Balbuzie: cos’è, cause e rimedi

Il termine “balbuzie” (dal latino bàlbus) si riferisce alle ripetizioni involontarie di suoni, soprattutto nella balbuzie di tipo clonica, ma comprende anche esitazione o pause prima di parlare, tipici della forma tonica, e il prolungamento di certi suoni, spesso come stratagemma per mascherare il problema e migliorare la fluenza.

LA BALBUZIE

Un innovativo metodo di cura denominato “Approccio Integrato”

DEFINIZIONE DI BALBUZIE 

Secondo il noto studioso spagnolo De Ajuriaguerra, la balbuzie è un disturbo di realizzazione della lingua parlata nell’ambito della relazione interpersonale. Secondo diverse statistiche, anche se non recentemente aggiornate, la balbuzie interessa circa il 2-3% della popolazione, con incidenza maggiore nel sesso maschile, interessando persone di ogni estrazione sociale e in ogni angolo del pianeta.

Questo disturbo copre un ampio spettro di gravità. Può interessare persone con difficoltà appena percettibili, per cui il problema può avere una valenza soprattutto di tipo estetico. Viceversa in quei soggetti con una sintomatologia estremamente grave il problema può impedire la maggior parte della comunicazione verbale. Il rapporto di distribuzione del disturbo tra maschio e femmina è rispettivamente 4:1 e colpisce 70 milioni di persone in tutto il mondo.

Secondo una definizione dell’OMS ( Organizzazione Mondiale della Sanità, 1977) la balbuzie viene definito un disordine del ritmo della parola nel quale il soggetto sa con precisione quello che vorrebbe dire, ma nello stesso tempo non è in grado di dirlo. Viene considerato come uno dei più diffusi disturbi del linguaggio. Consiste in un insieme di alterazioni del ritmo e della fluidità dell’espressione verbale e viene vissuto da chi ne è affetto con grande sofferenza e disagio, perché il rallentamento nel parlare non riguarda assolutamente il pensiero.

Un’altra definizione più utilizzata in campo diagnostico psicologico è quella che definisce tale disordine come disturbo multifattoriale della personalità con rilevanti componenti psicologica e ambientale.

BALBUZIENTI FAMOSI

La balbuzie è nota sin dall’antichità ed ha afflitto importanti personaggi in epoche storicamente diverse.

Si narra che anche Mosè sia stato un balbuziente. Si trova conferma in maniera inequivocabile, in alcuni passaggi della Bibbia. Nell’Esodo, il profeta dice di sé: “Io sono inetto a parlare, come potrà il Faraone ascoltarmi?”. E’ noto dalle Sacre Scritture che non era lui a parlare al suo popolo ma il fratello Aronne.

Nei passi biblici si parla di un suo ritardo di parola, ma è abbastanza facile credere che il suo ritardo nel parlare fosse da imputare ad un certo grado di difficoltà ad esprimersi, tipico di chi, pur sapendo cosa dire, non riesce a trovare la giusta sinergia tra pensiero e parola.

Si sa che persino Manzoni, l’Alessandro dei “ Promessi Sposi” avesse la medesima difficoltà nell’esprimersi. Grave a tal punto, da spingere lo scrittore a rinunciare all’invito rivoltogli ad occupare uno scranno nel nascente parlamento italiano. Qualcuno ritiene che i balbuzienti siano persone destinate, nonostante gli sforzi, a rimanere povere culturalmente, ebbene Alessandro Manzoni rappresenta in proposito una solenne smentita. Per lui era davvero difficile parlare in pubblico: se non disponeva di qualcosa di scritto, di già preparato si fermava e balbettava vistosamente.

