IL CONTROLLO DELLE EMOZIONI NEL DINAMISMO DELLA BALBUZIE

 

IL CONTROLLO DELLA PAROLA

Il controllo della bocca che osservo sistematicamente nei miei pazienti affetti da balbuzie, nasconde una tendenza a trattenere emozioni intrise di rabbia e di aggressività. E’ possibile  notare anche una forte tendenza a trattenere le emozioni positive, fatte di gioia e di abbandono fiducioso alla vita. Come se il balbuziente vivesse il tutto in una dimensione di forte rigidità, con la propensione a chiudere il rubinetto energetico, nella irrazionale paura di chissà quali effetti.

Nella letteratura scientifica riguardante le ricerche sulla balbuzie, non vi sono studi specifici che mettono in relazione il meccanismo di controllo dell’apparato fonatorio e la sintomatologia del balbettare. Io ho cominciato a parlarne già molti anni fa (Bitetti A. Analisi e prospettive della balbuzie, Verona, 2001) e ho continuato le mie ricerche, anche attraverso il lavoro costante con il modello di terapia da me ideato e denominato:  “Approccio Integrato” (Bitetti A. La Balbuzie Approccio Integrato, Milano, 2010).

Se dovessi definire in maniera pratica cos’è il problema della balbuzie, direi con una certa sicurezza, dettata da una ventennale esperienza di lavoro in tale settore, che il balbuziente balbetta, perché adotta una strategia psicologica antitetica al normale funzionamento della fonazione.

Affermare questo non è semplice, neanche per me che curo balbuzienti da molti anni, perché non è semplice pensare che un meccanismo di controllo possa essere così diretto ad influenzare negativamente il linguaggio; eppure, le prove a mia disposizione orientano tutte in questa direzione.

Difatti, qualsiasi strategia che distolga l’attenzione dal controllo sulla parola, permette rapidamente al balbuziente di esprimersi normalmente. Il controllo nella balbuzie è una cattiva abitudine appresa e mantenuta viva per parecchio tempo. Siamo in presenza di un apprendimento sbagliato, ma probabilmente adattativo in una esperienza ritenuta critica in un dato periodo dell’infanzia. Il problema nasce quando quel comportamento viene protratto nel tempo, credendo che l’emergenza debba durare necessariamente al di là di quel periodo.

 

IL NORMOLOQUENTE NON CONTROLLA IL SUO LINGUAGGIO

Mentre il normoloquente, cioè colui che non balbetta, non controlla la bocca in nessuna circostanza della vita di relazione, il balbuziente, invece, controllando massicciamente il suo linguaggio nel momento in cui si relaziona, condiziona negativamente il suo linguaggio. Quando è da solo, nel chiuso della propria stanza, il balbuziente non attua questo meccanismo di controllo e quindi, parla liberamente. Questo, perché tale meccanismo è strettamente connesso al timore di essere giudicato negativamente dagli altri, poiché molto probabilmente è già forte il giudizio negativo verso se stesso.

Tante volte, soprattutto nella balbuzie di tipo tonico, dove il controllo è davvero eccessivo, il corpo fa scattare dei meccanismi di compensazione, comunemente chiamate sincinesie. Questi, sono dei meccanismi  involontari della muscolatura facciale, che servono ad antagonizzare quella sensazione di vuoto che il balbuziente avverte nel momento in cui, da una parte vorrebbe parlare liberamente e dall’altra, frena questa possibilità.

Potremmo accostare questo concetto ad un esempio pratico, quale il meccanismo di pescaggio di un liquido attraverso una pompa. Se il motore della pompa funziona bene ed il liquido è presente nella vasca di estrazione, non ci dovrebbero essere problemi a trasferire il liquido dalla vasca all’esterno. Ma, se la cannula di pescaggio, per un problema qualsiasi avesse una ostruzione, allora la pompa agirebbe inutilmente, producendo un tipico rumore di un meccanismo non funzionante, che potremmo definire “meccanismo a vuoto”.

Il vuoto che si viene a creare durante il blocco della parola, fa avvertire una sensazione di impotenza,  espressione tipica di una persona che si chiede cosa stia succedendo, ma che non riesce a dare una spiegazione adeguata. La spiegazione sta nel fatto che, una parte della personalità vorrebbe agire in maniera produttiva e propositiva, mentre dall’altra, opera una forza antagonista che frena questa possibilità. Lo stupore che prova il balbuziente è da attribuire a quella parte di sè che si chiede: “chi e perché ha frenato il mio linguaggio?”.

Sta proprio in quest’ultimo passaggio il vero concetto di controllo sulla propria parola, vero ed autentico problema del balbuziente. Tale potente meccanismo di controllo limita la possibilità di quella libertà espressiva caratteristica invece di chi non ha mai sofferto di balbuzie e che può permettersi invece di vedere nel proprio linguaggio un potente strumento di comunicazione e di affermazione sociale.

Nella mia lunga pratica professionale, utilizzando tecniche di depolarizzazione del controllo della bocca, da me messe a punto, ho maturato prove evidenti  che confermano chiaramente tutto questo. Più si controlla e più si balbetta, la sintomatologia del balbettare è direttamente proporzionale al grado di controllo, che diventa una zavorra.

La bocca va lasciata libera, non ha necessità di essere controllata in continuazione, invece ostacolando questa libertà si ha un effetto contrario alla normale fisiologia umana. Di suo, il controllo è un meccanismo antitetico alla libertà di azione e preclude la possibilità di dare al balbuziente la possibilità di parlare liberamente.

 

IL RAPPORTO TRA BALBUZIE ED ESPRESSIONE

Il balbuziente è molto più attento, anzi esageratamente attento, al modo in cui si esprimerà nel momento della interazione. Come quando si guarda un quadro importante: “si è più attenti al dipinto o alla cornice?”. Certamente anche la cornice ha il suo valore, anche estetico, ma l’opera pittorica rappresenta indubbiamente l’elemento centrale di quello che si sta ammirando.

Ovviamente, non possiamo affermare che il balbuziente sottovaluti il contenuto che esprime, ma è estremamente attento alla cornice. Nella pretesa perfezionistica di trovare la migliore elaborazione concettuale ed espressiva, inciampa, ed è il caso di dirlo, proprio nel risultato opposto e quindi, balbetta.

Non è possibile mantenere lo stesso livello di attenzione per ogni azione, è una questione di economia psichica, come nel caso del bambino piccolo che sta iniziando ad imparare a camminare. Nelle prime fasi muove le gambe con difficoltà, alcune volte ha paura di cadere, ma una volta acquisita la capacità di camminare, essa va da sé, non si ha più nessun motivo di prestare la stessa attenzione di prima.

Questo vale anche per il linguaggio, che pur essendo una capacità innata nell’uomo ha bisogno di un certo periodo di tempo per poter esprimere appieno tutta la propria potenzialità. (ChomskyN.,1971). Una volta portato a termine il processo di acquisizione, il bambino si sente sufficientemente sicuro e comincia, con il procedere degli anni, a crearsi una meta più alta e cioè, l’arricchimento del repertorio lessicale e grammaticale.

E’ importante tener presente che il controllo, in un quadro generale di economia psichica ha dei costi, proprio in termini di dispendio energetico, perché non solo va ad invalidare la qualità dell’azione che si vorrebbe attuare, come nel caso del linguaggio, ma il meccanismo frenante, in se per se ha anch’esso un valore energetico e quindi, vi è una somma di effetti negativi su tutto il quadro energetico complessivo.

Del perché il balbuziente frena durante la relazione e non frena il proprio linguaggio nella classica situazione in cui è da solo, è un motivo che ho più volte analizzato nei miei precedenti lavori editoriali (Bitetti A., 2001, 2006, 2010, 2016). L’essere chiamato ad interagire scatena tutta una serie di meccanismi psichici e reazioni fisiologiche.

La paura di balbettare porta ad una costante attenzione su come si vuole esprimere, sul controllo in termini di previsione del giudizio altrui ed infine, su quello più realistico e logico che riguarda ciò che si vuole dire. Con una tale sequenza di pensiero, a dir poco eccessiva, è facile incappare in uno stato d’ansia compromettendo l’eloquio stesso.

 

L’AGGRESSIVITA’ COSTRUTTIVA

L’aggressività costruttiva ha un ruolo fondamentale nell’evoluzione personale e sociale di ogni individuo. Questo tipo di energia ha lo scopo prevalente di crearsi spazi operativi nella dinamica relazionale e sociale. Essa, permette all’individuo di penetrare nella rete di rapporti, aumentando considerevolmente le probabilità di affermazione e di successo personale e professionale. Se questa energia subisce delle distorsioni cognitive, invalida successivamente le emozioni e i comportamenti che ne conseguono, ponendo le basi per l’instaurarsi di una difficoltà.

