IL CONTROLLO DELLE EMOZIONI NEL DINAMISMO DELLA BALBUZIE

 

IL CONTROLLO DELLA PAROLA

Il controllo della bocca che osservo sistematicamente nei miei pazienti affetti da balbuzie, nasconde una tendenza a trattenere emozioni intrise di rabbia e di aggressività. E’ possibile  notare anche una forte tendenza a trattenere le emozioni positive, fatte di gioia e di abbandono fiducioso alla vita. Come se il balbuziente vivesse il tutto in una dimensione di forte rigidità, con la propensione a chiudere il rubinetto energetico, nella irrazionale paura di chissà quali effetti.

Nella letteratura scientifica riguardante le ricerche sulla balbuzie, non vi sono studi specifici che mettono in relazione il meccanismo di controllo dell’apparato fonatorio e la sintomatologia del balbettare. Io ho cominciato a parlarne già molti anni fa (Bitetti A. Analisi e prospettive della balbuzie, Verona, 2001) e ho continuato le mie ricerche, anche attraverso il lavoro costante con il modello di terapia da me ideato e denominato:  “Approccio Integrato” (Bitetti A. La Balbuzie Approccio Integrato, Milano, 2010).

Se dovessi definire in maniera pratica cos’è il problema della balbuzie, direi con una certa sicurezza, dettata da una ventennale esperienza di lavoro in tale settore, che il balbuziente balbetta, perché adotta una strategia psicologica antitetica al normale funzionamento della fonazione.

Affermare questo non è semplice, neanche per me che curo balbuzienti da molti anni, perché non è semplice pensare che un meccanismo di controllo possa essere così diretto ad influenzare negativamente il linguaggio; eppure, le prove a mia disposizione orientano tutte in questa direzione.

Difatti, qualsiasi strategia che distolga l’attenzione dal controllo sulla parola, permette rapidamente al balbuziente di esprimersi normalmente. Il controllo nella balbuzie è una cattiva abitudine appresa e mantenuta viva per parecchio tempo. Siamo in presenza di un apprendimento sbagliato, ma probabilmente adattativo in una esperienza ritenuta critica in un dato periodo dell’infanzia. Il problema nasce quando quel comportamento viene protratto nel tempo, credendo che l’emergenza debba durare necessariamente al di là di quel periodo.

 

IL NORMOLOQUENTE NON CONTROLLA IL SUO LINGUAGGIO

Mentre il normoloquente, cioè colui che non balbetta, non controlla la bocca in nessuna circostanza della vita di relazione, il balbuziente, invece, controllando massicciamente il suo linguaggio nel momento in cui si relaziona, condiziona negativamente il suo linguaggio. Quando è da solo, nel chiuso della propria stanza, il balbuziente non attua questo meccanismo di controllo e quindi, parla liberamente. Questo, perché tale meccanismo è strettamente connesso al timore di essere giudicato negativamente dagli altri, poiché molto probabilmente è già forte il giudizio negativo verso se stesso.

Tante volte, soprattutto nella balbuzie di tipo tonico, dove il controllo è davvero eccessivo, il corpo fa scattare dei meccanismi di compensazione, comunemente chiamate sincinesie. Questi, sono dei meccanismi  involontari della muscolatura facciale, che servono ad antagonizzare quella sensazione di vuoto che il balbuziente avverte nel momento in cui, da una parte vorrebbe parlare liberamente e dall’altra, frena questa possibilità.

Potremmo accostare questo concetto ad un esempio pratico, quale il meccanismo di pescaggio di un liquido attraverso una pompa. Se il motore della pompa funziona bene ed il liquido è presente nella vasca di estrazione, non ci dovrebbero essere problemi a trasferire il liquido dalla vasca all’esterno. Ma, se la cannula di pescaggio, per un problema qualsiasi avesse una ostruzione, allora la pompa agirebbe inutilmente, producendo un tipico rumore di un meccanismo non funzionante, che potremmo definire “meccanismo a vuoto”.

