15179119_800471126761483_3996803693319297477_n                BALBUZIE

DEFINIZIONE DI BALBUZIE

Il noto neuropsichiatra infantile De Ajuriaguerra definiva la balbuzie un disturbo di realizzazione della lingua parlata, nell’ambito della relazione interpersonale. Secondo diverse statistiche, anche se non recentemente aggiornate, la balbuzie interessa circa il 2% della popolazione, con incidenza maggiore nel sesso maschile, interessando persone di ogni estrazione sociale e in ogni angolo del pianeta.

BALBUZIENTI FAMOSI

Il disturbo è noto sin dall’antichità ed ha afflitto importanti personaggi in epoche storicamente diverse.

Si narra che anche Mosè sia stato un balbuziente. Si trova conferma in maniera inequivocabile, in alcuni passaggi della Bibbia. Nell’Esodo, il profeta dice di sé: “ Io sono inetto a parlare, come potrà il Faraone ascoltarmi?”. E’ noto dalle Sacre Scritture che non era lui a parlare al suo popolo ma il fratello Aronne.

Nei passi biblici si parla di un suo ritardo di parola, ma è abbastanza facile credere che il suo ritardo nel parlare fosse da imputare ad un certo grado di difficoltà ad esprimersi, tipico di chi, pur sapendo cosa dire, non riesce a trovare la giusta sinergia tra pensiero e parola.

Si sa che persino Manzoni, l’Alessandro dei “ Promessi Sposi” avesse la medesima difficoltà nell’esprimersi. Grave a tal punto, da spingere lo scrittore a rinunciare all’invito rivoltogli ad occupare uno scranno nel nascente parlamento italiano. Qualcuno ritiene che i balbuzienti siano persone destinate, nonostante gli sforzi, a rimanere povere culturalmente, ebbene Alessandro Manzoni rappresenta in proposito una solenne smentita. Per lui era davvero difficile parlare in pubblico: se non disponeva di qualcosa di scritto, di già preparato si fermava e balbettava vistosamente.

Un altro esempio illustre è il matematico Niccolò Tartaglia. Il suo vero cognome pare fosse Cavallaro, ma era soprannominato Tartaglia, per via del suo evidente problema nel parlare. Si narra che durante le sue lezioni non avesse grosse difficoltà, perché ovviamente si sentiva padrone assoluto della materia e il suo padroneggiare l’argomento faceva diminuire la sua insicurezza di fondo, il che spiega ulteriormente ed efficacemente la valenza emozionale di questo disturbo.

Ma il personaggio storico più importante che abbia sofferto di balbuzie e che a differenza di altri illustri balbuzienti guarì dalla sua difficoltà, è certamente il famoso filosofo greco Demostene, che pur afflitto da tale difficoltà non si arrese mai e lo vinse, fino a diventare il più grande oratore della storia ellenica. Demostene è un esempio importante per tanti balbuzienti, ma soprattutto per coloro che si spingono a credere che la balbuzie abbia delle implicazioni di tipo genetico e quindi irrisolvibile da una qualsiasi impostazione terapeutica.

 

FORME DIVERSE DI BALBUZIE

 

Come già detto in altre in tante altre occasioni, il balbuziente sa quello che vuole verbalizzare, ma non riesce ad esprimerlo, non c’è sinergia tra pensiero e parola. Nella maggior parte dei soggetti balbuzienti, per dei motivi estremamente variabili, esiste una disorganizzazione tra il pensiero ed il linguaggio.Troppo tempo passa tra ciò che c’è da dire e la possibilità di dirlo.

Le teorie relative all’eziologia della balbuzie sono divergenti secondo i paesi e secondo le scuole di pensiero, invece tutti concordano nel riconoscere a questo disturbo due diverse forme:

  • Balbuzie – Forma Clonica,

la cui caratteristica è la ripetizione di una sillaba o di una lettera.

  • Balbuzie – Forma Tonica,

che presenta un aspetto spasmodico della parola, con dei blocchi più o meno gravi sia nell’iniziare che nel corso del discorso e che a volte può essere accompagnata anche da sincìnesie, ovvero movimenti involontari della mimica facciale in funzione di compensazione per il vuoto verbale che si viene a creare.

Esiste poi una terza forma di balbuzie, che comprende entrambe le due forme sopra citate e che viene chiamata: Forma Mista   

Si incomincia a parlare di balbuzie vera e propria non prima dei 5 o 6 anni, una leggera forma in età inferiore, può essere quella che viene chiamata Forma Transitoria  ed è in rapporto ad una fisiologica evoluzione della normale acquisizione linguistica.