Sono pienamente d’accordo sull’interpretazione data da (Frielingsdorf K., 2002, pag.17) il quale in un suo saggio, parla della valenza positiva della aggressività, come di una forza vitale per valorizzare la propria capacità di relazione. Egli facendo una distinzione tra diversi tipi di forze aggressive che lui definisce aggressioni, si sofferma soprattutto su quelle aggressioni che promuovono la vita. Le aggressioni che promuovono la vita e la relazione, operano come forze creative, costruttive e formative che fondano la vita e la relazione ed infine sono indirizzate all’amore, che a sua volta libera nuove energie.

Pensare in termini positivi di sé e delle proprie qualità di base, aumenta prima a livello cognitivo e poi a livello emotivo l’energia vitale, con una conseguente sensazione di benessere. Il linguaggio, come ogni altro elemento umano si avvale di questo flusso energetico, come linfa vitale, creando i presupposti per un tipo di comunicazione forte ed incisiva. Perché dunque avere paura di parlare, perché controllare la bocca e di conseguenza la parola, conoscendo già gli automatismi appresi del linguaggio?

Quando si ha paura di sbagliare, perché soggiogati da un sottostante senso di autosvalutazione, oppure ingabbiati da una pretesa perfezionistica, è facile esporsi al rischio di pensare di poter gestire l’intera situazione attraverso un meccanismo di controllo. Purtroppo, accade l’esatto contrario poichè, anziché facilitarne la gestione, la penalizza, andando a sottrarre quelle importanti risorse energetiche adatte ad un comportamento più deciso ed efficace.

Sembra che il balbuziente viva a metà la sua carica aggressiva e il suo sintomo esplicita chiaramente il suo problema. In tante circostanze, quando il balbuziente è fortemente adirato riesce a parlare bene: l’importante è che non metta in atto il meccanismo di controllo. In pratica, quando è fortemente arrabbiato e pensa esclusivamente al dimostrare il suo disappunto, la sua protesta, riuscendo a sganciarsi dal meccanismo di controllo sulla parola, questa diventa fluida e potente. Altre volte, ove permane il controllo, anche se c’è rabbia, può balbettare (Bitetti A., La Balbuzie Approccio Integrato, Milano, 2010). L’elemento che fa la differenza è senza dubbio l’attenzione costante, il controllo che rivolge alla sua bocca e simbolicamente alla sua parola, al significato relazionale che questa rappresenta nella dinamica sociale.

Ma il balbuziente, nella sua pratica di controllo abituale, ha una “ambizione” ancora maggiore. In tutti questi anni del mio lavoro ho indagato su un altro aspetto davvero interessante e cioè, egli tende a controllare non solo la dinamica precedentemente esposta ma tende a controllare anche il pensiero dell’interlocutore, molto probabilmente per tentare di prevenire atteggiamenti di derisione da parte di chi lo sta ascoltando e guardando.

Al telefono, per esempio, il balbuziente ha più difficoltà del solito. Molti adulti balbuzienti da me trattati hanno confermato di delegare ad altri, richieste di vario genere. Fare delle prenotazioni o chiedere informazioni al telefono, diventa un vero serio problema per chi balbetta.

Mancando il feed-back visivo, il balbuziente si fa venire tutta una serie di idee, prevalentemente negative, su quello che potrà fare, pensare o immaginate l’interlocutore. Siccome le sue idee sono prevalentemente di tipo negativo durante la relazione, prova forte difficoltà ad accettare tale esperienza. Attraverso questo atteggiamento di controllo, crede di poter gestire meglio la sua già difficile situazione durante l’impatto relazionale. Crede che studiando il comportamento altrui, possa creare i presupposti per gestire a suo vantaggio, qualsiasi risposta da parte dell’interlocutore.

Nella mia esperienza di terapeuta della balbuzie ho sempre sostenuto e sostengo ancora, l’importanza del meccanismo di controllo di quelle dinamiche a forte valenza aggressiva nell’eziopatogenesi della balbuzie.

E’ un tentativo maldestro da parte del balbuziente di gestire una situazione a forte significato autosvalutativo. Non essendo in grado di dirigere le sue energie in maniera adeguatamente competitiva, il che gli darebbe una sensazione di forza e di sicurezza nell’affrontare gli altri, si difende. Il meccanismo del controllo in questo caso è un meccanismo chiaramente difensivo, che invece di aiutarlo, lo paralizza di più e gli rafforza l’idea che non abbia capacità di gestione. Almeno è questo che egli crede e di cui è convinto.

Ecco perché il balbuziente è in difficoltà nell’esprimere la sua energia, egli tende a bloccare la parte propulsiva di sé, come se ne avesse timore, non sapendo che quella energia interna è il motore energetico di tutte le attività umane, compreso il linguaggio. L’energia è vita e il fluire positivamente di essa, permette una buona tonicità psichica, con la relativa sensazione di benessere fisico, predisponendo ad una buona concezione di sé, di forza e favorendo così un rapporto paritario con gli altri. (Bitetti A., La Balbuzie Approccio Integrato, Milano, 2010, pag.98,).

Nel balbuziente questa energia sembra bloccata o viene vissuta a tratti, frequentemente in relazione ad esperienze positive che aumentano solo momentaneamente la buona percezione di se. Manca la continuità, non c’è piena consapevolezza della propria forza e le azioni, i progetti, possono assumere carattere abortivo. Tipico il discorso di molti miei pazienti balbuzienti che mi chiedono come mai in alcune circostanze parlano bene ed in altre invece balbettano.

Non si rendono conto che avendo maturato nel tempo una convinzione circa il proprio disturbo e quindi, convinti di avere un problema di questo tipo, si abituano a viverlo passivamente, in balia di come esso potrà agire nell’arco della giornata. Non sono ancora pronti a recepire il concetto che se non si supera il controllo sulla bocca e non si creano a quel punto, migliori atteggiamenti propulsivi, che vanno nella direzione di valorizzazione di sè, risulta difficile contrastare positivamente il problema.

 

LIBERARE IL CONTROLLO PER LIBERARE IL LINGUAGGIO

Invece, superando il controllo, si aprirebbero prospettive energeticamente più produttive. E come se si aprisse una valvola, permettendo di fare uscire una energia maggiore, questa diventa più disponibile per un utilizzo adatto, prima di tutto verso una migliore percezione di sè e successivamente, verso una migliore utilizzazione a livello interpersonale.

Il liberare energie interne offrirebbe inevitabilmente una sensazione di forza, la stessa che ognuno di noi avverte nei momenti di gioia e di positività. Si avvertirebbe una sensazione di espansione, che spingerebbe all’azione e a fare di più.

Sul piano affettivo, il balbuziente può temere il coinvolgimento profondo e tende a posticipare la scelta, soprattutto quando sente di doversi prendere appieno le proprie responsabilità. Affronta meglio le situazioni quando sente di potersi poggiare su di un’altra persona, sia sul campo affettivo e sia su quello professionale.

Ad una prima osservazione sembra avere delle propensioni a progettare alla grande e può realisticamente possedere delle buone, se non ottime basi di partenza, in termini di intelligenza e di creatività. Ma una indagine più accurata, fa emergere la presenza di paure di fondo, o la carenza di quel supporto in termini di grinta e determinazione che necessariamente rappresentano la giusta carburazione di ogni progetto. Quel dinamismo, che alcuni psicoanalisti di scuola francese hanno definito: “impotenza orale” (Anzieu A.e D.,1980).

 

Bibliografia:

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Bitetti A., Analisi e prospettive della balbuzie, Positive Press, Verona, 2001

Bitetti A., La balbuzie. Un problema relazionale, Armando Editore, Roma, 2006

Bitetti A., La Balbuzie Approccio Integrato, IEB Editore, Milano, 2010

Bitetti A., Emozioni, Comportamento e Controllo, IEB Editore, Milano, 2016

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Fenichel O., Trattato di psicoanalisi delle nevrosi e delle psicosi, Astrolabio, Roma,1953

Frielingsdorf K., L’aggressività positiva, Edizioni San Paolo, 2002

Hayes, Strosahl & Wilson Acceptance and Commitment Therapy: An experiential approach to behaviour change. New York: Guildford Press, (1999).

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Horney K., Nevrosi e sviluppo della personalità, Astrolabio, Roma, 1981.

Lacan J., Lo stadio delle specchio, in Scritti, Einaudi, Torino,1974

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Sassaroli, Lorenzini & Ruggiero Psicoterapia Cognitiva dell’Ansia. Raffaello Cortina Editore (2007).

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Winnicott D., Gioco e realtà, Armando, Roma, 1974

Winnicott D., Oggetti transizionali e fenomeni transizionali, in Gioco e realtà, Armando, Roma, 1974

 

 

IL PROBLEMA BALBUZIE, CAUSE E RIMEDI.

IL PROBLEMA BALBUZIE, CAUSE E RIMEDI.

