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La Balbuzie: cos’è e come affrontarla

Il noto neuropsichiatra infantile De Ajuriaguerra definiva la balbuzie un disturbo di realizzazione della lingua parlata, nell’ambito della relazione interpersonale. Secondo diverse statistiche, anche se non recentemente aggiornate, il balbettare interessa circa il 2% della popolazione, con incidenza maggiore nel sesso maschile, interessando persone di ogni estrazione sociale e in ogni angolo del pianeta.

Ciò che appare in tutta la sua evidenza è innanzitutto la grande variabilità con cui si manifesta questo disturbo, mentre successivamente notiamo che il predominare delle difficoltà di espressione crea un certo disagio all’interno dei rapporti sociali e familiari e rischia di modificare il comportamento e la personalità di chi balbetta.

Per la maggior parte dei soggetti balbuzienti, il disturbo si situa al momento dell’elaborazione del pensiero in linguaggio. I motivi possono accentuarsi anche per la mancanza di un vocabolario appropriato e per la povertà di linguaggio. A volte il linguaggio è disturbato da un’affluenza verbale disordinata che impedisce al balbuziente di organizzare in maniera corretta i termini che gli occorrono per esprimere il suo pensiero; altre volte il linguaggio interiore è disturbato perchè il soggetto balbuziente ha troppe cose da dire senza peraltro averne i mezzi.

Per alcuni, la dispersione mentale è tale che il soggetto non riesce a fissarsi su ciò che ha da dire; altri invece sono disturbati, inibiti, dalla presenza troppo marcata dell’immagine dell’interlocutore. Infine, la parola può presentare dei blocchi, senza manifestazione tonica apparente, che sono la conseguenza del vuoto del pensiero, o del controllo sulla fonazione, come afferma da sempre il dott. Antonio Bitetti. In ogni caso, per dei motivi estremamente variabili esiste una disorganizzazione tra il pensiero ed il linguaggio. Troppo tempo intercorre tra ciò che c’è da dire e la possibilità di dirlo.

In un importante congresso di foniatria il dott. Bitetti affermava che l’aspetto più importante nella balbuzie è la variabilità in rapporto alla presenza dell’interlocutore. E’ l’impatto con gli altri che scatena tutta una serie di idee che condizionano poi la componente emotiva e comportamentale.

Da un sottostante senso di autosvalutazione, si innesca un temuto giudizio altrui e procede con un controllo sulla parola, nell’idea irrazionale di poter gestire al meglio la situazione. Elementi cognitivi errati che una volta appresi, possono permanere nell’età adulta condizionando negativamente la normale fluidità verbale.

Il concetto di radicalità della balbuzie che da tanti Autori viene visto come organicità del problema, sta nella profondità e nella complessità del sintomo stesso e può rappresentare una copertura simbolica di un conflitto di matrice eminentemente psicologica ( Bitetti A. Abstracts, XXXIII° Congresso di Foniatria e Logopedia,1999).

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FORME DIVERSE DI BALBUZIE

Come già detto in tante altre occasioni, la balbuzie è un disturbo della lingua parlata: il balbuziente sa quello che vuole verbalizzare, ma non riesce ad esprimerlo, non c’è sinergia tra pensiero e parola. Nella maggior parte dei soggetti balbuzienti, per dei motivi estremamente variabili, esiste una disorganizzazione tra il pensiero ed il linguaggio. Troppo tempo passa tra ciò che c’è da dire e la possibilità di dirlo.

Le teorie relative all’eziologia della balbuzie sono divergenti secondo i paesi e secondo le scuole di pensiero, invece tutti concordano nel riconoscere a questo disturbo due diverse forme:

  • Balbuzie – Forma Clonicala cui caratteristica è la ripetizione di una sillaba o di una lettera.
  • Balbuzie – Forma Tonica, che presenta un aspetto spasmodico della parola, con dei blocchi più o meno gravi sia nell’iniziare che nel corso del discorso e che a volte può essere accompagnata anche da sincìnesie, ovvero movimenti involontari della mimica facciale in funzione di compensazione per il vuoto verbale che si viene a creare.

Esiste poi una terza forma di balbuzie, che comprende entrambe le due forme sopra citate e che viene chiamata: Forma Mista   

Si incomincia a parlare di balbuzie vera e propria non prima dei 5 o 6 anni, una leggera forma in età inferiore, può essere quella che viene chiamata Forma Transitoria  ed è in rapporto ad una fisiologica evoluzione della normale acquisizione linguistica.

In effetti, si può fare diagnosi precisa di balbuzie solo quando il meccanismo si è ormai consolidato nel modello e nel tipo di comunicazione del bambino, cioè quando il modello si è cronicizzato.

Di solito lo si può evidenziare maggiormente a scuola, dove il bambino inizia ad interagire su un più ampio piano di relazione ed anche di competizione.