Il vuoto che si viene a creare durante il blocco della parola, fa avvertire una sensazione di impotenza,  espressione tipica di una persona che si chiede cosa stia succedendo, ma che non riesce a dare una spiegazione adeguata. La spiegazione sta nel fatto che, una parte della personalità vorrebbe agire in maniera produttiva e propositiva, mentre dall’altra, opera una forza antagonista che frena questa possibilità. Lo stupore che prova il balbuziente è da attribuire a quella parte di sè che si chiede: “chi e perché ha frenato il mio linguaggio?”.

Sta proprio in quest’ultimo passaggio il vero concetto di controllo sulla propria parola, vero ed autentico problema del balbuziente. Tale potente meccanismo di controllo limita la possibilità di quella libertà espressiva caratteristica invece di chi non ha mai sofferto di balbuzie e che può permettersi invece di vedere nel proprio linguaggio un potente strumento di comunicazione e di affermazione sociale.

Nella mia lunga pratica professionale, utilizzando tecniche di depolarizzazione del controllo della bocca, da me messe a punto, ho maturato prove evidenti  che confermano chiaramente tutto questo. Più si controlla e più si balbetta, la sintomatologia del balbettare è direttamente proporzionale al grado di controllo, che diventa una zavorra.

La bocca va lasciata libera, non ha necessità di essere controllata in continuazione, invece ostacolando questa libertà si ha un effetto contrario alla normale fisiologia umana. Di suo, il controllo è un meccanismo antitetico alla libertà di azione e preclude la possibilità di dare al balbuziente la possibilità di parlare liberamente.

 

IL RAPPORTO TRA BALBUZIE ED ESPRESSIONE

Il balbuziente è molto più attento, anzi esageratamente attento, al modo in cui si esprimerà nel momento della interazione. Come quando si guarda un quadro importante: “si è più attenti al dipinto o alla cornice?”. Certamente anche la cornice ha il suo valore, anche estetico, ma l’opera pittorica rappresenta indubbiamente l’elemento centrale di quello che si sta ammirando.

Ovviamente, non possiamo affermare che il balbuziente sottovaluti il contenuto che esprime, ma è estremamente attento alla cornice. Nella pretesa perfezionistica di trovare la migliore elaborazione concettuale ed espressiva, inciampa, ed è il caso di dirlo, proprio nel risultato opposto e quindi, balbetta.

Non è possibile mantenere lo stesso livello di attenzione per ogni azione, è una questione di economia psichica, come nel caso del bambino piccolo che sta iniziando ad imparare a camminare. Nelle prime fasi muove le gambe con difficoltà, alcune volte ha paura di cadere, ma una volta acquisita la capacità di camminare, essa va da sé, non si ha più nessun motivo di prestare la stessa attenzione di prima.

Questo vale anche per il linguaggio, che pur essendo una capacità innata nell’uomo ha bisogno di un certo periodo di tempo per poter esprimere appieno tutta la propria potenzialità. (ChomskyN.,1971). Una volta portato a termine il processo di acquisizione, il bambino si sente sufficientemente sicuro e comincia, con il procedere degli anni, a crearsi una meta più alta e cioè, l’arricchimento del repertorio lessicale e grammaticale.

E’ importante tener presente che il controllo, in un quadro generale di economia psichica ha dei costi, proprio in termini di dispendio energetico, perché non solo va ad invalidare la qualità dell’azione che si vorrebbe attuare, come nel caso del linguaggio, ma il meccanismo frenante, in se per se ha anch’esso un valore energetico e quindi, vi è una somma di effetti negativi su tutto il quadro energetico complessivo.

Del perché il balbuziente frena durante la relazione e non frena il proprio linguaggio nella classica situazione in cui è da solo, è un motivo che ho più volte analizzato nei miei precedenti lavori editoriali (Bitetti A., 2001, 2006, 2010, 2016). L’essere chiamato ad interagire scatena tutta una serie di meccanismi psichici e reazioni fisiologiche.

La paura di balbettare porta ad una costante attenzione su come si vuole esprimere, sul controllo in termini di previsione del giudizio altrui ed infine, su quello più realistico e logico che riguarda ciò che si vuole dire. Con una tale sequenza di pensiero, a dir poco eccessiva, è facile incappare in uno stato d’ansia compromettendo l’eloquio stesso.

