hanno sviluppato il linguaggio, a differenza degli esseri umani che sono le uniche creature a possederlo, con la ben chiara implicazione relazionale che il linguaggio comporta. Sono informazioni ad orologeria, mai documentate seriamente e mai espresse dettagliatamente, attraverso l’identificazione del gene o dei geni che causano la balbuzie.

Si ha il sospetto che da diverse parti si voglia spostare l’interesse verso un settore di intervento su base medica, con quella cultura riabilitativa che di per sé è obsoleta, tentando maldestramente di mantenere fermo un dominio curativo, che ormai è ampiamente datato. Nella stragrande maggioranza dei balbuzienti invece, è certa la conoscenza di quella variabilità del problema in rapporto alla presenza di persone, soprattutto di estranei o ritenute importanti.

Cause genetiche della balbuzie o un problema psicologico?

Già nel 2006, il dott. Antonio Bitetti, con il suo libro “ La Balbuzie un problema relazionale, Armando Editore, Roma” spiegava il problema della balbuzie sul piano delle difficoltà che il balbuziente vive nei rapporti interpersonali e partiva da un ragionamento molto semplice. Sappiamo che il balbuziente da solo, nel chiuso della propria stanza e quindi non sottoposto a giudizio esterno, parla benissimo, non ha alcun sintomo riconducibile alla balbuzie.

La differenza principale tra un problema genetico e un problema psicologico-relazionale è che il primo problema ha una base strutturale, ed organica e non può essere influenzabile da stati d’animo o relazionali. Nel secondo problema, invece, si riscontra questa variabile. Il balbuziente sembra abbia due personalità: sereno e loquace quando è da solo, o con persone che ritiene amiche, invece diventa contratto e balbettante quando incontra i suoi simili. A voi le riflessioni.

Ma c’è di più. Sono proprio coloro che danno valore alla spiegazione genetica che rimarcano l’utilizzo delle cure rieducative, quali la logopedia o tecniche riabilitative della fonazione, della dizione, o della respirazione. Ma tutti sanno che un problema genetico non ha facilità di essere curato con tecniche riabilitative, caso mai possono avere un valore di supporto, ma non le potremmo definire terapie risolutive. A questo punto ci si dovrebbe rassegnare a convivere con la balbuzie, in attesa di una cura di tipo genetico, che risolva il problema direttamente sul gene responsabile di tale difficoltà.

Il dott. Bitetti ha superato la sua balbuzie con una esperienza formativa di gruppo-analisi, una terapia basata sulla comunicazione interpersonale e senza mai utilizzare tecniche rieducative, di nessun tipo. Tra gli addetti ai lavori, in Italia e in molte altre parti del mondo, è l’unico che può vantare tale esperienza e lo sanno tutti i colleghi.

La sua lunga esperienza con “ l’Approccio Integrato” confermano la sua tesi che le cause della balbuzie siano di tipo eminentemente psicologico e molto profonde, radicate nelle prime esperienze emozionali e bloccate sotto forma di controllo. Si manifestano esternamente sotto forma di balbuzie, ma hanno origine nel nucleo interno delle emozioni.

DESCRIZIONE DELLA BALBUZIE

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Cos’è la balbuzie?

 

Secondo il noto studioso spagnolo De Ajuriaguerra, la balbuzie è un disturbo di realizzazione della lingua parlata nell’ambito della relazione interpersonale. Secondo diverse statistiche, anche se non recentemente aggiornate, la balbuzie interessa circa il 2-3% della popolazione, con incidenza maggiore nel sesso maschile, interessando persone di ogni estrazione sociale e in ogni angolo del pianeta.

Il termine “balbuzie” (dal latino bàlbus) è associato alle ripetizioni involontarie di suoni, soprattutto nella balbuzie di tipo clonica, ma comprende anche esitazione o pause prima di parlare, tipici della forma tonica, e il prolungamento di certi suoni, spesso come stratagemma per mascherare il problema e migliorare la fluenza.

Questo disturbo copre un ampio spettro di gravità: può interessare persone con difficoltà appena percettibili, per cui il problema ha una valenza soprattutto di tipo estetico, così come soggetti con una sintomatologia estremamente grave, per cui il problema può effettivamente impedire la maggior parte della comunicazione verbale. Il rapporto di distribuzione del disturbo tra maschio e femmina è rispettivamente 4:1 e colpisce 70 milioni di persone in tutto il mondo.