 

 NEL MONDO SI CALCOLA CHE CI SIANO 70 MILIONI DI PERSONE CON BALBUZIE, 1 MILIONE SOLO IN ITALIA 

Si tratta del primo studio a fare un collegamento simile e i risultati potrebbero cambiare significativamente la nostra comprensione di questa disabilità comune. Fino ad ora, infatti, si presumeva che la balbuzie fosse dovuta in gran parte ai geni o a dinamiche familiari. L’unica certezza è il senso di disagio provocato da questo disturbo. La balbuzie può essere davvero frustrante: ripetizioni di parti di parole, di parole o di intere frasi; prolungamenti di suoni, blocchi e interiezioni sono elementi, non direttamente controllabili, che si accompagnano a emozioni e sentimenti negativi.

Il problema è piuttosto diffuso: si stima che in tutto il mondo siano più di 70 milioni le persone con balbuzie. E’ molto più comune negli uomini rispetto alle donne tant’è che i primi hanno fino a 4 volte più probabilità di soffrirne. E solitamente la balbuzie viene trattata con una specifica terapia del linguaggio.

 

 AFFLUSSO DI SANGUE AL CERVELLO LIMITATO? MAGGIORE GRAVITA’?

I risultati del nuovo studio, pubblicati sulla rivista Human Brain Mapping, suggeriscono che le persone che tartagliano hanno un ridotto afflusso di sangue al cervello. In particolare nell’area di Broca della corteccia frontale, dove nascono le frasi, e nel lobo posteriore, dove vengono rielaborate le parole ascoltate. Non solo. I ricercatori hanno scoperto che più il flusso di sangue è limitato maggiore è la gravita della balbuzie. Per arrivare a queste conclusioni i ricercatori hanno monitorato il flusso sanguigno di specifiche regioni del cervello, tramite un esame chiamato Spettroscopia protonica di risonanza magnetica. Lo scopo era quello di valutare indirettamente l’attività dei neuroni. Da questo studio, secondo il coordinatore Bradley Peterson, sono emersi «risultati decisamente sorprendenti che aprono una nuova finestra sul cervello».

 

RIMEDI DI CURA DELLA BALBUZIE

Il periodo migliore per curare i bambini balbuzienti è fra l’età di 3 e 5 anni, preferibilmente almeno un anno prima di cominciare la scuola. Tanti bambini superano il problema delle balbuzie nel periodo prescolastico. Ma questo non vuol dire che non bisogna cercare consigli o terapie. E` assolutamente normale per i genitori avere delle domande su cosa devono fare per i loro bambini balbuzienti e come cercare i consigli giusti. Non è possibile sapere in anticipo se il vostro bambino guarirà da solo senza terapia, quindi se il vostro bambino comincia a balbettare, è raccomandabile cercare consigli da un esperto al più presto.

Una definizione più utilizzata in campo diagnostico psicologico è quella che definisce tale disordine come un disturbo multifattoriale della personalità, con rilevanti componenti psicologiche e ambientali. Ma è il Dott. Antonio Bitetti a dare un ulteriore contributo alla ricerca, attraverso l’introduzione del fattore controllo sulla fonazione, quale elemento centrale del problema balbuzie. Un meccanismo che scatta per frenare una sottostante energia aggressiva che il balbuziente ha difficoltà a gestire in maniera adeguata. Un aspetto frenante che va a compromettere la giusta capacità relazionale del soggetto balbuziente. La precocità dell’intervento clinico su bambini di 3-4 anni, afferma sempre il Dott. Bitetti è raccomandabile, poiché a quella età si instaurano fattori di controllo non solo del bambino sull’attività fonatoria, ma anche nel complesso fattore relazionale delle dinamiche interne del nucleo familiare.

 

SOLUZIONI E RIMEDI PROPOSTI SU EVIDENZE SCIENTIFICHE

Attualmente, vi è una sostanziale contraddizione nell’offerta terapeutica riguardante la balbuzie. Difatti, tutte le tecniche fonatorie e rieducative del linguaggio, così massicciamente proposte, partono dal presupposto che questo disturbo sia di linguaggio. Ma in sostanza non è così, poichè come è stato già descritto, il balbuziente nel chiuso della propria stanza, non sottoposto a giudizio altrui, non balbetta mai. E’ evidente quindi che il balbuziente in cuor suo, sa di parlare bene, ma sa anche e vorrebbe spiegarlo a tutti, che il suo vero problema, è solo di relazione.

Già nel 1999, il Dott.. Bitetti affermò questo concetto in un importante congresso di Foniatria e di Logopedia e nel 2000 ebbe a confrontarsi con il Prof.Yairi dell’Università di Chicago, il quale sosteneva la probabile origine genetica di tale problema. Il Dott. Bitetti, invece, sottolineava e tuttora sostiene la necessità di virare la ricerca su ben altri aspetti, poiché è ormai risaputo che il balbuziente parla benissimo, non ha bisogno di rieducazioni fonatorie, poiché il suo vero problema e lo sa riconoscere da solo, è il sofferto impatto con gli altri esseri umani, così come accade per il timido.

 

 

TIMIDEZZA E BALBUZIE

BALBUZIE E TIMIDEZZA

La timidezza è una caratteristica di molti essere umani caratterizzata da una tendenza a non espandere adeguatamente la propria personalità. Può essere visto come un tratto di personalità improntato ad esitazione, ritrosia, impaccio e pudore superiori a quanto normalmente manifestano in analoghe situazioni altri soggetti. Oltre a questi aspetti propriamente caratteriali e comportamentali, si aggiungono manifestazioni di tipo psicosomatiche che accompagnano questi tratti della personalità, come ad esempio il rossore al viso, l’eccessiva sudorazione delle mani o della fronte, palpitazioni, senso di peso epigastrico, tutti segnali di un forte stato di ansia che accompagna quasi sempre questa condizione.

A livelli più elevati, la condizione può sfociare in una condizione di vera e propria fobia sociale, con  attacchi di panico, dovuti al profondo senso di inadeguatezza nei rapporti sociali e al sentire gli altri come delle possibili minacce. La timidezza non va necessariamente vista come una patologia, anche perché è necessario fare delle dovute distinzioni nel grado e nella intensità delle risposte nei diversi contesti sociali.

 

Secondo le statistiche, in Giappone ben il 60% delle persone si dichiarano timide, negli Stati Uniti il 40% ed in Israele solo il 27%. Ciò potrebbe dipendere dal fatto che la cultura giapponese impone rapporti molto rispettosi e formali con il prossimo, ed in Giappone è considerata una vergogna sbagliare, mentre in Israele si insegna a puntare al successo e che non è una vergogna sbagliare.

 

Questo ci spinge a comprendere come incidono fortemente gli aspetti educativi e culturali nello strutturarsi di questa caratteristica di personalità e dove elementi cognitivi rigidi, permettono di mantenere attivi quegli elementi fondamentali che sono causa del modo sbagliato di pensare, nel momento topico della relazione interpersonale.

Difatti, queste caratteristiche si riscontrano anche in altri soggetti, quali il balbuziente o il depresso. In queste personalità è forte un sentimento di autosvalutazione, una percezione negativa di sé, la quale spinge a credere che l’interlocutore lo potrà giudicare male, subendo passivamente la personalità altrui.

Il Dott. Antonio Bitetti, che ha condotto molte ricerche sulla personalità del balbuziente, ha messo a confronto stili di personalità timida e/o depressa con quella del balbuziente. Emerge chiaramente dalle sue ricerche ed esperienze terapeutiche che tutte e tre questi stili caratteriali hanno in comune, una tendenza a pensare male di se. Non perché non si abbiano qualità, ma per una tendenza a censurare le proprie dinamiche di fondo, la propria energia interiore, che rappresenta il carburante della vita. Quella che comunemente chiamiamo grinta.

E’ molto difficile, se non impossibile, riscontare il sintomo della balbuzie in una personalità forte e decisa. La balbuzie è il segno inconfutabile di una stile di pensiero indeciso ed ambivalente. Non ci si faccia ingannare da coloro che curano la balbuzie con tecniche superficiali, poiché loro orientano il tutto sulla parte superficiale del problema. La balbuzie è un’altra cosa, ed è bene saperlo.

Censurando la propria grinta, il timido, il balbuziente ed il depresso, limitano fortemente la propria capacità di espansione sociale, la possibilità di sperimentare una sana ricerca dell’altro, e quindi, soffrono il rapporto interpersonale ( La Balbuzie Approccio Integrato, Bitetti A.,IEB Editore,2010).

Di solito il timido evita il contatto oculare con l’interlocutore, si esprime con frasi brevi ed evita di porsi al centro dell’attenzione, perché teme moltissimo il giudizio degli altri, proprio perché tende a pensare male di sè e si abitua a tenere ferma questa idea.

La vita di relazione delle persone timide è in genere piuttosto povera, dal momento che esse preferiscono relazionarsi con gruppi ristretti di persone conosciute, con le quali si sentono a proprio agio, persone che in loro generano più sicurezza, di cui hanno meno timore di essere giudicati male. Può accadere però che in famiglia e in altri ambienti, che il timido ritiene più sicuri, la sua naturale inibizione relazionale, come forma di compensazione, possa trasformarsi in comportamento aggressivo, autoritario e prepotente.