 

L’AGGRESSIVITA’ COSTRUTTIVA

L’aggressività costruttiva ha un ruolo fondamentale nell’evoluzione personale e sociale di ogni individuo. Questo tipo di energia ha lo scopo prevalente di crearsi spazi operativi nella dinamica relazionale e sociale. Essa, permette all’individuo di penetrare nella rete di rapporti, aumentando considerevolmente le probabilità di affermazione e di successo personale e professionale. Se questa energia subisce delle distorsioni cognitive, invalida successivamente le emozioni e i comportamenti che ne conseguono, ponendo le basi per l’instaurarsi di una difficoltà.

Sono pienamente d’accordo sull’interpretazione data da (Frielingsdorf K., 2002, pag.17) il quale in un suo saggio, parla della valenza positiva della aggressività, come di una forza vitale per valorizzare la propria capacità di relazione. Egli facendo una distinzione tra diversi tipi di forze aggressive che lui definisce aggressioni, si sofferma soprattutto su quelle aggressioni che promuovono la vita. Le aggressioni che promuovono la vita e la relazione, operano come forze creative, costruttive e formative che fondano la vita e la relazione ed infine sono indirizzate all’amore, che a sua volta libera nuove energie.

Pensare in termini positivi di sé e delle proprie qualità di base, aumenta prima a livello cognitivo e poi a livello emotivo l’energia vitale, con una conseguente sensazione di benessere. Il linguaggio, come ogni altro elemento umano si avvale di questo flusso energetico, come linfa vitale, creando i presupposti per un tipo di comunicazione forte ed incisiva. Perché dunque avere paura di parlare, perché controllare la bocca e di conseguenza la parola, conoscendo già gli automatismi appresi del linguaggio?

Quando si ha paura di sbagliare, perché soggiogati da un sottostante senso di autosvalutazione, oppure ingabbiati da una pretesa perfezionistica, è facile esporsi al rischio di pensare di poter gestire l’intera situazione attraverso un meccanismo di controllo. Purtroppo, accade l’esatto contrario poichè, anziché facilitarne la gestione, la penalizza, andando a sottrarre quelle importanti risorse energetiche adatte ad un comportamento più deciso ed efficace.

Sembra che il balbuziente viva a metà la sua carica aggressiva e il suo sintomo esplicita chiaramente il suo problema. In tante circostanze, quando il balbuziente è fortemente adirato riesce a parlare bene: l’importante è che non metta in atto il meccanismo di controllo. In pratica, quando è fortemente arrabbiato e pensa esclusivamente al dimostrare il suo disappunto, la sua protesta, riuscendo a sganciarsi dal meccanismo di controllo sulla parola, questa diventa fluida e potente. Altre volte, ove permane il controllo, anche se c’è rabbia, può balbettare (Bitetti A., La Balbuzie Approccio Integrato, Milano, 2010). L’elemento che fa la differenza è senza dubbio l’attenzione costante, il controllo che rivolge alla sua bocca e simbolicamente alla sua parola, al significato relazionale che questa rappresenta nella dinamica sociale.

Ma il balbuziente, nella sua pratica di controllo abituale, ha una “ambizione” ancora maggiore. In tutti questi anni del mio lavoro ho indagato su un altro aspetto davvero interessante e cioè, egli tende a controllare non solo la dinamica precedentemente esposta ma tende a controllare anche il pensiero dell’interlocutore, molto probabilmente per tentare di prevenire atteggiamenti di derisione da parte di chi lo sta ascoltando e guardando.

Al telefono, per esempio, il balbuziente ha più difficoltà del solito. Molti adulti balbuzienti da me trattati hanno confermato di delegare ad altri, richieste di vario genere. Fare delle prenotazioni o chiedere informazioni al telefono, diventa un vero serio problema per chi balbetta.