Un altro esempio illustre è il matematico Niccolò Tartaglia. Il suo vero cognome pare fosse Cavallaro, ma era soprannominato Tartaglia, per via del suo evidente problema nel parlare. Si narra che durante le sue lezioni non avesse grosse difficoltà, perché ovviamente si sentiva padrone assoluto della materia e il suo padroneggiare l’argomento faceva diminuire la sua insicurezza di fondo, il che spiega ulteriormente ed efficacemente la valenza emozionale di questo disturbo.

Ma il personaggio storico più importante che abbia sofferto di balbuzie e che a differenza di altri illustri balbuzienti guarì dalla sua difficoltà, è certamente il famoso filosofo greco Demostene, che pur afflitto da tale difficoltà non si arrese mai e lo vinse, fino a diventare il più grande oratore della storia ellenica. Demostene è un esempio importante per tanti balbuzienti, ma soprattutto per coloro che si spingono a credere che la balbuzie abbia delle implicazioni di tipo genetico e quindi irrisolvibile da una qualsiasi impostazione terapeutica.

CARATTERISTICHE MANIFESTE DELLA BALBUZIE

Per la maggior parte dei soggetti balbuzienti, il disturbo si situa al momento dell’elaborazione del pensiero in linguaggio. I motivi possono accentuarsi anche per la mancanza di un vocabolario appropriato, o per la povertà di linguaggio. A volte il linguaggio è disturbato da un’affluenza verbale disordinata che impedisce al balbuziente di organizzare in maniera corretta i termini che gli occorrono per esprimere il suo pensiero.

Per alcuni, la dispersione mentale è tale che il soggetto non riesce a fissarsi su ciò che ha da dire; altri invece sono disturbati, inibiti, dalla presenza troppo marcata dell’immagine dell’interlocutore. Infine, la parola può presentare dei blocchi, senza manifestazione tonica apparente, che sono la conseguenza del vuoto del pensiero, o del controllo sulla fonazione, come afferma da sempre il dott. Antonio Bitetti. In ogni caso, per dei motivi estremamente variabili esiste una disorganizzazione tra il pensiero ed il linguaggio. Troppo tempo intercorre tra ciò che c’è da dire e la possibilità di dirlo.

In un importante congresso di foniatria il dott. Bitetti affermava che l’aspetto più importante nella balbuzie è la variabilità in rapporto alla presenza dell’interlocutore. E’ l’impatto con gli altri che scatena tutta una serie di idee che condizionano poi la componente emotiva e comportamentale.

Da un sottostante senso di autosvalutazione, si innesca un temuto giudizio altrui e procede con un controllo sulla parola, nell’idea irrazionale di poter gestire al meglio la situazione. Elementi cognitivi errati che una volta appresi, possono permanere nell’età adulta condizionando negativamente la normale fluidità verbale.

Il concetto di radicalità della balbuzie che da tanti Autori viene visto come organicità del problema, sta nella profondità e nella complessità del sintomo stesso e può rappresentare una copertura simbolica di un conflitto di matrice eminentemente psicologica (A. Bitetti, Abstracts, XXXIII° Congresso di Foniatria e Logopedia,1999).

SINTOMI DELLA BALBUZIE

Secondo quanto riportato dal DSM IV (la quarta revisione del Diagnostic and Statistical Manual of mental disorders, Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali) si può fare diagnosi di balbuzie quando ci si trova di fronte a:

  1. Un’anomalia del normale fluire e della cadenza dell’eloquio (che risultano inadeguati per l’età del soggetto) caratterizzata dal frequente manifestarsi di uno o più dei seguenti elementi:
    • ripetizione di suoni e sillabe;
    • prolungamento di suoni;
    • interiezioni;
    • interruzioni di parole (cioè pause all’interno di una parola);
    • blocchi udibili o silenti (cioè, pause del discorso colmate o non colmate);
    • circonlocuzioni (sostituzione di parole per evitare parole problematiche);
    • parole emesse con eccessiva tensione fisica;
    • ripetizione di intere parole monosillabiche.
  2. L’anomalia di scorrevolezza interferisce con i risultati scolastici o lavorativi, oppure con la comunicazione sociale.
  3. Se è presente un deficit motorio della parola o un deficit sensoriale, le difficoltà nell’eloquio vanno al di là di quelle di solito associate con questi problemi.