L’eccessiva emotività inoltre può ostacolare in alcune occasioni particolarmente stressanti la lucidità di pensiero e la capacità di comunicare, come spesso accade per chi balbetta, che si potrebbe tranquillamente ritenere un parente stretto del timido. La fragile personalità che è alla base della timidezza crea inevitabilmente stati d’animo negativi, disturbi d’ansia e nei casi più gravi, depressioneisolamento sociale e disturbi psicosomatici, che limitano lo sviluppo delle potenzialità personali e la qualità della vita.

Il timido tuttavia può essere in molti casi particolarmente apprezzato per la sua personalità: per i suoi atteggiamenti cauti e sobri, per la sua tendenza a rispettare le regole, la sua attitudine empatica e le sue capacità di introspezione e di ascolto degli altri.

Secondo Alfred Adler, uno dei primi allievi di Freud, è normale che l’individuo durante la giovinezza si senta un po’ goffo ed inadeguato alle varie situazioni che gli si presentano, soprattutto per inesperienza. Questo primordiale senso di inferiorità dovrebbe tuttavia essere superato, secondo Adler, se si delineano almeno tre condizioni positive: il raggiungimento della maturazione psicofisica ed affettiva, la conquista di un buon livello di autonomia ed infine la consapevolezza delle proprie possibilità.

Uno studioso che per anni si è dedicato allo studio scientifico della timidezza è il Prof. Philip Zimbardo, il quale, partendo dalle riflessioni scaturite dal famoso esperimento condotto nella finta prigione dell’Università di Stanford, è arrivato a sostenere che la persona, tirandosi indietro dalla vita, si fa prigioniera di sé stessa, nascondendosi dentro una corazza, “scegliendo la sicurezza della silenziosa prigione della timidezza”. Elaborando questa metafora, a partire dall’esperimento della Stanford University, il Prof. Zimbardo ha pensato alla timidezza come ad una fobia che riguarda i rapporti sociali e che porta a sentire gli altri come una minaccia anziché un’opportunità. Con il Progetto Timidezza della Stanford University, iniziato nel 1977, Zimbardo ha potuto investigare le cause, le componenti, le conseguenze della timidezza, negli adulti e negli adolescenti, mettendo a punto anche degli interventi terapeutici.

 

BALBUZIE E CONTROLLO DEL LINGUAGGIO

BALBUZIE E CONTROLLO DEL LINGUAGGIO

Il controllo della bocca è un fenomeno che si osserva sistematicamente nei pazienti affetti da balbuzie, questo nasconde una tendenza a trattenere emozioni intrise di rabbia e di aggressività. Nel balbuziente è possibile  notare una forte tendenza a trattenere anche le emozioni positive, fatte di gioia e di abbandono fiducioso alla vita. Come se vivesse il tutto in una dimensione di forte rigidità, con la propensione a chiudere il rubinetto energetico, nell’irrazionale paura di chissà quali effetti.

Nella letteratura scientifica riguardante le ricerche sulla balbuzie, non vi sono studi specifici che mettono in relazione il meccanismo di controllo dell’apparato fonatorio e la sintomatologia del balbettare. Il Dott. Antonio Bitetti ha cominciato a parlarne già molti anni fa in un congresso di Foniatria e Logopedia nel 1999, in cui fu chiamato a tenere una comunicazione sulla balbuzie.

Poi sono stati pubblicati i suoi primi lavori editoriali A. Bitetti2001,2006)   e ha continuato le sue ricerche, anche attraverso il lavoro costante con il modello di terapia da lui ideato e denominato “Approccio Integrato”, tradotto anche in inglese tedesco, (A. Bitetti,2010). Dovendo definire in maniera pratica cos’è il problema della balbuzie, direi con una certa sicurezza, dettata da una ventennale esperienza di lavoro in tale settore, che il balbuziente balbetta, perché adotta una strategia psicologica antitetica al normale funzionamento della fonazione.

Affermare questo non è semplice, neanche per me che curo balbuzienti da tanti anni, perché non è semplice pensare che un meccanismo di controllo possa essere così diretto ad influenzare negativamente il linguaggio, eppure, le prove a mia disposizione orientano tutte in questa direzione.

Difatti, qualsiasi strategia che distolga l’attenzione dal controllo sulla parola, permette rapidamente al balbuziente di esprimersi normalmente. Il controllo nella balbuzie è una cattiva abitudine appresa e mantenuta viva per anni. Siamo in presenza di un apprendimento sbagliato, ma probabilmente adattativo di una esperienza ritenuta critica in un dato periodo dell’infanzia. Il problema nasce quando quel comportamento viene protratto nel tempo, credendo che l’emergenza debba durare necessariamente al di là di quel periodo.

Mentre il normoloquente, cioè colui che non balbetta, non controlla la bocca in nessuna circostanza della vita di relazione, il balbuziente invece, controllando massicciamente il suo linguaggio nel momento in cui si relaziona, condiziona negativamente il suo linguaggio. Quando è da solo, nel chiuso della propria stanza, il balbuziente non attua questo meccanismo di controllo e quindi, parla liberamente. Questo, perché tale meccanismo è strettamente connesso al timore di essere giudicato negativamente dagli altri, poiché è già forte il giudizio negativo verso sè stesso.

Tante volte, soprattutto nella balbuzie di tipo tonico, dove il controllo è davvero eccessivo, il corpo fa scattare dei meccanismi di compensazione, comunemente chiamate sincinesie. Questi, sono dei meccanismi  involontari della muscolatura facciale, che servono ad antagonizzare quella sensazione di vuoto che il balbuziente avverte nel momento in cui, da una parte vorrebbe parlare liberamente e dall’altra, frena questa possibilità.

Potremmo accostare questo concetto ad un esempio pratico, quale il meccanismo di pescaggio di un liquido attraverso una pompa. Se il motore della pompa funziona bene ed il liquido è presente nella vasca di estrazione, non ci dovrebbero essere problemi a trasferire il liquido dalla vasca all’esterno. Ma, se la cannula di pescaggio, per un problema qualsiasi avesse una ostruzione, allora la pompa agirebbe inutilmente, producendo un tipico rumore di un meccanismo non funzionante, che potremmo definire “meccanismo a vuoto”.

Il vuoto che si viene a creare durante il blocco della parola, fa avvertire una sensazione di impotenza,  espressione tipica di una persona che si chiede cosa stia succedendo, ma che non riesce a dare una spiegazione adeguata. La spiegazione sta nel fatto che una parte della personalità vorrebbe agire in maniera produttiva e propositiva, mentre dall’altra, opera una forza antagonista che frena questa possibilità. Lo stupore che prova il balbuziente è da attribuire a quella parte di se che si chiede: “chi e perché ha frenato il mio linguaggio?”.

Sta proprio in quest’ultimo passaggio il vero concetto di controllo sulla propria parola, vero ed autentico problema del balbuziente. Tale potente meccanismo di controllo limita la possibilità di quella libertà espressiva caratteristica invece di chi non ha mai sofferto di balbuzie e che può permettersi invece di vedere nel proprio linguaggio un potente strumento di comunicazione e di affermazione sociale.

Nella mia lunga pratica professionale ho maturato prove evidenti, anche sulla base di tecniche di depolarizzazione del controllo della bocca, da me messe a punto e che confermano chiaramente tutto questo. Più si controlla e più si balbetta, la sintomatologia del balbettare è direttamente proporzionale al grado di controllo, che diventa una zavorra.

La bocca va lasciata libera, non ha necessità di essere controllata in continuazione, invece ostacolando questa libertà si ha un effetto contrario alla normale fisiologia umana. Di suo, il controllo è un meccanismo antitetico alla libertà di azione e preclude la possibilità di dare al balbuziente la possibilità di parlare liberamente.

Il balbuziente è molto più attento, anzi esageratamente attento, al modo in cui si esprimerà nel momento della interazione. Come quando si guarda un quadro importante: si è più attenti al dipinto o alla cornice? Certamente anche la cornice ha il suo valore, anche estetico, ma l’opera pittorica rappresenta indubbiamente l’elemento centrale di quello che si sta ammirando.

Ovviamente, non possiamo affermare che il balbuziente sottovaluti il contenuto che esprime, ma è estremamente attento alla cornice. Nella pretesa perfezionistica di trovare la migliore elaborazione concettuale ed espressiva, inciampa, ed è il caso di dirlo, proprio nel risultato opposto e quindi, balbetta.

Questo è dovuto ad una scarsa considerazione circa le sue qualità, è sempre attivo in lui l’elemento autosvalutativo che è alla base del suo reale problema. Non riesce a canalizzare adeguatamente le sue risorse nel momento migliore della vita di relazione. Ecco perché si perde in atteggiamenti di controllo di sè, che rendono poco efficace la sua possibilità di incidere paritariamente nel confronto dialettico con una qualsiasi persona, soprattutto se ritenuta di maggiore valore.

