BALBUZIE – UNA PROPOSTA AL MINISTERO SALUTE

Descrizione ed analisi del problema balbuzie:

La balbuzie interessa circa il 1-2% della popolazione, con incidenza maggiore nel sesso maschile, su dieci casi di balbuzie, otto sono sicuramente di sesso maschile, interessando persone di ogni estrazione sociale e in ogni parte del mondo. Già questo aspetto potrebbe essere un importante motivo di ricerca nel cercare di dimostrare la valenza socio-relazionale del disturbo o, eventuali implicazioni di diverso ordine.

Il balbuziente sa quello che vuole verbalizzare ma non riesce ad esprimerlo, non c’è sinergia tra pensiero e parola. Nella maggior parte dei soggetti balbuzienti, per dei motivi estremamente variabili, esiste una disorganizzazione tra il pensiero ed il linguaggio. Troppo tempo passa tra ciò che c’è da dire e la possibilità di dirlo. Secondo il noto studioso spagnolo De Ajuriaguerra, la balbuzie è un disturbo di realizzazione della lingua parlata nell’ambito della relazione interpersonale.

Le teorie relative all’eziologia della balbuzie sono divergenti secondo i paesi e secondo le scuole di pensiero, invece tutti concordano nel riconoscere a questo disturbo due diverse forme:
1. FORMA CLONICA,
la cui caratteristica è la ripetizione di una sillaba o di una lettera.
2. FORMA TONICA ,
che presenta un aspetto spasmodico della parola, con dei blocchi più o meno gravi sia nell’iniziare che nel corso del discorso e che a volte può essere accompagnata anche da sincìnesie, ovvero movimenti involontari della mimica facciale in funzione di compensazione per il vuoto verbale che si viene a creare.
Esiste poi una terza forma di balbuzie, che comprende entrambe le due forme sopra citate e che viene chiamata: FORMA MISTA.   

Si incomincia a parlare di balbuzie vera e propria non prima dei 5 o 6 anni, una leggera forma in età inferiore, può essere quella che viene chiamata FORMA TRANSITORIA  ed è in rapporto ad una fisiologica evoluzione della normale acquisizione linguistica.
In effetti, si può fare diagnosi precisa di balbuzie solo quando il meccanismo si è ormai consolidato nel modo e nel tipo di comunicazione del bambino, cioè quando si è: CRONICIZZATO.

Consiste in un insieme di alterazioni del ritmo e della fluidità dell’espressione verbale e viene vissuto da chi ne è affetto con grande sofferenza e disagio, perché il rallentamento nel parlare non riguarda assolutamente il pensiero; il soggetto sa benissimo ciò che desidera dire, ma fatica a dirlo.

Un’altra definizione più utilizzata in campo diagnostico psicologico è quella che definisce tale disordine come un disturbo multifattoriale della personalità con rilevanti componenti psicologiche e ambientali. Ma è il Dott. Antonio Bitetti a dare un ulteriore contributo alla ricerca, attraverso l’introduzione del fattore controllo sulla fonazione, quale elemento centrale del problema balbuzie. Un meccanismo che scatta per frenare una sottostante energia aggressiva che il balbuziente ha difficoltà a gestire in maniera adeguata. Un aspetto frenante che va a compromettere la giusta capacità relazionale del soggetto balbuziente.

Soluzioni ed interventi proposti sulla base delle evidenze scientifiche:

Attualmente, vi è una sostanziale contraddizione nell’offerta terapeutica riguardante la balbuzie. Difatti, tutte le tecniche fonatorie e rieducative del linguaggio, così massicciamente proposte, partono dal presupposto che questo disturbo sia di linguaggio. Ma in sostanza non è così, poichè come è stato già descritto, il balbuziente nel chiuso della propria stanza, non sottoposto a giudizio altrui, non balbetta mai. E’ evidente quindi che il balbuziente in cuor suo, sa di parlare bene, ma sa anche e vorrebbe spiegarlo a tutti, che il suo vero problema, è solo di relazione.