Il linguaggio del soggetto affetto da balbuzie è quindi spesso interrotto dalla ripetizione (che può essere continua o intermittente) di sillabe, suoni, vocaboli, frasi intere alternate a pause di silenzio durante le quali il soggetto è di fatto incapace di produrre un qualsiasi tipo di suono. Il linguaggio caratteristico del soggetto balbuziente viene definito, da un punto di vista medico, disfluenza verbale.

In un primo momento la balbuzie può essere clonica e successivamente diventare tonica, così le due forme risultano associate. In ogni caso, la balbuzie avrà un’evoluzione diversa a seconda del comportamento del soggetto, dell’ambiente circostante, degli avvenimenti più o meno traumatizzanti della vita di relazione.

Tuttavia è molto raro che un balbuziente balbetti in tutti i momenti della giornata e in tutte le situazioni. Vi sono sempre dei momenti di tregua per ogni individuo, anche nel corso di periodi di balbuzie intensa. E’ indubbio che la forma tonica risulti molto più penosa ai balbuzienti, anche perché a queste difficoltà di linguaggio si associano in maniera più o meno appariscente delle sincinesie che non possono passare inosservate a chi parla e tanto meno a chi ascolta.

Qualunque sia l’aspetto che assume la balbuzie, le difficoltà di chi è affetto da balbuzie non derivano da una anomalia organica degli organi dell’apparato fonatorio, né riguardano una parola, o una struttura di frasi nettamente definita.  Il ritmo e la melodia della parola sono disturbate da continue interruzioni intempestive, da inceppi, ripetizioni, rallentamenti imprevisti. Le conseguenze consistono in una evidente  alterazione del linguaggio, ad un punto tale da rendere estremamente difficili i rapporti con gli altri.

Esistono poi altri tipi di sintomi associati alla balbuzie e tra questi i due più importanti sono: il farfugliamento e la tachilalia.

Farfugliamento: per farfugliamento si intende un disturbo del linguaggio frequentemente associato alla balbuzie. Si presenta soprattutto in soggetti che sono stati condizionati sul piano linguistico. Sono presenti difficoltà ad esplicitare il proprio linguaggio che risulta di conseguenza pieno di costruzioni illogiche, di lapsus, o di esitazioni verbali. In questi casi il ritmo appare irregolare, frettoloso, ed il parlare troppo veloce e a tratti incomprensibile.

Tachilalia: questo disturbo si aggiunge alle difficoltà caratteristiche della balbuzie, come fattore associato, soprattutto con quei soggetti in cui il ritmo interiore risulta poco ordinato, che non riescono a gestire adeguatamente il proprio linguaggio. A volte hanno il timore irrazionale di arrestarsi e di non essere poi in grado di riprendere il filo del discorso. Nel soggetto tachilalico l’accelerazione del linguaggio crea delle modificazioni nella durata delle sillabe, che risultano più brevi rispetto al loro tempo normale. Inoltre, si verifica anche una soppressione di determinati accenti, parole o pause.

TIPOLOGIE DI BALBUZIE

Esistono tipologie descrittive più prettamente foniatriche e logopediche della balbuzie infantile.

  • balbuzie tonica (caratterizzata da un arresto all’inizio della parola –fonema o sillaba iniziali- con prolungamenti del suono)
  • balbuzie clonica (caratterizzata da ripetizioni o del fonema iniziale o di tutta la parola)
  • balbuzie mista (sono presenti sia la forma tonica che la forma clonica con prolungamenti e ripetizioni)
  • balbuzie palilalica (caratterizzata da un ripetizione spasmodica di una sillaba che non ha attinenza con la frase che si intende pronunciare)

e quella in relazione alla localizzazione anatomica del blocco:

  • balbuzie labio-coreica (caratterizzata da movimenti involontari di lingua e labbra –corea, danza delle labbra- con conseguenti difficoltà nella produzione delle consonanti labiali p e b, delle consonanti labio-dentali f e v e delle consonanti dentali t e d)
  • balbuzie gutturo-tetanica (caratterizzata da rigidità dei muscoli della faringe e della laringe –spasmi- che rendono particolarmente difficoltosa la pronuncia delle consonanti gutturali c, g e k).