Di solito, nell’ambito della crescita psicologica, con il procedere del tempo e con l’esperienza, si vengono a creare delle gerarchie riguardo al grado di attenzione e si tende a far prevalere quelle che hanno un’elaborazione ed una finalità più complessa, dando invece per scontate quelle azioni o quelle strategie comportamentali che ormai fanno parte di un dinamismo automatico.

Non è possibile mantenere lo stesso livello di attenzione per ogni azione, è una questione di economia psichica, come nel caso del bambino piccolo che sta iniziando ad imparare a camminare. Nelle prime fasi muove le gambe con difficoltà, alcune volte ha paura di cadere, ma una volta acquisita la capacità di camminare, essa va da sé, non si ha più nessun motivo di prestare la stessa attenzione di prima.

Questo vale anche per il linguaggio, che pur essendo una capacità innata nell’uomo ha bisogno di un certo periodo di tempo per poter esprimere appieno tutta la propria potenzialità. (N.Chomsky,1971). Una volta portato a termine il processo di acquisizione, il bambino si sente sufficientemente sicuro e comincia, con il procedere degli anni, a crearsi una meta più alta e cioè, l’arricchimento del repertorio lessicale e grammaticale.

Ovviamente, è da tener presente che nel linguaggio sono presenti elementi di maggiore complessità, dovuti essenzialmente all’intrinseco valore psicologico e relazionale del parlare e di come sia caricato di notevoli significati emotivi. Nel caso del balbuziente, si può osservare una certa limitazione o cattiva gestione delle proprie energie, come se volutamente si censurasse la possibilità di aumentare il “tono biologico”.

Attraverso il linguaggio gli essere umani creano relazioni, consolidano legami di ogni tipo e tendono a consolidare la propria presenza nel campo sociale di riferimento. Tutto ciò è possibile attraverso una attenta gestione della propria energia psichica, che dovrebbe essere canalizzata nella migliore modalità possibile. Il controllo invece va nella direzione opposta, esercita un freno e addirittura crea un dispendio energetico inutile o dannoso al risultato finale.

La capacità di dare libertà d’azione alle proprie risorse interiori è fondamentale affinchè l’azione psicologica abbia un effetto ed un risultato utile allo scopo. Non dissipando risorse con inutili atteggiamenti di controllo è possibile valorizzare quel concetto che dice: “minimo sforzo, grande risultato”.

E’ importante tener presente che il controllo, in un quadro generale di economia psichica ha dei costi, proprio in termini di dispendio energetico, perché non solo va ad invalidare la qualità dell’azione che si vorrebbe attuare, come nel caso del linguaggio, ma il meccanismo frenante, in se per se ha anch’esso un valore energetico e quindi, vi è una somma di effetti negativi su tutto il quadro energetico complessivo.

Del perché il balbuziente frena durante la relazione e non frena il proprio linguaggio nella classica situazione in cui è da solo, è un motivo che ho più volte analizzato nei miei precedenti lavori editoriali. L’essere chiamato ad interagire scatena tutta una serie di meccanismi psichici e reazioni fisiologiche. La paura di balbettare porta ad una costante attenzione su come si vuole esprimere, sul controllo in termini di previsione del giudizio altrui ed infine, su quello più realistico e logico che riguarda ciò che si vuole dire. Con una tale sequenza di pensiero, a dir poco eccessiva, è facile incappare in uno stato d’ansia compromettendo l’eloquio stesso.

 

 

 

 

BALBUZIE – UNA PROPOSTA AL MINISTERO SALUTE

Descrizione ed analisi del problema balbuzie:

La balbuzie interessa circa il 1-2% della popolazione, con incidenza maggiore nel sesso maschile, su dieci casi di balbuzie, otto sono sicuramente di sesso maschile, interessando persone di ogni estrazione sociale e in ogni parte del mondo. Già questo aspetto potrebbe essere un importante motivo di ricerca nel cercare di dimostrare la valenza socio-relazionale del disturbo o, eventuali implicazioni di diverso ordine.

Il balbuziente sa quello che vuole verbalizzare ma non riesce ad esprimerlo, non c’è sinergia tra pensiero e parola. Nella maggior parte dei soggetti balbuzienti, per dei motivi estremamente variabili, esiste una disorganizzazione tra il pensiero ed il linguaggio. Troppo tempo passa tra ciò che c’è da dire e la possibilità di dirlo. Secondo il noto studioso spagnolo De Ajuriaguerra, la balbuzie è un disturbo di realizzazione della lingua parlata nell’ambito della relazione interpersonale.

Le teorie relative all’eziologia della balbuzie sono divergenti secondo i paesi e secondo le scuole di pensiero, invece tutti concordano nel riconoscere a questo disturbo due diverse forme:
1. FORMA CLONICA,
la cui caratteristica è la ripetizione di una sillaba o di una lettera.
2. FORMA TONICA ,
che presenta un aspetto spasmodico della parola, con dei blocchi più o meno gravi sia nell’iniziare che nel corso del discorso e che a volte può essere accompagnata anche da sincìnesie, ovvero movimenti involontari della mimica facciale in funzione di compensazione per il vuoto verbale che si viene a creare.
Esiste poi una terza forma di balbuzie, che comprende entrambe le due forme sopra citate e che viene chiamata: FORMA MISTA.   

Si incomincia a parlare di balbuzie vera e propria non prima dei 5 o 6 anni, una leggera forma in età inferiore, può essere quella che viene chiamata FORMA TRANSITORIA  ed è in rapporto ad una fisiologica evoluzione della normale acquisizione linguistica.
In effetti, si può fare diagnosi precisa di balbuzie solo quando il meccanismo si è ormai consolidato nel modo e nel tipo di comunicazione del bambino, cioè quando si è: CRONICIZZATO.

Consiste in un insieme di alterazioni del ritmo e della fluidità dell’espressione verbale e viene vissuto da chi ne è affetto con grande sofferenza e disagio, perché il rallentamento nel parlare non riguarda assolutamente il pensiero; il soggetto sa benissimo ciò che desidera dire, ma fatica a dirlo.

Un’altra definizione più utilizzata in campo diagnostico psicologico è quella che definisce tale disordine come un disturbo multifattoriale della personalità con rilevanti componenti psicologiche e ambientali. Ma è il Dott. Antonio Bitetti a dare un ulteriore contributo alla ricerca, attraverso l’introduzione del fattore controllo sulla fonazione, quale elemento centrale del problema balbuzie. Un meccanismo che scatta per frenare una sottostante energia aggressiva che il balbuziente ha difficoltà a gestire in maniera adeguata. Un aspetto frenante che va a compromettere la giusta capacità relazionale del soggetto balbuziente.

Soluzioni ed interventi proposti sulla base delle evidenze scientifiche:

Attualmente, vi è una sostanziale contraddizione nell’offerta terapeutica riguardante la balbuzie. Difatti, tutte le tecniche fonatorie e rieducative del linguaggio, così massicciamente proposte, partono dal presupposto che questo disturbo sia di linguaggio. Ma in sostanza non è così, poichè come è stato già descritto, il balbuziente nel chiuso della propria stanza, non sottoposto a giudizio altrui, non balbetta mai. E’ evidente quindi che il balbuziente in cuor suo, sa di parlare bene, ma sa anche e vorrebbe spiegarlo a tutti, che il suo vero problema, è solo di relazione.

Già nel 1999, il Dott. Bitetti affermò questo concetto in un importante congresso di Foniatria e di Logopedia e nel 2000 ebbe a confrontarsi con il Prof.Yairi dell’Università di Chicago, il quale sosteneva la probabile origine genetica di tale problema. Il Prof. Bitetti, invece, sottolineava e tuttora sostiene la necessità di virare la ricerca su ben altri aspetti, poiché è ormai risaputo che il balbuziente parla benissimo, non ha bisogno di rieducazioni fonatorie, poiché il suo vero problema e lo sa riconoscere da solo, è il sofferto impatto con gli altri esseri umani, così come accade per il timido.

La sola differenza tra il timido ed il balbuziente è data dal fatto importante che il balbuziente esercita un potente meccanismo di controllo sulla sua bocca, tendente a frenare quella energia a matrice aggressiva, necessaria per competere normalmente con i propri simili. La balbuzie poggia su tre aspetti fondamentali: una idea  autosvalutativa di fondo, una proiezione sugli altri dello stesso tipo di giudizio negativo ed infine, quell’elemento di controllo, come aspetto finale, nel tentativo irrazionale di poter gestire l’intera situazione durante il sofferto impatto relazionale.