In effetti, si può fare diagnosi precisa di balbuzie solo quando il meccanismo si è ormai consolidato nel modello e nel tipo di comunicazione del bambino, cioè quando il modello si è cronicizzato.

Di solito lo si può evidenziare maggiormente a scuola, dove il bambino inizia ad interagire su un più ampio piano di relazione ed anche di competizione.

DIAGNOSI DI BALBUZIE

Non tutti sanno che il balbuziente nel chiuso della propria stanza, non condizionato da eventuale giudizio esterno, parla benissimo. Tale aspetto si evince in qualunque balbuziente ed in tutte le diverse forme, anche in quei soggetti affetti dalle forme più gravi.

Da un punto di vista medico c’è una tendenza ad interpretare su una base organica molteplici problemi di difficile comprensione. In effetti non si può dar torto a chi, intravedendo una indubbia complessità interpretativa della balbuzie, tende a credere ad una implicazione organica. Tale ipotesi organicistica o genetica, va a naufragare contro la evidente fluidità di parola che il balbuziente manifesta nella quiete della propria stanza o in qualunque altro contesto dove non è soggetto allo sguardo altrui.

La sintomatologia del balbettare è variabile a seconda del contesto dove il balbuziente viene ad interagire e a seconda delle persone con cui si relaziona.

Ad esempio, il bambino balbuziente teme fortemente l’interrogazione a scuola o se è chiamato a ripetere un argomento già esposto. E’ in un continuo stato di fibrillazione nel timore di essere chiamato ad esprimersi davanti ai suoi compagni. A volte, se la sintomatologia è forte, può essere addirittura esonerato dalla lettura ad alta voce, con ripercussioni sulla propria autostima e con una conseguente stigmatizzazione di tutta la sua condizione.

Nell’adolescente balbuziente, la difficoltà di linguaggio può avere forti ripercussioni sulla normale evoluzione caratteriale, già di per se difficile a quella età. Possono instaurarsi momenti di isolamento nel non potersi esprimere adeguatamente con il gruppo dei pari, manifestando aspetti di forte autosvalutazione e a volte anche di autocommiserazione, con marcate tinte depressive.

Tutti aspetti che devono far riflettere sulla importanza di un problema, che si estrinseca sul linguaggio come dato finale della sintomatologia, ma che investe una sfera molto più ampia, quella della propria personalità e soprattutto, del modo di pensare di se in rapporto agli altri. Non intervenendo processi di effettivo cambiamento, il bambino o l’adolescente balbuziente, rischia fortemente di diventare un adulto balbuziente, con grave compromissione dell’assetto relazionale, ai vari livelli operativi di tutta la personalità.

Ecco perché è fortemente riduttivo pensare al problema della balbuzie, come ad un semplice problema di linguaggio. Pensare ciò, limita fortemente tutto il discorso e trascura l’importanza del significato psicologico e relazionale che il linguaggio rappresenta per l’essere umano nella sua interazione quotidiana.

Coloro che sono fermi a credere che la balbuzie rappresenta solo un semplice disturbo della fluenza verbale, come di solito accade nella cultura di impostazione rieducativa, tendono a  perdere di vista il valore fortemente psicologico del linguaggio, strumento estremamente sofisticato che il genere umano ha elaborato per veicolare pensieri ed emozioni.

La ricerca scientifica sul problema specifico della balbuzie, da troppo tempo si è eclissata e si è ancora fermi a  dare credito a due sole tesi dominanti: la tesi di una implicazione genetica, anche se non è ancora stata individuata una causa specifica sul piano organico, ed una conseguente impostazione su base rieducativa che purtroppo opera in maniera periferica rispetto a tutta la dinamica interpersonale del disturbo.

Per dirla tutta, in questo campo siamo molto lontani da un modello di ricerca interdisciplinare e su vasta scala, che potrebbe dare risposte adeguate sia sulle implicazione di aspetti cognitivi ed emozionali del linguaggio. Siamo inoltre in forte carenza sui dati statistici, con screening a breve, medio e lungo termine e che invece, se opportunamente condotti, potrebbero rappresentare un serbatoio di ulteriori importanti informazioni.

Sarebbe necessario operare anche sul confronto tra le diverse metodologie interpretative e metodologiche, per cercare di dare un nesso causale tra eventuali aspetti organici del problema, ovvero la predisposizione o la familiarità del disturbo e tutti quegli aspetti psicologici ed ambientali che condizionano la prestazione verbale in contesti diversi.