La principale classificazione della balbuzie è comunque quella che suddivide tale disordine in balbuzie primaria e balbuzie secondaria. Tale classificazione prende in considerazione il momento d’insorgenza del disturbo e le caratteristiche del disturbo stesso.

CLASSIFICAZIONE DELLA BALBUZIE

La balbuzie si può classificare  in:

Balbuzie primaria

(nota anche come balbuzie di rodaggio o pseudobalbuzie) è un disturbo piuttosto comune; si stima, infatti, che il problema interessi il 30% degli infanti, in particolar modo di sesso maschile; di norma la balbuzie primaria scompare spontaneamente senza che sia necessario ricorrere a logopedia o riabilitazione del linguaggio.

Balbuzie secondaria

(anche balbuzie vera) è un problema decisamente più serio della balbuzie primaria. Essa si manifesta, di norma, in quel periodo dell’esistenza che va dai 6 ai 14 anni di età. È molto improbabile (anche se non impossibile) che la balbuzie vera si manifesti in età adulta.

Il problema balbuzie interessa circa l’1-2% della popolazione mondiale (tasso di prevalenza), anche se il tasso di incidenza è 5 volte superiore; sono cioè molte di più le persone che nel corso della vita hanno sofferto di balbuzie. La differenza fra il tasso di prevalenza e quello di incidenza si spiega con il fatto che la condizione di balbuzie tende, come già accennato, a regredire spontaneamente nel giro di un anno, un anno e mezzo dal momento in cui si è registrata la sua insorgenza (l’età media di insorgenza della balbuzie è 32 mesi).

Come già detto in tante altre occasioni, la balbuzie è un disturbo della lingua parlata: il balbuziente sa quello che vuole verbalizzare, ma non riesce ad esprimerlo, non c’è sinergia tra pensiero e parola. Nella maggior parte dei soggetti balbuzienti, per dei motivi estremamente variabili, esiste una disorganizzazione tra il pensiero ed il linguaggio. Troppo tempo passa tra ciò che c’è da dire e la possibilità di dirlo.

FORME DI BALBUZIE

Le teorie relative all’eziologia della balbuzie sono divergenti secondo i paesi e secondo le scuole di pensiero, invece tutti concordano nel riconoscere a questo disturbo due diverse forme:

  • Balbuzie – Forma Clonicala cui caratteristica è la ripetizione di una sillaba o di una lettera.
  • Balbuzie – Forma Tonica, che presenta un aspetto spasmodico della parola, con dei blocchi più o meno gravi sia nell’iniziare che nel corso del discorso e che a volte può essere accompagnata anche da sincìnesie, ovvero movimenti involontari della mimica facciale in funzione di compensazione per il vuoto verbale che si viene a creare.

Esiste poi una terza forma di balbuzie, che comprende entrambe le due forme sopra citate e che viene chiamata: Forma Mista   

Si incomincia a parlare di balbuzie vera e propria non prima dei 5 o 6 anni, una leggera forma in età inferiore, può essere quella che viene chiamata Forma Transitoria  ed è in rapporto ad una fisiologica evoluzione della normale acquisizione linguistica.

In effetti, si può fare diagnosi precisa di balbuzie solo quando il meccanismo si è ormai consolidato nel modello e nel tipo di comunicazione del bambino, cioè quando il modello si è cronicizzato.