Già nel 1999, il Dott. Bitetti affermò questo concetto in un importante congresso di Foniatria e di Logopedia e nel 2000 ebbe a confrontarsi con il Prof.Yairi dell’Università di Chicago, il quale sosteneva la probabile origine genetica di tale problema. Il Prof. Bitetti, invece, sottolineava e tuttora sostiene la necessità di virare la ricerca su ben altri aspetti, poiché è ormai risaputo che il balbuziente parla benissimo, non ha bisogno di rieducazioni fonatorie, poiché il suo vero problema e lo sa riconoscere da solo, è il sofferto impatto con gli altri esseri umani, così come accade per il timido.

La sola differenza tra il timido ed il balbuziente è data dal fatto importante che il balbuziente esercita un potente meccanismo di controllo sulla sua bocca, tendente a frenare quella energia a matrice aggressiva, necessaria per competere normalmente con i propri simili. La balbuzie poggia su tre aspetti fondamentali: una idea  autosvalutativa di fondo, una proiezione sugli altri dello stesso tipo di giudizio negativo ed infine, quell’elemento di controllo, come aspetto finale, nel tentativo irrazionale di poter gestire l’intera situazione durante il sofferto impatto relazionale.

Partendo da queste riflessioni, nel 1997, il Dott.. Antonio Bitetti ha fondato con risorse proprie, l’Istituto Europeo per la Balbuzie e la Psicologia della Comunicazione. Nel 2010 è diventato editore, nell’intento di dare una svolta  nella divulgazione di concetti più evoluti e di  proporre una terapia innovativa, frutto delle sue intuizioni personali, dopo aver superato brillantemente la propria balbuzie con una esperienza di gruppo-analisi su suggerimento dell’Illustre Prof. Leonardo Ancona, allora Direttore della Cattedra di Psichiatria  dell’Università Cattolica di Roma e dopo ricerche di tipo cognitivo-comportamentale, condotte con il compianto Prof. Cesare De Silvestri, pioniere in Italia di questo importante filone di ricerca psicologica.

Sostenendo la matrice eminentemente relazionale di questo diffuso disturbo, è importante evidenziare un altro aspetto rilevante di tutta questa dinamica e cioè, che il balbuziente è condizionato anche dal feedback generato dall’ascolto del suo balbettare. Infatti, una importante ricerca dell’Università di Edimburgo ha prodotto negli anni’80 uno strumento tecnologico che permetteva di annullare, attraverso un cicalino, emesso durante  l’emissione, l’ascolto della propria voce (Edinburgh Masker).Questa ulteriore prova conduce inevitabilmente al fatto che il balbuziente è fortemente condizionato nella sua prestazione verbale, perché tende a subire la relazione umana, anziché gestirla in maniera propositiva e produttiva.

Tutto il dinamismo del balbettare si traduce in un dispendio imponente di risorse potenziali, di mancate affermazioni personali e che vanno a ripercuotersi sul dinamismo generale e soprattutto sociale. A volte si sottovalutano le tante risorse umane sprecate attraverso inutili e sterili atteggiamenti, ma non dovremmo continuare a chiudere gli occhi di fronte a tale annichilimento. La salute di un popolo è alla base della sua realizzazione e affermazione, poiché tutti concorrono a tale progetto. A questo intento è chiamato anche il balbuziente e non può più nascondersi dietro questo sintomo.

Fattibilità/criticità delle soluzioni e degli interventi proposti

Fermo restando che il progetto “ Approccio Integrato” è un modello ormai collaudato da circa venti anni, su scala nazionale ed internazionale e di cui hanno usufruito diverse migliaia di pazienti, di ogni fascia di età. L’idea di fondo è quella di renderlo ancora più fruibile, soprattutto da quella parte di popolazione, ormai la maggioranza, che fa fatica a trovare le risorse disponibili per accedervi.