Partendo da queste riflessioni, nel 1997, il Dott.. Antonio Bitetti ha fondato con risorse proprie, l’Istituto Europeo per la Balbuzie e la Psicologia della Comunicazione. Nel 2010 è diventato editore, nell’intento di dare una svolta  nella divulgazione di concetti più evoluti e di  proporre una terapia innovativa, frutto delle sue intuizioni personali, dopo aver superato brillantemente la propria balbuzie con una esperienza di gruppo-analisi su suggerimento dell’Illustre Prof. Leonardo Ancona, allora Direttore della Cattedra di Psichiatria  dell’Università Cattolica di Roma e dopo ricerche di tipo cognitivo-comportamentale, condotte con il compianto Prof. Cesare De Silvestri, pioniere in Italia di questo importante filone di ricerca psicologica.

Sostenendo la matrice eminentemente relazionale di questo diffuso disturbo, è importante evidenziare un altro aspetto rilevante di tutta questa dinamica e cioè, che il balbuziente è condizionato anche dal feedback generato dall’ascolto del suo balbettare. Infatti, una importante ricerca dell’Università di Edimburgo ha prodotto negli anni’80 uno strumento tecnologico che permetteva di annullare, attraverso un cicalino, emesso durante  l’emissione, l’ascolto della propria voce (Edinburgh Masker).Questa ulteriore prova conduce inevitabilmente al fatto che il balbuziente è fortemente condizionato nella sua prestazione verbale, perché tende a subire la relazione umana, anziché gestirla in maniera propositiva e produttiva.

Tutto il dinamismo del balbettare si traduce in un dispendio imponente di risorse potenziali, di mancate affermazioni personali e che vanno a ripercuotersi sul dinamismo generale e soprattutto sociale. A volte si sottovalutano le tante risorse umane sprecate attraverso inutili e sterili atteggiamenti, ma non dovremmo continuare a chiudere gli occhi di fronte a tale annichilimento. La salute di un popolo è alla base della sua realizzazione e affermazione, poiché tutti concorrono a tale progetto. A questo intento è chiamato anche il balbuziente e non può più nascondersi dietro questo sintomo.

Fattibilità/criticità delle soluzioni e degli interventi proposti

Fermo restando che il progetto “ Approccio Integrato” è un modello ormai collaudato da circa venti anni, su scala nazionale ed internazionale e di cui hanno usufruito diverse migliaia di pazienti, di ogni fascia di età. L’idea di fondo è quella di renderlo ancora più fruibile, soprattutto da quella parte di popolazione, ormai la maggioranza, che fa fatica a trovare le risorse disponibili per accedervi.

Sul piano scientifico e dei risultati, questo approccio è di sicuro il più avanzato presente sul mercato nazionale poiché affronta la balbuzie a 360°. Difatti, l’intento del progetto riguarda anche la misurabilità data dal confronto tra il nostro modello terapeutico e le tecniche rieducative proposte dal SSN o da altre strutture similari presenti sul territorio italiano.

L’ideale sarebbe quello di creare una commissione scientifica e valutare le performance dell” Approccio Integrato” con tutte le altre metodologie e definire quella più efficace a ottenere risultati ottimali e duraturi. Per fare ciò è necessario attingere a risorse finanziarie che allo stato attuale delle cose, è difficile da ottenere ed anche perché vincere un bando di concorso ministeriale aumenterebbe sensibilmente la caratura ed il valore scientifico del lavoro del Dott. Bitetti, il quale da parte sua ha già dimostrato ampiamente le basi su cui poggia il proprio lavoro di ricerca e di cura della balbuzie.

La fattibilità è data soprattutto dai tantissimi pazienti che chiedono informazioni al libero mercato, riconoscendo una cronica carenza ed una latitanza delle istituzioni pubbliche nel dare risposte concrete ed efficace a chi soffre di questo disturbo della comunicazione, come già ampiamente descritto nelle pagine precedenti. Ed infine, e non di minore importanza, le continue richieste che arrivano a noi, da parte di addetti ai lavori che vorrebbero formarsi ad una cultura avanzata nell’approccio di cura della balbuzie. I tempi sono oramai maturi per un cambiamento nella impostazione di cura e da più parti si è pronti a recepire l’innovazione ed il cambio di passo, passando da una impostazione semplicemente rieducativa, ad una impostazione olistica, che tiene conto del sintomo, ma non trascura tutti quei fattori, interni ed esterni del problema.

Criticità

La criticità è rappresentata soprattutto dal fattore culturale. Dopo diversi decenni di cultura rieducativa, il mondo sanitario, a vari livelli, indirizza i pazienti affetti da balbuzie verso soluzioni terapeutiche rieducative o riabilitative, trascurando i tanti aspetti sopraelencati.

Si è strutturata nel tempo, una cultura e in maniera stereotipata, la si ritiene la più adatta, semplicemente perché storicamente è quella proposta dalla sanità pubblica. In tutti questi anni non si è mai fatta ricerca seria e questo ha facilitato anche il pullulare di risposte di cura tra le più strane e disparate, basterebbe dare una occhiata su internet, a tutto svantaggio della qualità e dell’efficacia del servizio offerto.

Vi è la necessità di un cambiamento culturale e metodologico, ma questo richiede proposte e soprattutto, una formazione che spinga ad una visione moderna del problema. Ma come tutti sappiamo non è facile adattarsi ad un nuovo modello, soprattutto se non è supportato da evidenze statistiche e di risultati. Ecco la necessità di una sperimentazione capillare che coinvolga le strutture già presenti sul territorio, ma che abbiano a cuore l’interesse della popolazione bisognosa di cure, le migliori presenti sul territorio.

IL METODO DI CURA DEL DOTT. BITETTI

Il metodo di cura del Dott. Bitetti

Il dott. Antonio Bitetti fondatore dell’Istituto Europeo Balbuzie è l’ideatore dell’ Approccio Integrato, un innovativo modello d’avanguardia nell’interpretazione e nella cura della balbuzie, in età pediatrica e nell’adulto. Da anni è attivamente impegnato in Italia e all’estero nella divulgazione delle sue ricerche e in questo campo sono di sicuro d’eccellenza, non solo da un punto di vista interpretativo, ma anche metodologico. Ricerche ormai da tempo apprezzate anche in altri paesi.

É autore di numerose pubblicazioni per rubriche e riviste scientifiche e di diversi libri sulla balbuzie, tra cui ( La Balbuzie Approccio Integrato, 2010) e l’ultimo (Emozioni, Comportamento e Controllo, 2016) che affrontano il dinamismo interno del controllo della fonazione e delle emozioni, vero fattore destruente di tutta la problematica. Le ricerche del dott. Bitetti, presentate anche in importanti convegni nazionali ed internazionali, in qualità di membro associato della prestigiosa associazione americana A.P.A. (American Psychological Association), nascono da una lunga esperienza professionale, a partire da un personale vissuto di balbuzie e da un percorso formativo di gruppo-analisi che gli hanno permesso di gettare una luce sui dinamismi interni di questo problema.

Secondo diverse statistiche, la balbuzie interessa circa il 2-3% della popolazione, con incidenza maggiore nel sesso maschile, interessando persone di ogni estrazione sociale e in ogni angolo del pianeta. In una recente intervista rilasciata dal dott. Bitetti ad una emittente televisiva spagnola, la giornalista che lo intervistava dichiarava che in Spagna ci sono 800.000 balbuzienti.

É giusto sottolineare che la ricerca scientifica in questo campo è un po’ carente, manca una visione d’insieme riguardo alle cause e al modo di affrontare tutta la problematica. La cura della balbuzie è lasciata prevalentemente a figure professionali che curano di solito la componente esterna, cioè quella disarticolazione del linguaggio, tipica di chi balbetta. Nel balbuziente si osserva una certa limitazione o cattiva gestione delle proprie energie, soprattutto quelle a valenza aggressiva. Come se volutamente si censurasse la possibilità di aumentare il “tono emozionale”, provandone paura.

Quello che è certo e lo sottolineano tutti coloro che balbettano è che il balbuziente nel chiuso della sua stanza, non sottoposto a giudizio altrui, parla benissimo. E’ il confronto con gli altri che crea maggiori difficoltà nel balbuziente. Vive con disagio la relazione, soprattutto con persone estranee, o ritenute autorevoli, come succede spesso nel bambino a scuola, posto davanti agli insegnanti e alla intera classe, dove deve dimostrare il suo valore. E’ l’impatto con gli altri che scatena tutta una serie di idee che condizionano poi la componente emotiva e comportamentale.