La balbuzie è nota sin dall’antichità ed ha afflitto importanti personaggi in epoche storicamente diverse. Si narra che anche Mosè sia stato un balbuziente. E’ noto dalle Sacre Scritture che non era lui a parlare al suo popolo, ma il fratello Aronne. Nei passi biblici si parla di un suo ritardo di parola, ma è abbastanza facile credere che il suo ritardo nel parlare fosse da imputare ad un certo grado di difficoltà ad esprimersi, tipico di chi, pur sapendo cosa dire, non riesce a trovare la giusta sinergia tra pensiero e parola.

Ma il personaggio storico più importante che soffrì di balbuzie e che a differenza di altri illustri balbuzienti guarì dalla sua difficoltà, è certamente il famoso filosofo greco Demostene, che pur afflitto da tale difficoltà non si arrese di fronte alla sua difficoltà e la vinse, fino a diventare il più grande oratore della storia ellenica. Esempio importante per tanti balbuzienti, ma soprattutto per coloro che si spingono a credere che la balbuzie abbia delle implicazioni di tipo genetico e quindi irrisolvibile da una qualsiasi impostazione terapeutica.

 

Definizione  di balbuzie

 

Secondo una definizione dell’OMS( Organizzazione Mondiale della Sanità, 1977) la balbuzie viene definito un disordine del ritmo della parola nel quale il soggetto sa con precisione quello che vorrebbe dire, ma nello stesso tempo non è in grado di dirlo. Viene considerato come uno dei più diffusi disturbi del linguaggio. Consiste in un insieme di alterazioni del ritmo e della fluidità dell’espressione verbale e viene vissuto da chi ne è affetto con grande sofferenza e disagio, perché il rallentamento nel parlare non riguarda assolutamente il pensiero.

Un’altra definizione più utilizzata in campo diagnostico psicologico è quella che definisce tale disordine come disturbo multifattoriale della personalità con rilevanti componenti psicologica e ambientale.

Secondo quanto riportato dal DSM IV (la quarta revisione del Diagnostic and Statistical Manual of mental disorders, Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali) si può fare diagnosi di balbuzie quando ci si trova di fronte a:

  1. Un’anomalia del normale fluire e della cadenza dell’eloquio (che risultano inadeguati per l’età del soggetto) caratterizzata dal frequente manifestarsi di uno o più dei seguenti elementi:
    • ripetizione di suoni e sillabe;
    • prolungamento di suoni;
    • interiezioni;
    • interruzioni di parole (cioè pause all’interno di una parola);
    • blocchi udibili o silenti (cioè, pause del discorso colmate o non colmate);
    • circonlocuzioni (sostituzione di parole per evitare parole problematiche);
    • parole emesse con eccessiva tensione fisica;
    • ripetizione di intere parole monosillabiche.
  2. L’anomalia di scorrevolezza interferisce con i risultati scolastici o lavorativi, oppure con la comunicazione sociale.
  3. Se è presente un deficit motorio della parola o un deficit sensoriale, le difficoltà nell’eloquio vanno al di là di quelle di solito associate con questi problemi.

Il linguaggio del soggetto affetto da balbuzie è quindi spesso interrotto dalla ripetizione (che può essere continua o intermittente) di sillabe, suoni, vocaboli, frasi intere alternate a pause di silenzio durante le quali il soggetto è di fatto incapace di produrre un qualsiasi tipo di suono. Il linguaggio caratteristico del soggetto balbuziente viene definito, da un punto di vista medico, disfluenza verbale.

Esistono anche definizioni più prettamente foniatriche e logopediche della balbuzie infantile.

  • balbuzie tonica (caratterizzata da un arresto all’inizio della parola –fonema o sillaba iniziali- con prolungamenti del suono)
  • balbuzie clonica (caratterizzata da ripetizioni o del fonema iniziale o di tutta la parola)
  • balbuzie mista (sono presenti sia la forma tonica che la forma clonica con prolungamenti e ripetizioni)
  • balbuzie palilalica (caratterizzata da un ripetizione spasmodica di una sillaba che non ha attinenza con la frase che si intende pronunciare)

e quella in relazione alla localizzazione anatomica del blocco:

  • balbuzie labio-coreica (caratterizzata da movimenti involontari di lingua e labbra –corea, danza delle labbra- con conseguenti difficoltà nella produzione delle consonanti labiali p e b, delle consonanti labio-dentali f e v e delle consonanti dentali t e d)
  • balbuzie gutturo-tetanica (caratterizzata da rigidità dei muscoli della faringe e della laringe –spasmi- che rendono particolarmente difficoltosa la pronuncia delle consonanti gutturali c, g e k).