Sul piano scientifico e dei risultati, questo approccio è di sicuro il più avanzato presente sul mercato nazionale poiché affronta la balbuzie a 360°. Difatti, l’intento del progetto riguarda anche la misurabilità data dal confronto tra il nostro modello terapeutico e le tecniche rieducative proposte dal SSN o da altre strutture similari presenti sul territorio italiano.

L’ideale sarebbe quello di creare una commissione scientifica e valutare le performance dell” Approccio Integrato” con tutte le altre metodologie e definire quella più efficace a ottenere risultati ottimali e duraturi. Per fare ciò è necessario attingere a risorse finanziarie che allo stato attuale delle cose, è difficile da ottenere ed anche perché vincere un bando di concorso ministeriale aumenterebbe sensibilmente la caratura ed il valore scientifico del lavoro del Dott. Bitetti, il quale da parte sua ha già dimostrato ampiamente le basi su cui poggia il proprio lavoro di ricerca e di cura della balbuzie.

La fattibilità è data soprattutto dai tantissimi pazienti che chiedono informazioni al libero mercato, riconoscendo una cronica carenza ed una latitanza delle istituzioni pubbliche nel dare risposte concrete ed efficace a chi soffre di questo disturbo della comunicazione, come già ampiamente descritto nelle pagine precedenti. Ed infine, e non di minore importanza, le continue richieste che arrivano a noi, da parte di addetti ai lavori che vorrebbero formarsi ad una cultura avanzata nell’approccio di cura della balbuzie. I tempi sono oramai maturi per un cambiamento nella impostazione di cura e da più parti si è pronti a recepire l’innovazione ed il cambio di passo, passando da una impostazione semplicemente rieducativa, ad una impostazione olistica, che tiene conto del sintomo, ma non trascura tutti quei fattori, interni ed esterni del problema.

Criticità

La criticità è rappresentata soprattutto dal fattore culturale. Dopo diversi decenni di cultura rieducativa, il mondo sanitario, a vari livelli, indirizza i pazienti affetti da balbuzie verso soluzioni terapeutiche rieducative o riabilitative, trascurando i tanti aspetti sopraelencati.

Si è strutturata nel tempo, una cultura e in maniera stereotipata, la si ritiene la più adatta, semplicemente perché storicamente è quella proposta dalla sanità pubblica. In tutti questi anni non si è mai fatta ricerca seria e questo ha facilitato anche il pullulare di risposte di cura tra le più strane e disparate, basterebbe dare una occhiata su internet, a tutto svantaggio della qualità e dell’efficacia del servizio offerto.

Vi è la necessità di un cambiamento culturale e metodologico, ma questo richiede proposte e soprattutto, una formazione che spinga ad una visione moderna del problema. Ma come tutti sappiamo non è facile adattarsi ad un nuovo modello, soprattutto se non è supportato da evidenze statistiche e di risultati. Ecco la necessità di una sperimentazione capillare che coinvolga le strutture già presenti sul territorio, ma che abbiano a cuore l’interesse della popolazione bisognosa di cure, le migliori presenti sul territorio.

IL METODO DI CURA DEL DOTT. BITETTI

Il metodo di cura del Dott. Bitetti

Il dott. Antonio Bitetti fondatore dell’Istituto Europeo Balbuzie è l’ideatore dell’ Approccio Integrato, un innovativo modello d’avanguardia nell’interpretazione e nella cura della balbuzie, in età pediatrica e nell’adulto. Da anni è attivamente impegnato in Italia e all’estero nella divulgazione delle sue ricerche e in questo campo sono di sicuro d’eccellenza, non solo da un punto di vista interpretativo, ma anche metodologico. Ricerche ormai da tempo apprezzate anche in altri paesi.

É autore di numerose pubblicazioni per rubriche e riviste scientifiche e di diversi libri sulla balbuzie, tra cui ( La Balbuzie Approccio Integrato, 2010) e l’ultimo (Emozioni, Comportamento e Controllo, 2016) che affrontano il dinamismo interno del controllo della fonazione e delle emozioni, vero fattore destruente di tutta la problematica. Le ricerche del dott. Bitetti, presentate anche in importanti convegni nazionali ed internazionali, in qualità di membro associato della prestigiosa associazione americana A.P.A. (American Psychological Association), nascono da una lunga esperienza professionale, a partire da un personale vissuto di balbuzie e da un percorso formativo di gruppo-analisi che gli hanno permesso di gettare una luce sui dinamismi interni di questo problema.

