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ISTITUTO EUROPEO BALBUZIE- la balbuzie negli adulti dott. Bitetti - cura per la balbuzie - definizione di balbuzie

BALBUZIE INFANTILE

La diagnosi precisa di balbuzie non si può fare prima dei 5 anni, età in cui si evidenzia un picco massimo e viene  di solito definita balbuzie primaria, balbuzie precoce, balbuzie infantile etc. Si sa con certezza che ne sono colpiti circa il 5% dei bambini in ogni cultura e società in ogni parte del mondo.

Una recente ricerca australiana (Pediatrics, Vol. 123 N° 1 Gennaio 2009) riferisce addirittura un’incidenza dell’8,5% all’età di 3 anni e sembrerebbe associata al momento di rapido sviluppo della struttura delle aree predisposte al linguaggio e ad un forte incremento del vocabolario. Pare che l’80% di loro andranno incontro ad una graduale risoluzione del disturbo mentre l’1-2% cronicizzerà la difficoltà di linguaggio.

Recenti studi effettuati su un ampio campione di gemelli avvalorano l’ipotesi di una sorta di vulnerabilità familiare alla balbuzie, sia per quanto riguarda la cronicizzazione sia per la risoluzione spontanea.
Risulta pertanto inutile e controproducente che un bimbo che balbetta in età prescolare acceda ad un trattamento qualora esistano dei casi in famiglia di risoluzione spontanea. E’ per questo che le più recenti indicazioni invitano gli specialisti a prendere in carico i bambini intorno agli otto anni d’età. Inoltre solo a quell’epoca l’apparato fono-articolatorio ha raggiunto la sua piena maturazione fisiologica ed il disturbo può dirsi pertanto cronico e strutturato.

Tali scoperte non devono spaventare nè colpevolizzare i genitori, piuttosto incoraggiarli e contenere l’allarmismo di cui sono spesso vittime inconsapevoli, frutto di informazioni ormai superate e scientificamente non confermate. Secondo ricerche ad impostazione organicistica, l’origine della balbuzie è da ricercare in molte cause di svariata e complessa origine e quindi, per loro il fattore psicologico come elemento principe è ormai un concetto superato.

* Genetic etiology in cases of recovered and persistent stuttering in an unselected, longitudinal sample of young twins. Dworzynski K., Remington A., Rijsdijk F., Howell P., Plomon R., – Am J Speech Lang Pathol. 2007 May; 16(2): 169-178

Peccato però che molti ricercatori non confrontino adeguatamente le loro ricerche, si evidenzierebbe l’importanza della comunicazione, degli stili di comunicazione all’interno della famiglia del bambino candidato alla balbuzie e soprattutto, il fattore controllo emozionale che si riversa infine come controllo della fonazione (A. Bitetti,2001, 2006, 2010).

Di solito la balbuzie la si può evidenziare maggiormente a scuola, dove il bambino inizia ad interagire su un piano di relazione ed anche di competizione. Questo perché sono in gioco dinamiche aggressive ben studiate dal dott. Antonio Bitetti, ma scarsamente prese in considerazione da altri Autori.

Non tutti sanno che il balbuziente nel chiuso della propria stanza, non condizionato da eventuale giudizio esterno, parla benissimo. Tale aspetto si evince in qualunque balbuziente ed in tutte le diverse forme, anche in quei soggetti affetti dalle forme più gravi. Questo dato importante la dice lunga sulle implicazioni fortemente relazionali di tutta la problematica in questione.

Difatti, il dott. Bitetti, è da sempre impegnato nel sottolineare come il linguaggio ha necessità di essere sostenuto da una adeguata energia di base. Senza quella energia, che è su base aggressiva, da non confondere con la violenza, la prestazione verbale, ovviamente ne risente. Pertanto, con una carenza di supporto energetico si espone ad una prestazione di basso livello, ed ecco il linguaggio claudicante, tipico della balbuzie ( A. Bitetti, 2001, 2006, 2010).

Però, si sa che la cultura italiana ha sempre bisogno di conferme dall’estero, è un po’ esterofila. Tutto quello che viene da fuori è degno di nota, le nostre produzioni scientifiche, purtroppo per noi, vengono sottovalutate.

Il bambino balbetta perché ha paura della sua stessa energia, non comprende tante cose che gli accadono in così poco tempo e non viene nemmeno aiutato dai grandi, compresi i cosiddetti professionisti del linguaggio, perché la confusione è grande e le risposte idonee sono davvero poche.

 

 

 

 

 

 

BALBUZIE

Il noto neuropsichiatra infantile De Ajuriaguerra definiva la balbuzie un disturbo di realizzazione della lingua parlata, nell’ambito della relazione interpersonale. Secondo diverse statistiche, anche se non recentemente aggiornate, la balbuzie interessa circa il 2% della popolazione, con incidenza maggiore nel sesso maschile, interessando persone di ogni estrazione sociale e in ogni angolo del pianeta.