In un importante convegno di Foniatria e Logopedia il dott. Antonio Bitetti ha evidenziato alla platea di specialisti la sua interpretazione riguardo al significato interno della balbuzie, spiegando come da un sottostante senso di autosvalutazione, il balbuziente innesca un temuto giudizio altrui e procede con un controllo sul linguaggio, nell’idea irrazionale di poter gestire al meglio la situazione. Elementi cognitivi errati che una volta appresi in età infantile possono permanere nell’età adulta, condizionando negativamente la normale fluidità verbale. Questa è la sequenza di pensiero che opera sistematicamente nella mente del balbuziente quando si relaziona con gli altri (XXXIII° Congresso Nazionale di Foniatria e Logopedia, Bari,1999, abstracts).
L’origine più plausibile circa le cause della balbuzie, da sempre ipotizzata dal dott. Bitetti è fatta risalire nell’infanzia del bambino, durante il periodo della cosiddetta balbuzie primaria, quando ha sperimentato le prime grosse difficoltà. Riconducibile in parte ad una iperprotezione nello stile affettivo-educativo, a forti sentimenti di frustrazione e gelosia connessi alla nascita di un fratellino o di una sorellina, a stili educativi protesi al perfezionismo e alla scarsa tolleranza all’errore, oppure ad esperienze a forte connotazione conflittuale.
Di sicuro, dopo una frustrazione ha sperimentato una forte reazione aggressiva, ed ecco perché il balbuziente è in difficoltà nell’esprimere la sua energia, poichè tende a bloccare la parte propulsiva di se, come se ne avesse timore, nel ricordo di quella primitiva esperienza.

Da sempre, la balbuzie viene trattata con tecniche fonetiche e/o logopediche, le quali partono dal presupposto che la balbuzie abbia delle implicazioni neurologiche di fondo e perciò, tendono a curare il problema andando a rieducare il linguaggio, nel tentativo di armonizzarlo, con metodiche basate molto spesso su esercizi di modulazione del linguaggio, a partire dal canto, o con tecniche di respirazione, o abbinando entrambe.

L’Approccio Integrato del dott. Bitetti affronta la balbuzie nella modalità integrata, unica terapia nel suo genere in Italia e in Europa. Questo metodo di cura va ad affrontare non solo la parte manifesta del problema, cioè quella disfluenza tipica del balbuziente, in tutte le sue manifestazioni, ma va ad intervenire in tutta quella dinamica psicologica che altri tipi di intervento non affrontano mai o rifiutano di affrontare. Non si può curare la balbuzie se non si cura il balbuziente ( cit. dott. Antonio Bitetti)

LOGOPEDIA E METODI DI CURA RIEDUCATIVI DELLA BALBUZIE NEI BAMBINI

Logopedia e metodi di cura rieducativa nella cura della balbuzie

Le tecniche logopediche attuate nella cura della balbuzie sono svariate, e si basano soprattutto in pratiche di rilassamento, di controllo della respirazione e della emissione delle parole, nello sviluppo delle abilità verbali e non-verbali del linguaggio, oltre a l’incoraggiare l’interazione comunicativa.

Ma non sempre la rieducazione logopedica ha successo: dopo cicli di rieducazione che hanno avuto buon esito, la balbuzie spesso si ripresenta, e magari succede che il paziente riesca a non balbettare più durante le sedute con la logopedista, per poi riprendere a balbettare appena esce dalla stanza.

Il metodo del riordinamento semantico proposto invece da Johnson consiste nell’eliminazione nel balbuziente dell’idea negativa che lo assilla sempre prima di parlare: esso mira ad un rafforzamento della personalità, ad una ricerca continua della fiducia in se stessi.

Invece, il metodo di  Bloodstein si sforza di conoscere la personalità di chi è affetto da balbuzie: l’azione terapeutica in questo caso deve focalizzarsi sull’accettazione di fronte a se stesso e agli altri, del proprio disturbo. Di solito tale “confessione” avviene nelle “cliniche del linguaggio” dinanzi a coloro che accettano la condizione e ad altri simili.

Altro intervento, più teorico che pratico, è la teoria di J. Sheenhan sul “conflitto di avvicinamento e di allontanamento” lo psicologo Sheenhan ha tentato di capire se la balbuzie dipende da un conflitto di avvicinamento e i contenuti.

Anche il Lidcombe Program è un programma di trattamento della balbuzie. Tanti bambini superano il problema delle balbuzie nel periodo prescolastico. Ma questo non vuol dire che non bisogna cercare consigli o terapie. E` assolutamente normale per i genitori porsi delle domande su cosa devono fare per i loro bambini balbuzienti e come cercare i consigli giusti. Non è possibile sapere in anticipo se il proprio bambino guarirà da solo senza terapia, quindi se il bambino comincia a balbettare, è raccomandabile cercare consigli da un esperto al più presto.

Il professionista consiglierà se la terapia è necessaria e quando dovrebbe cominciare. Diversi test clinici nel mondo appoggiano l’uso del “Lidcombe Program” per curare bambini in età prescolare che balbettano. Con il “Lidcombe Program”, i genitori incoraggiano gentilmente i figli impegnati nelle loro attività quotidiane a parlare senza balbettare, e misurano la severità delle balbuzie ogni giorno. E` molto importante che la terapia sia fatta seguendo le istruzioni dell’esperto.

La media per guarire dal problema delle balbuzie, o comunque di ridurlo quasi del tutto, è circa quattro mesi. Ciò nonostante, dal momento che si tratta solo di una media, potrebbe volerci più tempo. Il professionista mostrerà come fare il “Lidcombe Program” e controllerà che lo si faccia in maniera corretta. Bisognerà fare una visita in clinica ogni settimana. La presa in carico di un bambino di cinque anni affetto da disfluenza sia essa tonica, o clonica oppure mista non è cosa semplice, è fondamentale effettuare una buona anamnesi per comprendere quanto questo disturbo influisca sulla qualità della vita del bimbo/a e quanto non sia un “problema” percepito dai genitori.

L’approccio più largamente conosciuto è stato pubblicato nel 1973 da Charles Van Riper, approccio conosciuto anche come terapia di modifica del blocco. Questo metodo, è volto ad eliminare le tensioni psichiche del soggetto. Il problema fondamentale, dice questo terapeuta, consiste nel convincere il balbuziente a non preoccuparsi per come parla e a parlare molto, occupandosi di ascoltare l’aspetto sonoro della parola.

Come previsto da Van Riper, la terapia di modifica della balbuzie prevede quattro fasi:

Nella prima fase, chiamata identificazione, il balbuziente con l’aiuto di un professionista identifica i comportamenti principali e secondari, i sentimenti e gli atteggiamenti che caratterizzano il proprio disturbo.

Nella seconda fase, chiamata desensibilizzazione, il disfluente lavora per ridurre paura ed ansia attraverso la diminuzione dei comportamenti tipici del balbuziente, affrontando i suoni difficili da pronunciare, le parole, le situazioni “a rischio” e balbettando volontariamente (“balbuzie volontaria”).

Nella terza fase, chiamata modificazione, il balbuziente imparare a “balbettare con disinvoltura”. Ciò può essere fatto per mezzo di: “cancellazioni” (fermandosi ai blocchi, facendo piccole pause e dicendo la parola di nuovo), “uscite” dai blocchi a favore della parlata fluente, “azioni preparatorie” prevedendo le parole nelle quali si potrebbe balbettare e utilizzando su di esse la “balbuzie disinvolta”.

Nella quarta fase, chiamata stabilizzazione, il balbuziente prepara esercizi di prova, predispone le “azioni preparatorie” e le uscite automatiche dai blocchi e infine abbandona la propria convinzione di essere una persona che balbetta, considerando sé stesso un individuo che parla fluentemente nella maggior parte del tempo ma, che occasionalmente balbetta moderatamente.

Di seguito, un approfondimento sulla rivoluzionaria terapia risolutiva applicata alla balbuzie infantile.

La Balbuzie Approccio Integrato

La Balbuzie Approccio Integrato

Il dott. Antonio Bitetti, psicologo-psicoterapeuta, ed ex-balbuziente è profondo conoscitore della materia. Autore di libri sulla balbuzie è un terapeuta di grande esperienza internazionale. Alcune sue interviste hanno avuto eco anche in altri paesi, tra cui: la Svizzera, la Spagna, la Germania e nel Regno Unit0. A Londra ha già presentato il suo terzo libro sulla balbuzie, in occasione di un importante evento. Non c’è terapia più precisa e profonda di questa, proprio perché va nella giusta direzione, che è poi quella di risolvere i delicati meccanismi interni, ed esterni del problema. Non tralasciando l’importanza di coinvolgere anche i genitori dei bambini nel cammino terapeutico.

Da oltre vent’anni, il dott. Bitetti ha introdotto nel nostro Paese un modello interpretativo e terapeutico decisamente innovativo, riguardo alla cura della balbuzie: l’Approccio Integrato, ed è stato poi esteso in altri paesi europei.

Questo, è stato possibile anche per la semplice ragione che il suo lavoro è convalidato anche sul piano del riconoscimento dei titoli professionali. Difatti, il dott. Antonio Bitetti ha anche la certificazione da parte dell’Ente Federale di Sanità della Confederazione Svizzera a Berna (CH). É membro associato dell’A.P.A. (American Psychological Association), la prestigiosa associazione americana degli psicologi, in qualità di PhD.

Da sempre, la balbuzie infantile, viene curata con modelli rieducativi del linguaggio, basandosi su concetti periferici, dato che l’aspetto finale del problema, risulta essere la difficoltà a parlare normalmente come tutti gli altri. Ma, è importante sottolineare che il balbuziente; bambino, ragazzo o adulto che sia, nel chiuso della propria stanza, parla benissimo, non manifesta nessun tipo di difficoltà di linguaggio.