Secondo diverse statistiche, la balbuzie interessa circa il 2-3% della popolazione, con incidenza maggiore nel sesso maschile, interessando persone di ogni estrazione sociale e in ogni angolo del pianeta. In una recente intervista rilasciata dal dott. Bitetti ad una emittente televisiva spagnola, la giornalista che lo intervistava dichiarava che in Spagna ci sono 800.000 balbuzienti.

É giusto sottolineare che la ricerca scientifica in questo campo è un po’ carente, manca una visione d’insieme riguardo alle cause e al modo di affrontare tutta la problematica. La cura della balbuzie è lasciata prevalentemente a figure professionali che curano di solito la componente esterna, cioè quella disarticolazione del linguaggio, tipica di chi balbetta. Nel balbuziente si osserva una certa limitazione o cattiva gestione delle proprie energie, soprattutto quelle a valenza aggressiva. Come se volutamente si censurasse la possibilità di aumentare il “tono emozionale”, provandone paura.

Quello che è certo e lo sottolineano tutti coloro che balbettano è che il balbuziente nel chiuso della sua stanza, non sottoposto a giudizio altrui, parla benissimo. E’ il confronto con gli altri che crea maggiori difficoltà nel balbuziente. Vive con disagio la relazione, soprattutto con persone estranee, o ritenute autorevoli, come succede spesso nel bambino a scuola, posto davanti agli insegnanti e alla intera classe, dove deve dimostrare il suo valore. E’ l’impatto con gli altri che scatena tutta una serie di idee che condizionano poi la componente emotiva e comportamentale.

In un importante convegno di Foniatria e Logopedia il dott. Antonio Bitetti ha evidenziato alla platea di specialisti la sua interpretazione riguardo al significato interno della balbuzie, spiegando come da un sottostante senso di autosvalutazione, il balbuziente innesca un temuto giudizio altrui e procede con un controllo sul linguaggio, nell’idea irrazionale di poter gestire al meglio la situazione. Elementi cognitivi errati che una volta appresi in età infantile possono permanere nell’età adulta, condizionando negativamente la normale fluidità verbale. Questa è la sequenza di pensiero che opera sistematicamente nella mente del balbuziente quando si relaziona con gli altri (XXXIII° Congresso Nazionale di Foniatria e Logopedia, Bari,1999, abstracts).
L’origine più plausibile circa le cause della balbuzie, da sempre ipotizzata dal dott. Bitetti è fatta risalire nell’infanzia del bambino, durante il periodo della cosiddetta balbuzie primaria, quando ha sperimentato le prime grosse difficoltà. Riconducibile in parte ad una iperprotezione nello stile affettivo-educativo, a forti sentimenti di frustrazione e gelosia connessi alla nascita di un fratellino o di una sorellina, a stili educativi protesi al perfezionismo e alla scarsa tolleranza all’errore, oppure ad esperienze a forte connotazione conflittuale.
Di sicuro, dopo una frustrazione ha sperimentato una forte reazione aggressiva, ed ecco perché il balbuziente è in difficoltà nell’esprimere la sua energia, poichè tende a bloccare la parte propulsiva di se, come se ne avesse timore, nel ricordo di quella primitiva esperienza.

Da sempre, la balbuzie viene trattata con tecniche fonetiche e/o logopediche, le quali partono dal presupposto che la balbuzie abbia delle implicazioni neurologiche di fondo e perciò, tendono a curare il problema andando a rieducare il linguaggio, nel tentativo di armonizzarlo, con metodiche basate molto spesso su esercizi di modulazione del linguaggio, a partire dal canto, o con tecniche di respirazione, o abbinando entrambe.