Mancando il feed-back visivo, il balbuziente si fa venire tutta una serie di idee, prevalentemente negative, su quello che potrà fare, pensare o immaginate l’interlocutore. Siccome le sue idee sono prevalentemente di tipo negativo durante la relazione, prova forte difficoltà ad accettare tale esperienza. Attraverso questo atteggiamento di controllo, crede di poter gestire meglio la sua già difficile situazione durante l’impatto relazionale. Crede che studiando il comportamento altrui, possa creare i presupposti per gestire a suo vantaggio, qualsiasi risposta da parte dell’interlocutore.

Nella mia esperienza di terapeuta della balbuzie ho sempre sostenuto e sostengo ancora, l’importanza del meccanismo di controllo di quelle dinamiche a forte valenza aggressiva nell’eziopatogenesi della balbuzie.

E’ un tentativo maldestro da parte del balbuziente di gestire una situazione a forte significato autosvalutativo. Non essendo in grado di dirigere le sue energie in maniera adeguatamente competitiva, il che gli darebbe una sensazione di forza e di sicurezza nell’affrontare gli altri, si difende. Il meccanismo del controllo in questo caso è un meccanismo chiaramente difensivo, che invece di aiutarlo, lo paralizza di più e gli rafforza l’idea che non abbia capacità di gestione. Almeno è questo che egli crede e di cui è convinto.

Ecco perché il balbuziente è in difficoltà nell’esprimere la sua energia, egli tende a bloccare la parte propulsiva di sé, come se ne avesse timore, non sapendo che quella energia interna è il motore energetico di tutte le attività umane, compreso il linguaggio. L’energia è vita e il fluire positivamente di essa, permette una buona tonicità psichica, con la relativa sensazione di benessere fisico, predisponendo ad una buona concezione di sé, di forza e favorendo così un rapporto paritario con gli altri. (Bitetti A., La Balbuzie Approccio Integrato, Milano, 2010, pag.98,).

Nel balbuziente questa energia sembra bloccata o viene vissuta a tratti, frequentemente in relazione ad esperienze positive che aumentano solo momentaneamente la buona percezione di se. Manca la continuità, non c’è piena consapevolezza della propria forza e le azioni, i progetti, possono assumere carattere abortivo. Tipico il discorso di molti miei pazienti balbuzienti che mi chiedono come mai in alcune circostanze parlano bene ed in altre invece balbettano.

Non si rendono conto che avendo maturato nel tempo una convinzione circa il proprio disturbo e quindi, convinti di avere un problema di questo tipo, si abituano a viverlo passivamente, in balia di come esso potrà agire nell’arco della giornata. Non sono ancora pronti a recepire il concetto che se non si supera il controllo sulla bocca e non si creano a quel punto, migliori atteggiamenti propulsivi, che vanno nella direzione di valorizzazione di sè, risulta difficile contrastare positivamente il problema.

 

LIBERARE IL CONTROLLO PER LIBERARE IL LINGUAGGIO

Invece, superando il controllo, si aprirebbero prospettive energeticamente più produttive. E come se si aprisse una valvola, permettendo di fare uscire una energia maggiore, questa diventa più disponibile per un utilizzo adatto, prima di tutto verso una migliore percezione di sè e successivamente, verso una migliore utilizzazione a livello interpersonale.

Il liberare energie interne offrirebbe inevitabilmente una sensazione di forza, la stessa che ognuno di noi avverte nei momenti di gioia e di positività. Si avvertirebbe una sensazione di espansione, che spingerebbe all’azione e a fare di più.

Sul piano affettivo, il balbuziente può temere il coinvolgimento profondo e tende a posticipare la scelta, soprattutto quando sente di doversi prendere appieno le proprie responsabilità. Affronta meglio le situazioni quando sente di potersi poggiare su di un’altra persona, sia sul campo affettivo e sia su quello professionale.

Ad una prima osservazione sembra avere delle propensioni a progettare alla grande e può realisticamente possedere delle buone, se non ottime basi di partenza, in termini di intelligenza e di creatività. Ma una indagine più accurata, fa emergere la presenza di paure di fondo, o la carenza di quel supporto in termini di grinta e determinazione che necessariamente rappresentano la giusta carburazione di ogni progetto. Quel dinamismo, che alcuni psicoanalisti di scuola francese hanno definito: “impotenza orale” (Anzieu A.e D.,1980).

 

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