Balbuzie primaria e balbuzie secondaria.

 

La principale classificazione della balbuzie è comunque quella che suddivide tale disordine in balbuzie primaria e balbuzie secondaria.

assificazione prende in considerazione il momento d’insorgenza del disturbo e le caratteristiche del disturbo stesso. La balbuzie primaria (nota anche come balbuzie di rodaggio o pseudobalbuzie) è un disturbo piuttosto comune; si stima, infatti, che il problema interessi il 30% degli infanti, in particolar modo di sesso maschile; di norma la balbuzie primaria scompare spontaneamente senza che sia necessario ricorrere a logopedia o riabilitazione del linguaggio.

EMOZIONI E BALBUZIE

La balbuzie: un tumulto di emozioni.

Una cosa accomuna tutti gli esseri viventi: le emozioni. Che ne siano consapevoli o meno, vivono in ogni istante un flusso emotivo straordinario: gioia, tristezza, paura, ansia, angoscia, euforia, ecc. Noi possiamo di solito controllare la manifestazione delle emozioni ma non possiamo controllare mai il loro insorgere dentro di noi. Ciò che possiamo e sarebbe più saggio fare: è gestirle.

Gestire le proprie emozioni, dunque, non significa controllarle, come vorrebbe fare la mente, ma modularle alla luce di una nuova consapevolezza della vita e della nostra vera essenza. Gestire le emozioni è uno dei passi più importanti nel percorso di crescita personale.

Le emozioni sono funzioni della mente spontanee, interiori, veloci, fisiche e mentali che ci aiutano ad affrontare le situazioni di pericolo, o di piacere che viviamo. Sono reazioni naturali che ci permettono di metterci in allerta in situazioni di rischio, minaccia, frustrazione, ecc. L’ansia e la rabbia, per esempio, sono reazioni naturali e positive che aiutano a metterci in allerta per situazioni che sono considerate pericolose; ma può succedere che le reazioni siano scatenate da stimoli innocui causando disagi.

In generale le emozioni si attivano per poter scegliere un comportamento in breve tempo tra: Le emozioni sono una risorsa. Le emozioni, anche quelle un po’ problematiche, come la collera e il risentimento, non sono il vero problema; il vero problema è gestirle sapientemente per risolvere l’evento che le ha generate.

Una cosa, invece, distingue l’essere umano dagli altri esseri viventi è che lui, in qualche maniera, è teoricamente in grado di gestirle razionalmente. E’ interessante riflettere sul collegamento esistente tra la mente e il corpo, la loro associazione misteriosa con le memorie del passato che sono nascoste nel nostro inconscio e che condizionano il nostro libero arbitrio e la nostre scelte quotidiane.

Imparare a gestire le emozioni significa accettare che esse hanno una funzione importante per noi, in quanto sono una manifestazione indispensabile della nostra esistenza. Sono l’espressione della nostra mente più profonda, che ha la funzione di tutelare la nostra integrità, sia fisica che mentale.

Il nostro cervello è attrezzato a gestire le emozioni in modo molto rapido ed efficace, attraverso il sistema limbico, composto principalmente dall’amigdala e dell’ipotalamo. Quando siamo preda di emozioni forti e incontrollate è perché il nostro sistema limbico ha preso il comando e avviene il “sequestro emotivo”, che sottrae il controllo alla mente cosciente per un po’ di tempo. Questo in pratica significa che quando scatta l’emergenza, i circuiti di tipo reattivo hanno il sopravvento e noi iniziamo a funzionare secondo gli automatismi animaleschi con tutti i limiti del caso.

Bisogna demitizzare, però, questo concetto: le emozioni sono niente più né meno di energia che passa attraverso di noi. non sono ciò che siamo. Quando ci identifichiamo con le emozioni che sperimentiamo, possiamo perderci in esse. Resistere o sopprimerle non aiuta e non risolve nulla. Occorre solo considerare che nessuna emozione, così nessun sentimento, è “definitivo”. Molte emozioni sorgono perché vi preoccupate del futuro oppure rivivete il passato.