L’Approccio Integrato del dott. Bitetti affronta la balbuzie nella modalità integrata, unica terapia nel suo genere in Italia e in Europa. Questo metodo di cura va ad affrontare non solo la parte manifesta del problema, cioè quella disfluenza tipica del balbuziente, in tutte le sue manifestazioni, ma va ad intervenire in tutta quella dinamica psicologica che altri tipi di intervento non affrontano mai o rifiutano di affrontare. Non si può curare la balbuzie se non si cura il balbuziente ( cit. dott. Antonio Bitetti)

LOGOPEDIA E METODI DI CURA DELLA BALBUZIE NEI BAMBINI

Metodiche di intervento rieducativo nella cura della balbuzie

Le tecniche logopediche attuate nella cura della balbuzie sono svariate, e si basano soprattutto in pratiche di rilassamento, di controllo della respirazione e della emissione delle parole, nello sviluppo delle abilità verbali e non-verbali del linguaggio, oltre a l’incoraggiare l’interazione comunicativa.

Ma non sempre la rieducazione logopedica ha successo: dopo cicli di rieducazione che hanno avuto buon esito, la balbuzie spesso si ripresenta, e magari succede che il paziente riesca a non balbettare più durante le sedute con la logopedista, per poi riprendere a balbettare appena esce dalla stanza.

Il metodo del riordinamento semantico proposto invece da Johnson consiste nell’eliminazione nel balbuziente dell’idea negativa che lo assilla sempre prima di parlare: esso mira ad un rafforzamento della personalità, ad una ricerca continua della fiducia in se stessi.

Invece, il metodo di  Bloodstein si sforza di conoscere la personalità di chi è affetto da balbuzie: l’azione terapeutica in questo caso deve focalizzarsi sull’accettazione di fronte a se stesso e agli altri, del proprio disturbo. Di solito tale “confessione” avviene nelle “cliniche del linguaggio” dinanzi a coloro che accettano la condizione e ad altri simili.

Altro intervento, più teorico che pratico, è la teoria di J. Sheenhan sul “conflitto di avvicinamento e di allontanamento” lo psicologo Sheenhan ha tentato di capire se la balbuzie dipende da un conflitto di avvicinamento e i contenuti.

Anche il Lidcombe Program è un programma di trattamento della balbuzie. Tanti bambini superano il problema delle balbuzie nel periodo prescolastico. Ma questo non vuol dire che non bisogna cercare consigli o terapie. E` assolutamente normale per i genitori porsi delle domande su cosa devono fare per i loro bambini balbuzienti e come cercare i consigli giusti. Non è possibile sapere in anticipo se il proprio bambino guarirà da solo senza terapia, quindi se il bambino comincia a balbettare, è raccomandabile cercare consigli da un esperto al più presto.

Il professionista consiglierà se la terapia è necessaria e quando dovrebbe cominciare. Diversi test clinici nel mondo appoggiano l’uso del “Lidcombe Program” per curare bambini in età prescolare che balbettano. Con il “Lidcombe Program”, i genitori incoraggiano gentilmente i figli impegnati nelle loro attività quotidiane a parlare senza balbettare, e misurano la severità delle balbuzie ogni giorno. E` molto importante che la terapia sia fatta seguendo le istruzioni dell’esperto.

La media per guarire dal problema delle balbuzie, o comunque di ridurlo quasi del tutto, è circa quattro mesi. Ciò nonostante, dal momento che si tratta solo di una media, potrebbe volerci più tempo. Il professionista mostrerà come fare il “Lidcombe Program” e controllerà che lo si faccia in maniera corretta. Bisognerà fare una visita in clinica ogni settimana. La presa in carico di un bambino di cinque anni affetto da disfluenza sia essa tonica, o clonica oppure mista non è cosa semplice, è fondamentale effettuare una buona anamnesi per comprendere quanto questo disturbo influisca sulla qualità della vita del bimbo/a e quanto non sia un “problema” percepito dai genitori.