Di solito lo si può evidenziare maggiormente a scuola, dove il bambino inizia ad interagire su un più ampio piano di relazione ed anche di competizione.

MODALITA’ D’INSORGENZA DELLA BALBUZIE

I sintomi, come pure il momento in cui appare la balbuzie, variano da un soggetto all’altro. L’indagine effettuata presso alcune famiglie non dà sempre delle informazioni molto precise a tal proposito. Alcuni genitori non si rendono conto del momento di insorgenza della balbuzie, a meno che sia apparso in modo improvviso, o in concomitanza con un avvenimento scatenante.

Quando si tratta di una balbuzie tonica con dei blocchi più o meno marcati, associati a dei movimenti incoordinati degli organi adibiti alla parola, credono di trovarsi davanti a delle difficoltà della respirazione e dell’articolazione. Nella maggioranza dei casi, la balbuzie è un disturbo che insorge nella prima infanzia, tra i 3 e i 4 anni, non in concomitanza con l’apparire delle prime parole, ma piuttosto al momento dell’elaborazione delle prime frasi, vale a dire al momento in cui si organizza il linguaggio e in cui si situano i primi contatti con il mondo esterno, con altri bambini sia dentro che fuori dall’ambiente famigliare: durante i giochi, oppure alla scuola materna, per esempio.

La sintomatologia del balbettare è variabile a seconda del contesto dove il balbuziente viene ad interagire e a seconda delle persone con cui si relaziona. Ad esempio, il bambino balbuziente teme fortemente l’interrogazione a scuola o se è chiamato a ripetere un argomento già esposto. E’ in un continuo stato di fibrillazione nel timore di essere chiamato ad esprimersi davanti ai suoi compagni.

Invece è facilitato nel rapporto con persone amiche, che non lo impegnano molto sul piano del valore personale e preferibilmente, non protese a giudicarlo. A volte, se la sintomatologia è forte, può essere addirittura esonerato dalla lettura ad alta voce, con ripercussioni sulla propria autostima e con una conseguente stigmatizzazione di tutta la sua condizione.

CAUSE DELLA BALBUZIE 

Da sempre si è cercato di dare una spiegazione circa le cause della balbuzie. Sono state proposte diverse teorie: di tipo psicogenetico, neurologico. Teorie che si concentrano sul linguaggio, la lateralità e la dominanza di un emisfero sull’altro, oppure teorie che si concentrano sul ruolo della ereditarietà. E’ anche possibile ipotizzare  una multifattorialità nella eziopatogenesi della balbuzie.

Da un punto di vista medico c’è una tendenza ad interpretare su base organica i problemi di difficile comprensione. In effetti, non si può dar torto a chi, intravedendo una indubbia complessità interpretativa della balbuzie, tende a credere ad una implicazione organica. Difatti, in un importante simposio internazionale sulla balbuzie, svoltosi a Roma nel 2000, a Palazzo Barberini, il celebre prof. Yairi, dell’Università di Chicago ( USA), sosteneva con una certa dose di sicurezza che la balbuzie potesse avere una solida base genetica. Egli intravedeva la scoperta del gene, o dei geni implicati in questa problematica. A distanza di molti anni, ne sono passati addirittura 19 di anni, nessun gene è stato scoperto come causa diretta o indiretta della balbuzie.

Tale ipotesi organicistica o genetica, va comunque e sempre a naufragare contro la evidente fluidità di parola che il balbuziente manifesta nella quiete della propria stanza. In qualunque contesto dove non è soggetto allo sguardo ed al giudizio altrui il balbuziente parla senza nessuna difficoltà.