Pertanto essere presenti nel momento presente, può risolvere facilmente un’emozione connessa al passato o al futuro. Gestire le proprie emozioni (specialmente le emozioni negative) richiede un atteggiamento amorevole in primo luogo verso se stessi e verso gli altri; richiede di adottare una strategia che ci dia una visione dell’evento, priva di giudizio, sia verso se stessi che verso gli altri.

Occorre imparare ad uscire dalla logica del giudizio, della necessità di giudicare in continuazione se stessi e gli altri. Quando scatta il sequestro emotivo sopraddetto, è troppo tardi per cercare di gestire veramente le proprie emozioni; il massimo che si può fare è cercare di gestire come si può il fiume in piena delle emozioni; cercare di gestirne la forma, la manifestazione esteriore; mentre il nostro corpo e la nostra mente subiscono l’azione di questo fiume in piena.

Ci sono emozioni che spingono a comportamenti di apertura, ed emozioni che spingono a comportamenti di chiusura. I primi offrono maggiori possibilità di ottenere vantaggi e i secondi danno più possibilità di ottenere svantaggi. In ognuno di noi c’è la libertà di scelta sul come vivere. Abbiamo sempre davanti a noi questa duplice possibilità del vantaggio, o dello svantaggio, il dono della possibilità di decidere.

Pensare in termini positivi di sé e delle proprie qualità di base aumenta prima a livello cognitivo, e poi a livello emotivo l’energia vitale, con una conseguente sensazione di benessere. Il linguaggio, come ogni altro elemento umano, si avvale di questo flusso energetico, come linfa vitale, creando i presupposti per un tipo di comunicazione forte e incisiva. Perché dunque aver paura di parlare, perché controllare la bocca e di conseguenza la parola, conoscendo già i meccanismi appresi del linguaggio?

Il controllo della bocca e di tutta l’attività fonatoria nei soggetti affetti da balbuzie, nasconde una tendenza a trattenere emozioni intrise di rabbia e di aggressività. Come se il balbuziente vivesse il tutto in una dimensione di forte rigidità, con la propensione a chiudere il rubinetto energetico, nell’irrazionale paura di chissà quali effetti.

Nella letteratura scientifica riguardante le ricerche sulla balbuzie, non ci sono studi specifici che mettono in relazione il meccanismo di controllo delle emozioni e la sintomatologia del balbettare. E’ stato il Dott. Antonio Bitetti a parlarne per primo, in un suo lavoro editoriale ( Analisi e prospettive della balbuzie, Positive Press, Verona, 2001) e ha continuato i suoi studi, anche attraverso il suo modello interpretativo e di cura della balbuzie denominato: “ La Balbuzie Approccio Integrato”.

Egli afferma che, il balbuziente balbetta perché adotta una strategia psicologica antitetica al normale funzionamento della fonazione. Difatti, qualsiasi strategia che distolga l’attenzione dal controllo sulla parola, permette al balbuziente di esprimersi normalmente, (Bitetti A., pag. 119, 2016). Il controllo, nella balbuzie è una cattiva abitudine appresa nei primi anni, nel periodo della cosiddetta balbuzie primaria e mantenuta attiva fino alla fase di cronicizzazione, che poi diventa balbuzie secondaria, o vera e propria ( Bitetti A., Emozioni, Comportamento e Controllo, Milano, 2016).

LA BALBUZIE APPROCCIO INTEGRATO

ISTITUTO EUROPEO BALBUZIE - la balbuzie negli adulti dott. Bitetti - cura per la balbuzie - definizione di balbuzie

LA BALBUZIE APPROCCIO INTEGRATO

Descrizione ed analisi del problema balbuzie

 

La balbuzie interessa circa il 1-2% della popolazione, con incidenza maggiore nel sesso maschile, su dieci casi di balbuzie, otto sono sicuramente di sesso maschile, interessando persone di ogni estrazione sociale e in ogni parte del mondo. Già questo aspetto potrebbe essere un importante motivo di ricerca nel cercare di dimostrare la valenza socio-relazionale del disturbo o, eventuali implicazioni di diverso ordine.