Se per un po’ ci mettessimo nei panni di una famiglia con un bambino balbuziente, ci renderemmo conto di come stanno veramente le cose e comprenderemmo meglio i tanti passaggi che la famiglia è costretta a compiere, a volte inutili, con la solita richiesta di prescrizione di lunghe sedute di logopedia, che purtroppo non intaccano minimamente la dinamica in questione.

Pur nel rispetto doveroso di chi da sempre si occupa del problema, vi è da sottolineare una latitanza di fondo nella cultura e nella preparazione di operatori professionalmente preparati ad una visione d’insieme del problema in questione. ( A.Bitetti, Emozioni, Comportamento e Controllo, IEB Editore, Milano, 2016).

Trascurando il dato importante di come vedere il problema nell’insieme, si tende a trascurare quelli che sono gli elementi essenziali della balbuzie. Una visione ampia offre ovviamente una risposta più completa, in termini di approccio e di risultati.

Anche molti pediatri, a volte sottovalutano la balbuzie, pensando che la faccenda si ricomponga da sola, o che elementi evolutivi occasionali possano permettere un recupero spontaneo della fluidità di linguaggio nel bambino. Appare chiaro il fatto che, sembra di essere di fronte ad un modello culturale davvero datato. Una visione del problema molto lontana dalla sofferenza reale di coloro che la vivono direttamente.

CLASSIFICAZIONE E SINTOMI BALBUZIE

Secondo una definizione dell’OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità, 1977) la balbuzie viene definito un disordine del ritmo della parola nel quale il soggetto sa con precisione quello che vorrebbe dire, ma nello stesso tempo non è in grado di dirlo.

Viene considerato come uno dei più diffusi disturbi del linguaggio. Consiste in un insieme di alterazioni del ritmo e della fluidità dell’espressione verbale e viene vissuto da chi ne è affetto con grande sofferenza e disagio, perché il rallentamento nel parlare non riguarda assolutamente il pensiero; il soggetto sa benissimo ciò che desidera dire, ma fatica a dirlo.
Un’altra definizione più utilizzata in campo diagnostico psicologico è quella che definisce tale disordine come disturbo multifattoriale della personalità con rilevanti componenti psicologica e ambientale.

Secondo quanto riportato dal DSM IV (la quarta revisione del Diagnostic and Statistical Manual of mental disorders, Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali) si può fare diagnosi di balbuzie quando ci si trova di fronte a un’anomalia del normale fluire e della cadenza dell’eloquio (che risultano inadeguati per l’età del soggetto) caratterizzata dal frequente manifestarsi di uno o più dei seguenti elementi:

  • ripetizione di suoni e sillabe;
  • prolungamento di suoni;
  • interiezioni;
  • interruzioni di parole (cioè pause all’interno di una parola);
  • blocchi udibili o silenti (cioè, pause del discorso colmate o non colmate);
  • circonlocuzioni (sostituzione di parole per evitare parole problematiche);
  • parole emesse con eccessiva tensione fisica;
  • ripetizione di intere parole monosillabiche;

L’anomalia di scorrevolezza interferisce con i risultati scolastici o lavorativi, oppure con la comunicazione sociale.
Se è presente un deficit motorio della parola o un deficit sensoriale, le difficoltà nell’eloquio vanno al di là di quelle di solito associate con questi problemi.
Il linguaggio del soggetto affetto da balbuzie è quindi spesso interrotto dalla ripetizione (che può essere continua o intermittente) di sillabe, suoni, vocaboli, frasi intere alternate a pause di silenzio durante le quali il soggetto è di fatto incapace di produrre un qualsiasi tipo di suono. Il linguaggio caratteristico del soggetto balbuziente viene definito, da un punto di vista medico, disfluenza verbale.

Esistono anche definizioni più prettamente foniatriche e logopediche della balbuzie infantile.