Leggi su Wikipedia art.33

RIMEDI PER LA CURA DELLA BALBUZIE

Il periodo migliore per curare i bambini balbuzienti è fra l’età di 3 e 5 anni, preferibilmente almeno un anno prima di cominciare la scuola. Tanti bambini superano il problema delle balbuzie nel periodo prescolastico. Ma questo non vuol dire che non bisogna cercare consigli o terapie. E` assolutamente normale per i genitori avere delle domande su cosa devono fare per i loro bambini balbuzienti e come cercare i consigli giusti. Non è possibile sapere in anticipo se il vostro bambino guarirà da solo senza terapia, quindi se il vostro bambino comincia a balbettare, è raccomandabile cercare consigli da un esperto al più presto.

Invece, nella fase adolescenziale molti genitori si chiedono, giustamente, come possa essere la vita di relazione di un proprio figlio adolescente, che balbetta. In effetti, molto spesso la balbuzie complica la vita di un ragazzo o di una ragazza, soprattutto sul piano della propria immagine e di conseguenza, sulla relazione interpersonale. In questo periodo la balbuzie, ormai consolidata in precedenza, tende ad acuirsi e può aggravare notevolmente lo stato psicologico complessivo.

Nel cammino interpretativo e terapeutico rivolto a ragazze e ragazzi affetti da balbuzie, il Dott. Antonio Bitetti, sottolinea la necessità del modello “Approccio Integrato”, perché mira a liberare tutte quelle risorse energetiche che il balbuziente tende a controllore attraverso la parola. Infatti, molto spesso l’adolescente balbuziente ha notevoli difficoltà a gestire tutta la componente pulsionale e ad indirizzarla verso mete psicologicamente più adatte ed evolute.

Per parlare bene è necessario pensare bene si è detto più volte. Se è vero come è vero che il balbuziente in generale è impegnato a controllare le sue energie interne, anche attraverso il proprio linguaggio, gli risulta difficile ritrovare altre risorse adatte a sviluppare armonicamente il suo sviluppo psicologico insieme ai suoi coetanei (A. Bitetti, 2001,2006,2010,2016).

L’importanza di un lavoro terapeutico completo sul sintomo balbuzie di un adolescente è una necessità e un dovere, poiché ha lo scopo di chiarire i diversi aspetti di tutta la problematica e non limitarsi al semplice aspetto della rieducazione del linguaggio, che poco inciderebbe su tutto il dinamismo in questione.

In età adulta, si conferma ulteriormente il dato fondamentale dalla percezione negativa di sé, e dal temuto giudizio negativo da parte degli altri, che può aumentare il grado d’ansia, ed incidere così sul normale rapporto sociale. Questa sintetica esposizione delle difficoltà che vive l’adulto balbuziente, porta a fare delle riflessioni circa il dinamismo psichico sottostante il disturbo.

Di solito, il balbuziente adulto ha già fatto da bambino dei cicli di terapia logopedica e corsi sulla balbuzie, basati prevalentemente sulla fonazione o su tecniche similari, accompagnati da esercizi sulla respirazione, e quant’altro. Però, pochi adulti balbuzienti hanno affrontato gli aspetti sottostanti della loro balbuzie e si ritrovano con una situazione immutata, o leggermente migliorata, almeno sul piano del linguaggio.

Difatti, succede spesso che dopo diversi cicli di sedute rieducative con metodi di cura basati su improvvisate intuizioni, dopo aver goduto della condivisone con altri balbuzienti delle proprie difficoltà e sofferenze, ritornati alla dimensione quotidiana e chiamati ad affrontare le solite attività sociali, l’adulto balbuziente ritorna spesso alle antiche abitudini.

Uno degli aspetti caratteriali dell’adulto balbuziente, studiato e affrontato terapeuticamente dal dottor Bitetti è la passività, una sottile paura da parte del balbuziente a far emergere tutta l’energia sottostante che trattiene da sempre, sin dai primi anni in cui ha iniziato a balbettare. Una passività che lo porta a rinunciare a diverse attività sociali e relazionali. Non solo, questo trattenere energie, spesso ha ripercussioni sulla sfera emozionale, ed è facile riscontrare adulti balbuzienti isolati sul piano affettivo.

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