Il balbuziente sa quello che vuole verbalizzare ma non riesce ad esprimerlo, non c’è sinergia tra pensiero e parola. Nella maggior parte dei soggetti balbuzienti, per dei motivi estremamente variabili, esiste una disorganizzazione tra il pensiero ed il linguaggio. Troppo tempo passa tra ciò che c’è da dire e la possibilità di dirlo. Secondo il noto studioso spagnolo De Ajuriaguerra, la balbuzie è un disturbo di realizzazione della lingua parlata nell’ambito della relazione interpersonale.
Si può fare diagnosi precisa di balbuzie solo quando il meccanismo si è ormai consolidato nel modo e nel tipo di comunicazione del bambino, cioè quando si è: CRONICIZZATO. La balbuzie, da un punto di vista strettamente sintomatico, consiste in un insieme di alterazioni del ritmo e della fluidità dell’espressione verbale e viene vissuto da chi ne è affetto con grande sofferenza e disagio.

Un definizione molto utilizzata in campo diagnostico psicologico della balbuzie è quella che definisce tale disordine come un disturbo multifattoriale della personalità con rilevanti componenti psicologiche e ambientali. Ma è il Dott. Antonio Bitetti a dare un ulteriore contributo alla ricerca, attraverso l’introduzione del fattore controllo sulla fonazione, quale elemento centrale del problema balbuzie. Un meccanismo che scatta per frenare una sottostante energia aggressiva che il balbuziente ha difficoltà a gestire in maniera adeguata. Un aspetto frenante che va a compromettere la giusta capacità relazionale del soggetto balbuziente.

Soluzioni ed interventi proposti sulla base delle evidenze scientifiche

Attualmente, vi è una sostanziale contraddizione nell’offerta terapeutica riguardante la balbuzie. Difatti, tutte le tecniche fonatorie e rieducative del linguaggio, così massicciamente proposte, partono dal presupposto che questo disturbo sia di linguaggio. Ma in sostanza non è così, poichè come è stato già descritto, il balbuziente nel chiuso della propria stanza, non sottoposto a giudizio altrui, non balbetta mai. E’ evidente quindi che il balbuziente in cuor suo, sa di parlare bene, ma sa anche e vorrebbe spiegarlo a tutti, che il suo vero problema, è solo di relazione.

Già nel 1999, il Dott. Bitetti affermò questo concetto in un importante congresso di Foniatria e di Logopedia e nel 2000 ebbe a confrontarsi con il Prof.Yairi dell’Università di Chicago, il quale sosteneva la probabile origine genetica di tale problema. Il Prof. Bitetti, invece, sottolineava e tuttora sostiene la necessità di virare la ricerca su ben altri aspetti, poiché è ormai risaputo che il balbuziente parla benissimo, non ha bisogno di rieducazioni fonatorie, poiché il suo vero problema e lo sa riconoscere da solo, è il sofferto impatto con gli altri esseri umani, così come accade per il timido.

La sola differenza tra il timido ed il balbuziente è data dal fatto importante che il balbuziente esercita un potente meccanismo di controllo sulla sua bocca, tendente a frenare quella energia a matrice aggressiva, necessaria per competere normalmente con i propri simili. La balbuzie poggia su tre aspetti fondamentali: una idea  autosvalutativa di fondo, una proiezione sugli altri dello stesso tipo di giudizio negativo ed infine, quell’elemento di controllo, come aspetto finale, nel tentativo irrazionale di poter gestire l’intera situazione durante il sofferto impatto relazionale.

Partendo da queste riflessioni, nel 1997, il Dott. Antonio Bitetti ha fondato con risorse proprie, l’Istituto Europeo per la Balbuzie e la Psicologia della Comunicazione. Nel 2010 è diventato editore, nell’intento di dare una svolta  nella divulgazione di concetti più evoluti e di  proporre una terapia innovativa, frutto delle sue intuizioni personali, dopo aver superato brillantemente la propria balbuzie con una esperienza di gruppo-analisi su suggerimento dell’Illustre Prof. Leonardo Ancona, allora Direttore della Cattedra di Psichiatria  dell’Università Cattolica di Roma e dopo ricerche di tipo cognitivo-comportamentale, condotte con il compianto Prof. Cesare De Silvestri, pioniere in Italia di questo importante filone di ricerca psicologica.

Sostenendo la matrice eminentemente relazionale di questo diffuso disturbo, è importante evidenziare un altro aspetto rilevante di tutta questa dinamica e cioè, che il balbuziente è condizionato anche dal feedback generato dall’ascolto del suo balbettare. Infatti, una importante ricerca dell’Università di Edimburgo ha prodotto negli anni’80 uno strumento tecnologico che permetteva di annullare, attraverso un cicalino, emesso durante  l’emissione, l’ascolto della propria voce (Edinburgh Masker).Questa ulteriore prova conduce inevitabilmente al fatto che il balbuziente è fortemente condizionato nella sua prestazione verbale, perché tende a subire la relazione umana, anziché gestirla in maniera propositiva e produttiva.