  • balbuzie tonica (caratterizzata da un arresto all’inizio della parola –fonema o sillaba iniziali- con prolungamenti del suono)
  • balbuzie clonica (caratterizzata da ripetizioni o del fonema iniziale o di tutta la parola)
  • balbuzie mista (sono presenti sia la forma tonica che la forma clonica con prolungamenti e ripetizioni)
  • balbuzie palilalica (caratterizzata da un ripetizione spasmodica di una sillaba che non ha attinenza con la frase che si intende pronunciare)

e quella in relazione alla localizzazione anatomica del blocco:

  • balbuzie labio-coreica (caratterizzata da movimenti involontari di lingua e labbra-corea, danza delle labbra – con conseguenti difficoltà nella produzione delle consonanti labiali p e b, delle consonanti labio-dentali f e v e delle consonanti dentali t e d)
  • balbuzie gutturo-tetanica (caratterizzata da rigidità dei muscoli della faringe e della laringe -spasmi- che rendono particolarmente difficoltosa la pronuncia delle consonanti gutturali c, g e k).

BALBUZIE PRIMARIA E BALBUZIE SECONDARIA

La principale classificazione della balbuzie è comunque quella che suddivide tale disordine in balbuzie primaria e balbuzie secondaria. Tale classificazione prende in considerazione il momento d’insorgenza del disturbo e le caratteristiche del disturbo stesso.

La balbuzie primaria (nota anche come balbuzie di rodaggio o pseudobalbuzie) è un disturbo piuttosto comune; si stima, infatti, che il problema interessi il 30% degli infanti, in particolar modo di sesso maschile; di norma la balbuzie primaria scompare spontaneamente senza che sia necessario ricorrere a logopedia o riabilitazione del linguaggio.

La balbuzie secondaria (anche balbuzie vera) è un problema decisamente più serio della balbuzie primaria. Essa si manifesta, di norma, in quel periodo dell’esistenza che va dai 6 ai 14 anni di età. È molto improbabile (anche se non impossibile) che la balbuzie vera si manifesti in età adulta.

Il problema balbuzie interessa circa l’1-2% della popolazione mondiale (tasso di prevalenza), anche se il tasso di incidenza è 5 volte superiore; sono cioè molte di più le persone che nel corso della vita hanno sofferto di balbuzie. La differenza fra il tasso di prevalenza e quello di incidenza si spiega con il fatto che la condizione di balbuzie tende, come già accennato, a regredire spontaneamente nel giro di un anno, un anno e mezzo dal momento in cui si è registrata la sua insorgenza (l’età media di insorgenza della balbuzie è 32 mesi).

CAUSE DELLA BALBUZIE

Da diversi anni si susseguono notizie da fonti diverse e che parlano di identificazioni genetiche del problema, annunciando imminenti terapie geniche, ma dopo un po’ di tempo tutto passa nel dimenticatoio.

Un esempio recentissimo è questo articolo, tratto da fonte AGI:

(AGI)Washington (USA) – La balbuzie è genetica. Un gruppo di ricercatori del National Institutes of Health americano ha identificato tre mutazioni genetiche che influenzano il modo in cui il cervello elabora il discorso e che sono molto comuni nelle persone che balbettano. I risultati sono stati presentati in occasione del meeting dell’American Association for the Advancement of Science in corso a Washington. “E’ chiaro che questi difetti non sono la sola causa del disturbo”, ha precisato Dennis Drayson, scienziato che ha coordinato lo studio. “Una grande frazione del disturbo – ha continuato – non e’ probabilmente genetica per tutti, ma questi geni ci stanno fornendo un sacco di sorprese”. “A occhio e croce – ha detto Drayson – circa la meta’ delle balbuzie e’ dovuta a quello che ereditiamo dalla famiglia”. Al momento gli scienziati americani hanno creato in laboratorio un topo geneticamente modificato che ha le mutazioni genetiche individuate. Ora i ricercatori sono convinti di poter trovare una cura per trattare la balbuzie genetica.

E’ evidente che lo studio sui topi è ben diverso dallo studio sull’uomo, anche perché i topi non hanno sviluppato il linguaggio, a differenza degli esseri umani che sono le uniche creature a possederlo, con la ben chiara implicazione relazionale che il linguaggio comporta. Sono informazioni ad orologeria, mai documentate seriamente e mai espresse dettagliatamente, attraverso l’identificazione del gene o dei geni che causano la balbuzie.
Si ha il sospetto che da diverse parti si voglia spostare l’interesse verso un settore di intervento su base medica, con quella cultura riabilitativa che di per sé è obsoleta, tentando maldestramente di mantenere fermo un dominio curativo che ormai è ampiamente datato.
Anche perché è doveroso sottolinearlo che, se fosse vera la causa genetica, tutte le cure logopediche e riabilitative del linguaggio adesso praticate su larga scala, non avrebbero senso ed utilità.
Nella stragrande maggioranza dei balbuzienti è certa la conoscenza di quella variabilità del problema in rapporto alla presenza di persone, soprattutto di estranei o ritenute importanti.