Il disturbo è noto sin dall’antichità ed ha afflitto importanti personaggi in epoche storicamente diverse.

Si narra che anche Mosè sia stato un balbuziente. Si trova conferma in maniera inequivocabile, in alcuni passaggi della Bibbia. Nell’Esodo, il profeta dice di sé: “ Io sono inetto a parlare, come potrà il Faraone ascoltarmi?”. E’ noto dalle Sacre Scritture che non era lui a parlare al suo popolo ma il fratello Aronne.

Nei passi biblici si parla di un suo ritardo di parola, ma è abbastanza facile credere che il suo ritardo nel parlare fosse da imputare ad un certo grado di difficoltà ad esprimersi, tipico di chi, pur sapendo cosa dire, non riesce a trovare la giusta sinergia tra pensiero e parola.

Si sa che persino Manzoni, l’Alessandro dei “ Promessi Sposi” avesse la medesima difficoltà nell’esprimersi. Grave a tal punto, da spingere lo scrittore a rinunciare all’invito rivoltogli ad occupare uno scranno nel nascente parlamento italiano. Qualcuno ritiene che i balbuzienti siano persone destinate, nonostante gli sforzi, a rimanere povere culturalmente, ebbene Alessandro Manzoni rappresenta in proposito una solenne smentita. Per lui era davvero difficile parlare in pubblico: se non disponeva di qualcosa di scritto, di già preparato si fermava e balbettava vistosamente.

Un altro esempio illustre è il matematico Niccolò Tartaglia. Il suo vero cognome pare fosse Cavallaro, ma era soprannominato Tartaglia, per via del suo evidente problema nel parlare. Si narra che durante le sue lezioni non avesse grosse difficoltà, perché ovviamente si sentiva padrone assoluto della materia e il suo padroneggiare l’argomento faceva diminuire la sua insicurezza di fondo, il che spiega ulteriormente ed efficacemente la valenza emozionale di questo disturbo.

Ma il personaggio storico più importante che abbia sofferto di balbuzie e che a differenza di altri illustri balbuzienti guarì dalla sua difficoltà, è certamente il famoso filosofo greco Demostene, che pur afflitto da tale difficoltà non si arrese mai e lo vinse, fino a diventare il più grande oratore della storia ellenica. Demostene è un esempio importante per tanti balbuzienti, ma soprattutto per coloro che si spingono a credere che la balbuzie abbia delle implicazioni di tipo genetico e quindi irrisolvibile da una qualsiasi impostazione terapeutica.

Come già detto in altre in tante altre occasioni, il balbuziente sa quello che vuole verbalizzare, ma non riesce ad esprimerlo, non c’è sinergia tra pensiero e parola. Nella maggior parte dei soggetti balbuzienti, per dei motivi estremamente variabili, esiste una disorganizzazione tra il pensiero ed il linguaggio.Troppo tempo passa tra ciò che c’è da dire e la possibilità di dirlo.

Le teorie relative all’eziologia della balbuzie sono divergenti secondo i paesi e secondo le scuole di pensiero, invece tutti concordano nel riconoscere a questo disturbo due diverse forme:

 

  • Forma Clonica,

la cui caratteristica è la ripetizione di una sillaba o di una lettera.

 

  • Forma Tonica,

che presenta un aspetto spasmodico della parola, con dei blocchi più o meno gravi sia nell’iniziare che nel corso del discorso e che a volte può essere accompagnata anche da sincìnesie, ovvero movimenti involontari della mimica facciale in funzione di compensazione per il vuoto verbale che si viene a creare.

 

Esiste poi una terza forma, che comprende entrambe le due forme sopra citate e che viene chiamata: Forma Mista   

 

Si incomincia a parlare di balbuzie vera e propria non prima dei 5 o 6 anni, una leggera forma in età inferiore, può essere quella che viene chiamata Forma Transitoria  ed è in rapporto ad una fisiologica evoluzione della normale acquisizione linguistica.

In effetti, si può fare diagnosi precisa di balbuzie solo quando il meccanismo si è ormai consolidato nel modello e nel tipo di comunicazione del bambino, cioè quando il modello si è cronicizzato.

Di solito lo si può evidenziare maggiormente a scuola, dove il bambino inizia ad interagire su un più ampio piano di relazione ed anche di competizione.

Non tutti sanno che il balbuziente nel chiuso della propria stanza, non condizionato da eventuale giudizio esterno, parla benissimo. Tale aspetto si evince in qualunque balbuziente ed in tutte le diverse forme, anche in quei soggetti affetti dalle forme più gravi.

Da un punto di vista medico c’è una tendenza ad interpretare su una base organica molteplici problemi di difficile comprensione. In effetti non si può dar torto a chi, intravedendo una indubbia complessità interpretativa della balbuzie, tende a credere ad una implicazione organica. Tale ipotesi organicistica o genetica, va a naufragare contro la evidente fluidità di parola che il balbuziente manifesta nella quiete della propria stanza o in qualunque altro contesto dove non è soggetto allo sguardo altrui.