Tutto il dinamismo del balbettare si traduce in un dispendio imponente di risorse potenziali, di mancate affermazioni personali e che vanno a ripercuotersi sul dinamismo generale e soprattutto sociale. A volte si sottovalutano le tante risorse umane sprecate attraverso inutili e sterili atteggiamenti, ma non dovremmo continuare a chiudere gli occhi di fronte a tale annichilimento. La salute di un popolo è alla base della sua realizzazione e affermazione, poiché tutti concorrono a tale progetto. A questo intento è chiamato anche il balbuziente e non può più nascondersi dietro questo sintomo.

 

Proposta scientifica del metodo:  La Balbuzie Approccio Integrato

 

Fermo restando che il progetto “ La Balbuzie Approccio Integrato” è un modello ormai collaudato da circa venti anni, su scala nazionale ed internazionale e di cui hanno usufruito diverse migliaia di pazienti, di ogni fascia di età. L’idea di fondo è quella di renderlo ancora più fruibile, soprattutto da quella parte di popolazione, ormai la maggioranza, che fa fatica a trovare le risorse disponibili per accedervi.

Sul piano scientifico e dei risultati, questo approccio è di sicuro il più avanzato presente sul mercato nazionale poiché affronta la balbuzie a 360°. Difatti, l’intento del progetto riguarda anche la misurabilità data dal confronto tra il nostro modello terapeutico e le tecniche rieducative proposte dal SSN o da altre strutture similari presenti sul territorio italiano.

L’ideale sarebbe quello di creare una commissione scientifica e valutare le performance dell” Approccio Integrato” con tutte le altre metodologie e definire quella più efficace a ottenere risultati ottimali e duraturi. Per fare ciò è necessario attingere a risorse finanziarie che allo stato attuale delle cose, è difficile da ottenere ed anche perché vincere un bando di concorso ministeriale aumenterebbe sensibilmente la caratura ed il valore scientifico del lavoro del Dott. Bitetti, il quale da parte sua ha già dimostrato ampiamente le basi su cui poggia il proprio lavoro di ricerca e di cura della balbuzie.

La fattibilità è data soprattutto dai tantissimi pazienti che chiedono informazioni al libero mercato, riconoscendo una cronica carenza ed una latitanza delle istituzioni pubbliche nel dare risposte concrete ed efficace a chi soffre di questo disturbo della comunicazione, come già ampiamente descritto nelle pagine precedenti. Ed infine, e non di minore importanza, le continue richieste che arrivano a noi, da parte di addetti ai lavori che vorrebbero formarsi ad una cultura avanzata nell’approccio di cura della balbuzie. I tempi sono oramai maturi per un cambiamento nella impostazione di cura e da più parti si è pronti a recepire l’innovazione ed il cambio di passo, passando da una impostazione semplicemente rieducativa, ad una impostazione olistica, che tiene conto del sintomo, ma non trascura tutti quei fattori, interni ed esterni del problema.

 

Criticità culturale e balbuzie

 

La criticità è rappresentata soprattutto dal fattore culturale. Dopo diversi decenni di cultura rieducativa, il mondo sanitario, a vari livelli, indirizza i pazienti affetti da balbuzie verso soluzioni terapeutiche rieducative o riabilitative, trascurando i tanti aspetti sopraelencati.

Si è strutturata nel tempo, una cultura e in maniera stereotipata, la si ritiene la più adatta, semplicemente perché storicamente è quella proposta dalla sanità pubblica. In tutti questi anni non si è mai fatta ricerca seria e questo ha facilitato anche il pullulare di risposte di cura tra le più strane e disparate, basterebbe dare una occhiata su internet, a tutto svantaggio della qualità e dell’efficacia del servizio offerto.

Vi è la necessità di un cambiamento culturale e metodologico, ma questo richiede proposte e soprattutto, una formazione che spinga ad una visione moderna del problema. Ma come tutti sappiamo non è facile adattarsi ad un nuovo modello, soprattutto se non è supportato da evidenze statistiche e di risultati. Ecco la necessità di una sperimentazione capillare che coinvolga le strutture già presenti sul territorio, ma che abbiano a cuore l’interesse della popolazione bisognosa di cure, le migliori presenti sul territorio.