Ad esempio, il bambino balbuziente teme fortemente l’interrogazione a scuola o se è chiamato a ripetere un argomento già esposto. E’ in un continuo stato di fibrillazione nel timore di essere chiamato ad esprimersi davanti ai suoi compagni.
Invece è facilitato nel rapporto con persone amiche, che non lo impegnano molto sul piano del valore personale e preferibilmente, non protese a giudicarlo.
A volte, se la sintomatologia è forte, può essere addirittura esonerato dalla lettura ad alta voce, con ripercussioni sulla propria autostima e con una conseguente stigmatizzazione di tutta la sua condizione.

Nell’adolescente balbuziente, la difficoltà di linguaggio può avere forti ripercussioni sulla normale evoluzione caratteriale, già di per se difficile a quella età. Possono instaurarsi momenti di isolamento nel non potersi esprimere adeguatamente con il gruppo dei pari, manifestando note anche di forte autosvalutazione e a volte anche di autocommiserazione, con marcate tinte depressive.

Tutti aspetti che devono far riflettere sulla importanza di un problema, che si estrinseca sul linguaggio come dato finale della sintomatologia, ma che investe una sfera molto più ampia, quella della propria personalità e soprattutto, del modo di pensare di se in rapporto agli altri.

Non intervenendo processi di effettivo cambiamento, il bambino o l’adolescente balbuziente, rischia fortemente di diventare un adulto balbuziente, con grave compromissione dell’assetto relazionale, ai vari livelli operativi di tutta la personalità.

Ecco perché è fortemente riduttivo pensare al problema della balbuzie, come ad un semplice problema di linguaggio. Pensare ciò, limita fortemente tutto il discorso e trascura l’importanza del significato psicologico e relazionale che il linguaggio rappresenta per l’essere umano nella sua interazione quotidiana( A. Bitetti, 2001,2006,2010,2016).

Coloro che sono fermi a credere che la balbuzie rappresenta solo un semplice disturbo della fluenza verbale, come di solito accade nella cultura nella cultura impostata alla semplice rieducazione verbale della balbuzie, tendono a perdere di vista il valore fortemente psicologico del linguaggio, strumento estremamente sofisticato che il genere umano ha elaborato per veicolare pensieri ed emozioni                  (N.Chomsky).

La presenza di una vasta popolazione di balbuzienti adolescenti ed adulti, la dice lunga sul fatto che più di tanto non si è potuto fare nell’infanzia, o non si è saputo fare.

Va da se che molte rinunce sono state fatte dalle famiglie con bambini balbuzienti, proprio nella impossibilità di trovare risposte adeguate nei tempi idonei per tentare di invertire la condizione.

Tanto è vero che nel campo dell’intervento sulla balbuzie c’è una folta presenza di ex-balbuzienti, autocurati o curati con modelli rieducativi, che tentano di proporre delle impostazioni di matrice fonetica, frutto di una concezione sempre rieducativa e sintomatica del problema.
Ma in cuor suo, chi balbetta sa che la situazione interna non è così semplice come la si vuole far credere. Il balbuziente conosce le sue paure interne, le posizioni rigide da un punto di vista cognitivo, la irrazionalità di alcune sue idee e che vanno a pregiudicare la possibilità realistica di avere un adeguato rapporto interpersonale.

La comunicazione umana non dovrebbe essere una esperienza sofferta, come lo è nel caso del balbuziente, che a volte non è capace di fare una semplice telefonata, o provare grande sofferenza anche nel chiedere una semplice consumazione al bar.
Sul piano della comunicazione interpersonale, quello che è semplice e a volte piacevole per il normoloquente, diventa pura sofferenza per il balbuziente.

Tale stato di cose pregiudica il balbuziente dal poter investire adeguatamente le proprie risorse culturali ed umane nell’ambito sociale, ed è per questo che il problema balbuzie può diventare un limite nella realizzazione personale, a scapito anche della ricchezza di tutto il contesto del gruppo di riferimento.
Se è vero il concetto che la emancipazione e la partecipazione alla vita di relazione creano ricchezza, una forte limitazione di tali possibilità certamente crea impoverimento, a scapito ovviamente, di tutta la collettività. A questo punto è legittimo pensare che la balbuzie non rappresenta più un disturbo solo soggettivo, della sfera personale. L’atteggiamento del singolo, con le sue paure e le sue incertezze a comunicare, creando un blocco di quella energia psicologica e relazionale, porta ad un certo impoverimento nel processo di crescita collettiva.