L’approccio più largamente conosciuto è stato pubblicato nel 1973 da Charles Van Riper, approccio conosciuto anche come terapia di modifica del blocco. Questo metodo, è volto ad eliminare le tensioni psichiche del soggetto. Il problema fondamentale, dice questo terapeuta, consiste nel convincere il balbuziente a non preoccuparsi per come parla e a parlare molto, occupandosi di ascoltare l’aspetto sonoro della parola.

Come previsto da Van Riper, la terapia di modifica della balbuzie prevede quattro fasi:

Nella prima fase, chiamata identificazione, il balbuziente con l’aiuto di un professionista identifica i comportamenti principali e secondari, i sentimenti e gli atteggiamenti che caratterizzano il proprio disturbo.

Nella seconda fase, chiamata desensibilizzazione, il disfluente lavora per ridurre paura ed ansia attraverso la diminuzione dei comportamenti tipici del balbuziente, affrontando i suoni difficili da pronunciare, le parole, le situazioni “a rischio” e balbettando volontariamente (“balbuzie volontaria”).

Nella terza fase, chiamata modificazione, il balbuziente imparare a “balbettare con disinvoltura”. Ciò può essere fatto per mezzo di: “cancellazioni” (fermandosi ai blocchi, facendo piccole pause e dicendo la parola di nuovo), “uscite” dai blocchi a favore della parlata fluente, “azioni preparatorie” prevedendo le parole nelle quali si potrebbe balbettare e utilizzando su di esse la “balbuzie disinvolta”.

Nella quarta fase, chiamata stabilizzazione, il balbuziente prepara esercizi di prova, predispone le “azioni preparatorie” e le uscite automatiche dai blocchi e infine abbandona la propria convinzione di essere una persona che balbetta, considerando sé stesso un individuo che parla fluentemente nella maggior parte del tempo ma, che occasionalmente balbetta moderatamente.

EPIDEMIOLOGIA DELLA BALBUZIE

Ricerche epidemiologiche sulla balbuzie.

La balbuzie interessa in prevalenza circa l’1-2% della popolazione mondiale, ma circa il 5% può dire di averne sofferto in qualche misura nel corso della propria vita, in particolare nei bambini. La differenza tra i due tassi è spiegabile con l’alta percentuale di remissione, circa il 75-80%, che avviene per lo più spontaneamente dai 12 ai 18 mesi di distanza dal momento dell’insorgenza, e che è da collocare tipicamente nella prima infanzia.

E’ possibile notare come la percentuale dei balbuzienti diminuisce con l’età, molto probabilmente, al ridursi del valore relazionale e dell’impegno sociale si riduce il valore che il balbuziente dà al potenziale del suo linguaggio.Da un punto di vista strettamente epidemiologico vi è un rapporto M/F di 3:1 / 4:1 Secondo un recente studio dell’Università di Amburgo pubblicato su Lancet, i balbuzienti soffrirebbero di un difetto di attivazione delle aree cerebrali che governano il linguaggio, difetto che potrebbe anche essere ereditario. Ciò spiegherebbe come mai il disturbo è più frequente nei maschi che nelle femmine e perché si presenta con maggiore probabilità in persone che hanno altri balbuzienti in famiglia.

Le ricerche di tipo genetico basate sugli antecedenti famigliari e sulla gemellarità monozigote fanno ritenere che la balbuzie venga trasmessa per via genetica, e anche se il meccanismo di trasmissione resta sconosciuto, il rischio di balbuzie fra i parenti biologici di primo grado è più del triplo rispetto al rischio nella popolazione generale.

Studi di brain imaging con SPECT, PET e RMN cerebrale funzionale in soggetti balbuzienti e non balbuzienti, quando balbettavano, parlavano senza balbettare, erano in condizioni di riposo, oppure prima e dopo l’intervento terapeutico. I risultati evidenziano che i processi cerebrali relativi alla produzione del parlato (di tipo semantico, sintattico, fonologico e articolatorio) sono fortemente compromessi nel parlato disfluente e fluente del balbuziente, mentre è ancora controverso se i balbuzienti siano diversi dai normoloquenti, anche in condizioni di riposo.