I veri motivi alla base del disturbo chiamato balbuzie

Questo, ha spinto il dott. Bitetti ad approfondire quelli che sono i veri motivi che stanno alla base di questo diffuso disturbo, che ricordiamolo, interessa il 2-3 % della popolazione nazionale. In una recente intervista da lui rilasciata ad una emittente televisiva spagnola, la giornalista ricordava che in Spagna esistono almeno 800.000 persone affette da balbuzie.

Il balbuziente sa molto bene quello che intende dire, ma non riesce ad esprimerlo in maniera fluida e serena, come invece fa la stragrande maggioranza della popolazione. A questo punto, è naturale chiedersi del perché il balbuziente ha difficoltà di linguaggio quando si relaziona con gli altri, ed invece non balbetta quando è da solo.

La risposta non può essere semplice e banale, poiché investe quegli aspetti cognitivi, emotivi e relazionali che il linguaggio ha in sé.

Attraverso il linguaggio gli esseri umani creano collegamenti, esprimono emozioni, idee, progetti e quindi, noi tutti riconosciamo il valore intrinseco di questo potente strumento.

Il linguaggio ha una base strutturale o genetica e una base acquisita, di tipo culturale o ambientale(N. Chomsky).

In età infantile il bambino vive una fase importante nel suo delicato periodo evolutivo, ed è chiamata fase del balbettìo. In questa fase molto delicata del suo sviluppo, il bambino si cimenta nella migliore ricerca possibile per far convergere aspetti strutturali e aspetti culturali del suo linguaggio.

Lo stesso avviene nella deambulazione, il bambino impara gradualmente a coordinare i suoi movimenti, in funzione di una serie di prove ed errori, anche sulla base di un processo di rafforzamento del proprio sistema muscolo-scheletrico. Una volta acquista l’intera sequenza, il bambino saprà camminare da solo e senza l’aiuto dei genitori.

Il linguaggio segue la stessa logica, ma a differenza dell’attività motoria, il linguaggio ha una importante valore relazionale, poiché attraverso di esso siamo capaci di estrinsecare emozioni di varia natura, ed intensità. Soprattutto in alcune esperienze negative o traumatiche, anche a forte valenza aggressiva, queste emozioni possono essere alla base della sintomatologia del balbettare.

Queste ricerche del dott. Bitetti, che peraltro è autore di tre libri sulla balbuzie (2001, 2006, 2010) l’ultimo tradotto anche in inglese (Stammering an Integrated Approach) e tedesco, si sono concentrate sul meccanismo del controllo emozionale e nel caso di chi è affetto da balbuzie, diventa un controllo della parte periferica del linguaggio, ossia, la parola.

La stragrande maggioranza della popolazione non controlla la parola mentre parla, sa che sarà un processo automatico, così come avviene nella deambulazione. Nessuno si sognerebbe di controllare e di verificare i movimenti delle gambe durante una passeggiata o durante una corsa, se lo facessimo, rischieremmo di bloccarci o di condizionare fortemente l’attività spontanea.

Pertanto, è il controllo il vero elemento negativo di chi balbetta (A. Bitetti, Emozioni, Comportamento e Controllo,2016) ed è un aspetto appreso da bambino, in concomitanza di eventi a forte valenza negativa, quale la nascita di un fratellino, la conflittualità tra genitori o esperienze diverse in cui predomina frustrazione e conseguente aggressività. Se lasciato libero di consolidarsi, a lungo andare, il meccanismo del controllo può creare un disturbo cronico, comunemente chiamato balbuzie.

Se mantenuto attivo, questo disturbo rischia di compromettere la normale crescita relazionale, ed emotiva del bambino. Se non curato profondamente, il bambino balbuziente può diventare un ragazzo balbuziente, o un adolescente balbuziente, fino a fargli acquisire da adulto, quello che il dott. Bitetti definisce: “l’abito del balbuziente”.

La balbuzie, o meglio la balbuzie primaria, nelle fasi iniziali è molto spesso un meccanismo adattativo in contesto di situazioni problematiche. Dovrebbe essere abbandonata in tempi brevi, ecco perché è necessario intervenire precocemente, soprattutto prima dell’inserimento del bambino a scuola, ancora meglio prima che si cronicizzi in maniera definitiva.

L’Approccio Integrato è una terapia d’avanguardia, una tecnica risolutiva, nel vero senso della parola. Non c’è terapia più precisa e profonda di questa, proprio perché va nella giusta direzione, che è poi quella di risolvere i delicati meccanismi interni ed esterni del problema.

La divulgazione dei libri sulla balbuzie sono un completamento di un processo di approfondimento, di un disturbo che non va assolutamente sottovalutato, soprattutto nella balbuzie infantile. Questa di solito, rappresenta un aspetto sintomatico di situazioni emotivamente forti e rappresentano una spia di un disagio interno che merita la massima attenzione e considerazione.

Inoltre, il dott. Antonio Bitetti ha esteso il suo modello di intervento di cura della balbuzie infantile anche in maniera preventiva, in quei bambini al di sotto dei 4-5 anni, che hanno mantenuto attivo il balbettìo, che vivono episodi di disfluenza, o di balbuzie primaria, ma non possono essere definiti bambini balbuzienti.

Questa estensione del suo “Approccio Integrato” è una conquista e una novità assoluta nel panorama nazionale, ed internazionale e si rivolge ai genitori che vorrebbero intervenire in tempi rapidi sui propri figli, ma non ricevono risposte adeguate da nessun ambito in Italia.

 

EPIDEMIOLOGIA DELLA BALBUZIE

Ricerche epidemiologiche sulla balbuzie.

La balbuzie interessa in prevalenza circa l’1-2% della popolazione mondiale, ma circa il 5% può dire di averne sofferto in qualche misura nel corso della propria vita, in particolare nei bambini. La differenza tra i due tassi è spiegabile con l’alta percentuale di remissione, circa il 75-80%, che avviene per lo più spontaneamente dai 12 ai 18 mesi di distanza dal momento dell’insorgenza, e che è da collocare tipicamente nella prima infanzia.

E’ possibile notare come la percentuale dei balbuzienti diminuisce con l’età, molto probabilmente, al ridursi del valore relazionale e dell’impegno sociale si riduce il valore che il balbuziente dà al potenziale del suo linguaggio.Da un punto di vista strettamente epidemiologico vi è un rapporto M/F di 3:1 / 4:1 Secondo un recente studio dell’Università di Amburgo pubblicato su Lancet, i balbuzienti soffrirebbero di un difetto di attivazione delle aree cerebrali che governano il linguaggio, difetto che potrebbe anche essere ereditario. Ciò spiegherebbe come mai il disturbo è più frequente nei maschi che nelle femmine e perché si presenta con maggiore probabilità in persone che hanno altri balbuzienti in famiglia.

Le ricerche di tipo genetico basate sugli antecedenti famigliari e sulla gemellarità monozigote fanno ritenere che la balbuzie venga trasmessa per via genetica, e anche se il meccanismo di trasmissione resta sconosciuto, il rischio di balbuzie fra i parenti biologici di primo grado è più del triplo rispetto al rischio nella popolazione generale.

Studi di brain imaging con SPECT, PET e RMN cerebrale funzionale in soggetti balbuzienti e non balbuzienti, quando balbettavano, parlavano senza balbettare, erano in condizioni di riposo, oppure prima e dopo l’intervento terapeutico. I risultati evidenziano che i processi cerebrali relativi alla produzione del parlato (di tipo semantico, sintattico, fonologico e articolatorio) sono fortemente compromessi nel parlato disfluente e fluente del balbuziente, mentre è ancora controverso se i balbuzienti siano diversi dai normoloquenti, anche in condizioni di riposo.

Diversi altri studi mostrano anomalie nell’attivazione di alcune regioni cerebrali (per es. la corteccia prefrontale e frontale) e del cervelletto, e tutti hanno riportato differenze tra i balbuzienti e i controlli per la lateralizzazione cerebrale (nei balbuzienti l’emisfero destro è più attivo rispetto ai non balbuzienti).

L’ambiente gioca un ruolo fondamentale nell’instaurarsi della balbuzie, tipico è quello familiare rigido, perfezionistico, con genitori ansiosi che sottolineano ogni minima presunta anomalia nei figli. Se viene preso di mira il linguaggio si innesca nei figli un legame tra questo e l’ansia da prestazione.

Secondo un punto di vista organicistico vi sarebbe una predisposizione organica(genetica o acquisita) su cui agiscono fattori scatenanti ambientali (familiari,scolastici, sociali in genere, eventi drammatici, traumi psichici, o anche nascita di un fratellino). Questi studi danno molto valore a quelle funzioni del linguaggio che si trovano sul lato sinistro del cervello e pare che i balbuzienti mostrano un’attivazione anche del lato destro, probabilmente per compensare la mancanza di efficienza dell’altro emisfero