Ecco perché è importante limitare l’incidenza di questo problema sin dall’infanzia, cercando di dare le migliori possibilità al bambino che balbetta. Non permettendo di superare la soglia della adolescenza, limite importante, affinché non diventi elemento grave di difficoltà relazionale e quindi, adoperandosi molto per sganciarsi da questo modello comunicativo nel più breve tempo possibile.

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Il Dott. Antonio Bitetti ha affermato e ribadito in diversi convegni e simposi scientifici che è necessario un approccio integrato nella cura della balbuzie, per superare le tante insidie che questo disturbo presenta, soprattutto nelle sue dinamiche relazionali.

CURA E RIMEDI DELLA BALBUZIE

Rimanendo coerenti con il concetto che il balbuziente va aiutato a comprendere che il suo linguaggio alterato è frutto di un modello di pensiero e di emotività che ha radici nella propria personalità. Il balbuziente, bambino o adulto che sia, dovrebbe essere aiutato e percorrere una esperienza formativa di liberazione dal problema, attraverso una periodica analisi del suo vissuto e delle sue esperienze che andrà maturando per tutta la durata del percorso terapeutico.

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La “madre di tutta la questione è il pensare male di sé”

Non perché il balbuziente non possiede qualità, ma perché è abituato a controllare esageratamente le proprie risorse. Va in controtendenza rispetto alle reali esigenze della vita quotidiana. Questa censura , per i soggetti predisposti alla balbuzie, è un processo appreso sin da piccoli e che ostacola la possibilità di espansione, inibendo così la libertà di relazione. Nel balbuziente è forte la paura del giudizio degli altri, ma che in fondo è il giudizio negativo che egli esprime verso se stesso e questo, solo nel momento del rapporto interpersonale. Ecco perché il balbuziente quando è solo sta bene, è sereno, proprio perché non mette in gioco se stesso e quindi, parla bene. e inibisce la possibilità di espansione, generando una forte paura di un eventuale giudizio negativo da parte degli altri, ma che di fondo non è altro che un proprio giudizio negativo rivolto a se stessi. Questo diventa l’elemento ansiogeno più caratteristico e radicato, che segna nel profondo il modello di pensiero irrazionale di chi balbetta. (Bitetti A., 2010)

Nell’approccio al bambino si è sempre pensato esclusivamente alla sua disfluenza, alla sua evidente difficoltà ad articolare le parole. Così si è dato largo spazio a tutte quelle strategie di correzione del linguaggio, con estenuanti sedute di rieducazione ma, senza mai calibrare una strategia di comprensione sul piano prettamente relazionale della dinamica in questione.

E’ evidente che il settore in cui si dovrebbe maggiormente intervenire è l’area della relazione umana e non della fonazione e della articolazione delle parole, anche se quest’ultima rappresenta la parte manifesta del problema balbuzie.
Per comprendere bene bisogna capire cosa comprendere, dove si vuole comprendere e come comprendere, ovvero avere una strategia di intervento. Ma questa, facendo riferimento alla sola area della fonazione, difficilmente potrà andare al cuore del problema e alla sua vera risoluzione.

CENSIMENTO DELLA BALBUZIE

In riferimento ad un importante progetto di ricerca  scientifica e di comparazione sulle cause della balbuzie, il Dott. Antonio Bitetti, ideatore del modello interpretativo e terapeutico, denominato “ Approccio Integrato” è chiamato a raccogliere più testimonianze e dati clinici, utili a tale progetto di raccolta dati.

Siete tutti invitati a dare il vostro libero contributo, nel rispetto della legge sulla privacy e della tutela dei dati, secondo le leggi vigenti in tale materia, sarà di grande utilità nel dare un ulteriore valore alla conoscenza delle dinamiche riguardanti le cause della balbuzie. Tale lavoro, che potrà essere pubblicato, sarà a disposizione di quanti vorranno approfondire ulteriormente i risultati ottenuti.

Se siete disponibili a tale iniziativa e siete maggiorenni, siete pregati di iscrivervi, sarete invitati a rispondere ad un questionario, dal quale potranno emergere dati importanti a tale ricerca.

Potete iscrivervi e sarete invitati a rispondere ad una serie di questionari da compilare. Mandate la vostra richiesta di partecipazione a: info@antoniobitetti.com, oppure, visitate il sito: www.antoniobitetti.com

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