 

 

BAMBINO CHE BALBETTA

Il momento più difficile che affronta il bambino che balbetta è di solito quando entra a scuola e dove sarà impegnato in quella che è la competizione scolastica. Difatti, mentre all’asilo il bambino è prevalentemente impegnato nel gioco e nella relazione ludica, a scuola invece, il bambino deve necessariamente confrontarsi con il giudizio della classe e ovviamente, dell’insegnante.

La competizione è il tasto dolente di chi balbetta, proprio perchè il bambino che ha già confermato la sua sintomatologia, trattiene una forte quantità di energia, attraverso quel fattore di controllo, più volte analizzato dal dott. Bitetti nei suoi lavori editoriali sulla balbuzie.

Questo è il vero problema del bambino che balbetta, che a volte è anche timido, molto spesso sensibile, a detta dei genitori, ed è un dato che si riscontra frequentemente in studio. Ci si dovrebbe chiedere cosa è questa sensibilità, o la timidezza, se non il fatto che il bambino trattiene molte emozioni, ed è questo in fondo che lo fa esitare, balbettare.

Certo, non è il caso di allarmarsi da subito, ma non si può neanche sottovalutare il rischio potenziale che un esordio di difluenza o del perdurare della cosiddetta fase del balbettìo permanga anche in un periodo diverso da quello ritenuto normale. Se la disfluenza è rimasta fino ai 5-6 siamo di fronte ad una balbuzie ormai cronicizzata e l’ingresso nel contesto scolastico va ad acuire un problema evidente.

I coetanei, a volte, possono essere sarcastici di fronte ad un bambino che manifesta una difficoltà di linguaggio, proprio perchè notano una evidente discrepanza tra l’età del bambino, ed una modalità di linguaggio che i tanti ormai ritengono superata da un bel pò di tempo, ed ecco la derisione, non frequente come un tempo, ma può accadere e questo, va a minare la sicurezza del bambino che balbetta.

 

TERAPIA COGNITIVO COMPORTAMENTALE E BALBUZIE

ISTITUTO EUROPEO BALBUZIE - la balbuzie negli adulti dott. Bitetti - cura per la balbuzie - definizione di balbuzie

La Terapia Cognitivo Comportamentale viene sempre più frequentemente utilizzata come strumento per trattare la balbuzie, ma spesso trascurando un elemento fondamentale di approccio al problema, ed è quello di non tener conto del fattore controllo, come aspetto centrale della balbuzie.

Sin dagli inizi del suo lavoro di terapeuta della balbuzie, era il 1997, il dottor Antonio Bitetti si era confrontato molte volte con il compianto dottor Cesare De Silvestri, allievo storico del famoso Prof. Albert Ellis, ed unico e vero pioniere della Terapia Cognitivo Comportamentale in Italia, chiamata nello specifico, spesso con il termine di RET    ( Rational Emotive Therapy). Aveva stabilito con lui un continuo e proficuo lavoro di collaborazione e di ricerca nel campo dell’applicazione dei concetti cognitivo comportamentali nella cura della balbuzie.

Difatti, il dottor Cesare De Silvestri ha da sempre sostenuto le ricerche del dottor Antonio Bitetti, divenendo amici e nel 2001, anno della pubblicazione del suo primo libro sulla balbuzie ( A. Bitetti, Analisi e prospettive della balbuzie, Positive Press, Verona, 2001), ne cura la prefazione, sostenendo che probabilmente, da sola la terapia cognitivo comportamentale non possa riuscire a curare in maniera ampia e completa la balbuzie, in funzione degli importanti aspetti relazionali del problema e con le forti implicazioni sociali del disturbo.

L’Approccio Integrato del dottor Bitetti è un modello di cura della balbuzie, sia nei bambini e sia negli adulti, molto più avanzato, perchè si prefigge lo scopo di affrontare la balbuzie da più aspetti, apparentemente diversi, ma legati tra di loro radicalmente, sia nella sintomatologia manifesta e sia nel significato interno del problema. Ma, soprattutto è un modello di cura che affronta anche in età pediatrica, tutte quelle dinamiche comunicative e sociali del linguaggio umano, che hanno importanti implicazioni nella vita quotidiana.