La sintomatologia del balbettare è variabile a seconda del contesto dove il balbuziente viene ad interagire e a seconda delle persone con cui si relaziona.

Ad esempio, il bambino balbuziente teme fortemente l’interrogazione a scuola o se è chiamato a ripetere un argomento già esposto. E’ in un continuo stato di fibrillazione nel timore di essere chiamato ad esprimersi davanti ai suoi compagni. A volte, se la sintomatologia è forte, può essere addirittura esonerato dalla lettura ad alta voce, con ripercussioni sulla propria autostima e con una conseguente stigmatizzazione di tutta la sua condizione.

Nell’adolescente balbuziente, la difficoltà di linguaggio può avere forti ripercussioni sulla normale evoluzione caratteriale, già di per se difficile a quella età. Possono instaurarsi momenti di isolamento nel non potersi esprimere adeguatamente con il gruppo dei pari, manifestando aspetti di forte autosvalutazione e a volte anche di autocommiserazione, con marcate tinte depressive.

Tutti aspetti che devono far riflettere sulla importanza di un problema, che si estrinseca sul linguaggio come dato finale della sintomatologia, ma che investe una sfera molto più ampia, quella della propria personalità e soprattutto, del modo di pensare di se in rapporto agli altri. Non intervenendo processi di effettivo cambiamento, il bambino o l’adolescente balbuziente, rischia fortemente di diventare un adulto balbuziente, con grave compromissione dell’assetto relazionale, ai vari livelli operativi di tutta la personalità.

Ecco perché è fortemente riduttivo pensare al problema della balbuzie, come ad un semplice problema di linguaggio. Pensare ciò, limita fortemente tutto il discorso e trascura l’importanza del significato psicologico e relazionale che il linguaggio rappresenta per l’essere umano nella sua interazione quotidiana.

Coloro che sono fermi a credere che la balbuzie rappresenta solo un semplice disturbo della fluenza verbale, come di solito accade nella cultura di impostazione rieducativa, tendono a  perdere di vista il valore fortemente psicologico del linguaggio, strumento estremamente sofisticato che il genere umano ha elaborato per veicolare pensieri ed emozioni.

La ricerca scientifica sul problema specifico della balbuzie, da troppo tempo si è eclissata e si è ancora fermi a  dare credito a due sole tesi dominanti: la tesi di una implicazione genetica, anche se non è ancora stata individuata una causa specifica sul piano organico, ed una conseguente impostazione su base rieducativa che purtroppo opera in maniera periferica rispetto a tutta la dinamica interpersonale del disturbo.

Per dirla tutta, in questo campo siamo molto lontani da un modello di ricerca interdisciplinare e su vasta scala, che potrebbe dare risposte adeguate sia sulle implicazione di aspetti cognitivi ed emozionali del linguaggio. Siamo inoltre in forte carenza sui dati statistici, con screening a breve, medio e lungo termine e che invece, se opportunamente condotti, potrebbero rappresentare un serbatoio di ulteriori importanti informazioni.

Sarebbe necessario operare anche sul confronto tra le diverse metodologie interpretative e metodologiche, per cercare di dare un nesso causale tra eventuali aspetti organici del problema, ovvero la predisposizione o la familiarità del disturbo e tutti quegli aspetti psicologici ed ambientali che condizionano la prestazione verbale in contesti diversi.

Se per un po’ ci mettessimo nei panni di una famiglia con un bambino balbuziente, ci renderemmo conto di come stanno veramente le cose e comprenderemmo meglio i tanti passaggi che la famiglia è costretta a compiere, a volte inutili, con la solita richiesta di prescrizione di lunghe sedute di logopedia, che purtroppo non intaccano minimamente la dinamica in questione.

Pur nel rispetto doveroso di chi da sempre si occupa del problema, vi è da sottolineare una latitanza di fondo nella cultura e nella preparazione di operatori professionalmente preparati ad una visione d’insieme del problema in questione. ( A.Bitetti, Emozioni, Comportamento e Controllo, IEB Editore, Milano, 2016).

Trascurando il dato importante di come vedere il problema nell’insieme, si tende a trascurare quelli che sono gli elementi essenziali della balbuzie. Una visione ampia offre ovviamente una risposta più completa, in termini di approccio e di risultati.

Anche molti pediatri, a volte sottovalutano la balbuzie, pensando che la faccenda si ricomponga da sola, o che elementi evolutivi occasionali possano permettere un recupero spontaneo della fluidità di linguaggio nel bambino. Appare chiaro il fatto che, sembra di essere di fronte ad un modello culturale davvero datato. Una visione del problema molto lontana dalla sofferenza reale di coloro che la vivono direttamente.