Diversi altri studi mostrano anomalie nell’attivazione di alcune regioni cerebrali (per es. la corteccia prefrontale e frontale) e del cervelletto, e tutti hanno riportato differenze tra i balbuzienti e i controlli per la lateralizzazione cerebrale (nei balbuzienti l’emisfero destro è più attivo rispetto ai non balbuzienti).

L’ambiente gioca un ruolo fondamentale nell’instaurarsi della balbuzie, tipico è quello familiare rigido, perfezionistico, con genitori ansiosi che sottolineano ogni minima presunta anomalia nei figli. Se viene preso di mira il linguaggio si innesca nei figli un legame tra questo e l’ansia da prestazione.

Secondo un punto di vista organicistico vi sarebbe una predisposizione organica(genetica o acquisita) su cui agiscono fattori scatenanti ambientali (familiari,scolastici, sociali in genere, eventi drammatici, traumi psichici, o anche nascita di un fratellino). Questi studi danno molto valore a quelle funzioni del linguaggio che si trovano sul lato sinistro del cervello e pare che i balbuzienti mostrano un’attivazione anche del lato destro, probabilmente per compensare la mancanza di efficienza dell’altro emisfero

EMOZIONI E BALBUZIE

Una cosa accomuna tutti gli esseri viventi: le emozioni. Che ne siano consapevoli o meno, vivono in ogni istante un flusso emotivo straordinario: gioia, tristezza, paura, ansia, angoscia, euforia, ecc.

RICERCA SCIENTIFICA E BALBUZIE

La ricerca scientifica nel campo della balbuzie

Sul problema specifico della balbuzie, la ricerca scientifica da troppo tempo stenta a decollare, anzi, per dirla tutta, in questo campo siamo molto lontani da un modello di ricerca interdisciplinare e su vasta scala che dovrebbe tendere a dare risposte adeguate sulle implicazione di aspetti cognitivi ed emozionali del linguaggio.

Sarebbe opportuno produrre nuovi dati statistici, che potrebbero rappresentare un importante serbatoio da dove attingere risposte adeguate per screening a breve, medio e lungo termine.

Sarebbe di notevole interesse per la ricerca anche un confronto tra le diverse scuole interpretative e metodologiche, per cercare di dare un nesso causale tra eventuali aspetti organici del problema, ovvero la predisposizione o la familiarità del disturbo e tutti quegli aspetti psicologici ed ambientali che condizionano la prestazione verbale in contesti diversi.

Se ci mettessimo nei panni di una famiglia che ha un figlio balbuziente, ci troveremmo a che fare con una realtà decisamente complessa in cui la proposta di intervento è soprattutto quella logopedica, almeno nelle strutture pubbliche.

I professionisti che operano con questa impostazione, da sempre quella di riferimento nell’ambito della sanità pubblica, certamente si impegnano a fare al meglio il loro lavoro, ma ammettono candidamente di non avere i requisiti formativi, oltre che interpretativi del disturbo che sono chiamati a trattare.

Anche lo specialista medico, punto di riferimento del settore, non ne sa di più e solitamente, per prassi, delega l’intervento alle logopediste. Manca la visione d’insieme da molti auspicata e fortemente richiesta, soprattutto da chi vive in prima persona la difficoltà del problema.

Persino il pediatra, che a volte è lo specialista di prima istanza consultato dalla famiglia non dice tanto, si sofferma a dare delle rassicurazioni. Ipotizzando che la balbuzie possa avere una evoluzione positiva con il passare del tempo, tende a tranquillizzare i genitori, nell’attesa che eventi occasionali modifichino in meglio la condizione.

Si sa che la balbuzie, ed è un dato statistico, una volta consolidata, cronicizzata, con l’entrata del bambino a scuola, tende a permanere nel repertorio comportamentale, fino ad incitarsi nella personalità, diventando quel disturbo complesso appena descritto.