DIAGNOSI DI BALBUZIE

Non tutti sanno che il balbuziente nel chiuso della propria stanza, non condizionato da eventuale giudizio esterno, parla benissimo. Tale aspetto si evince in qualunque balbuziente ed in tutte le diverse forme, anche in quei soggetti affetti dalle forme più gravi.

Da un punto di vista medico c’è una tendenza ad interpretare su una base organica molteplici problemi di difficile comprensione. In effetti non si può dar torto a chi, intravedendo una indubbia complessità interpretativa della balbuzie, tende a credere ad una implicazione organica. Tale ipotesi organicistica o genetica, va a naufragare contro la evidente fluidità di parola che il balbuziente manifesta nella quiete della propria stanza o in qualunque altro contesto dove non è soggetto allo sguardo altrui.

La sintomatologia del balbettare è variabile a seconda del contesto dove il balbuziente viene ad interagire e a seconda delle persone con cui si relaziona.

Terapia della Balbuzie nei BambiniTerapia bambini balbuziente

Ad esempio, il bambino balbuziente teme fortemente l’interrogazione a scuola o se è chiamato a ripetere un argomento già esposto. E’ in un continuo stato di fibrillazione nel timore di essere chiamato ad esprimersi davanti ai suoi compagni. A volte, se la sintomatologia è forte, può essere addirittura esonerato dalla lettura ad alta voce, con ripercussioni sulla propria autostima e con una conseguente stigmatizzazione di tutta la sua condizione.

La Balbuzie negli AdolescentiAdolescenti Balbuzienti

Nell’adolescente balbuziente, il difetto della lingua parlata, la difficoltà di linguaggio può avere forti ripercussioni sulla normale evoluzione caratteriale, già di per se difficile a quella età. Possono instaurarsi momenti di isolamento nel non potersi esprimere adeguatamente con il gruppo dei pari, manifestando aspetti di forte autosvalutazione e a volte anche di autocommiserazione, con marcate tinte depressive.

Tutti aspetti che devono far riflettere sulla importanza di un problema, che si estrinseca sul linguaggio come dato finale della sintomatologia, ma che investe una sfera molto più ampia, quella della propria personalità e soprattutto, del modo di pensare di se in rapporto agli altri. Non intervenendo processi di effettivo cambiamento, il bambino o l’adolescente che balbetta, rischia fortemente di diventare un adulto balbuziente, con grave compromissione dell’assetto relazionale, ai vari livelli operativi di tutta la personalità.

Ecco perché è fortemente riduttivo pensare al problema della balbuzie, come ad un semplice problema di linguaggio. Pensare ciò, limita fortemente tutto il discorso e trascura l’importanza del significato psicologico e relazionale che il linguaggio rappresenta per l’essere umano nella sua interazione quotidiana.

Coloro che sono fermi a credere che la balbuzie rappresenta solo un semplice disturbo della fluenza verbale, come di solito accade nella cultura di impostazione rieducativa, tendono a  perdere di vista il valore fortemente psicologico del linguaggio, strumento estremamente sofisticato che il genere umano ha elaborato per veicolare pensieri ed emozioni.

La ricerca scientifica sul problema specifico della balbuzie, da troppo tempo si è eclissata e si è ancora fermi a  dare credito a due sole tesi dominanti: la tesi di una implicazione genetica, anche se non è ancora stata individuata una causa specifica sul piano organico, ed una conseguente impostazione su base rieducativa che purtroppo opera in maniera periferica rispetto a tutta la dinamica interpersonale del disturbo.

Per dirla tutta, in questo campo siamo molto lontani da un modello di ricerca interdisciplinare e su vasta scala, che potrebbe dare risposte adeguate sia sulle implicazione di aspetti cognitivi ed emozionali del linguaggio. Siamo inoltre in forte carenza sui dati statistici, con screening a breve, medio e lungo termine e che invece, se opportunamente condotti, potrebbero rappresentare un serbatoio di ulteriori importanti informazioni.

Sarebbe necessario operare anche sul confronto tra le diverse metodologie interpretative e metodologiche, per cercare di dare un nesso causale tra eventuali aspetti organici del problema, ovvero la predisposizione o la familiarità del disturbo e tutti quegli aspetti psicologici ed ambientali che condizionano la prestazione verbale in contesti diversi.

Se per un po’ ci mettessimo nei panni di una famiglia con un bambino balbuziente, ci renderemmo conto di come stanno veramente le cose e comprenderemmo meglio i tanti passaggi che la famiglia è costretta a compiere, a volte inutili, con la solita richiesta di prescrizione di lunghe sedute di logopedia, che purtroppo non intaccano minimamente la dinamica in questione.

Pur nel rispetto doveroso di chi da sempre si occupa del problema, vi è da sottolineare una latitanza di fondo nella cultura e nella preparazione di operatori professionalmente preparati ad una visione d’insieme del problema in questione. ( A.Bitetti, Emozioni, Comportamento e Controllo, IEB Editore, Milano, 2016).

Trascurando il dato importante di come vedere il problema nell’insieme, si tende a trascurare quelli che sono gli elementi essenziali della definizione di balbuzie. Una visione ampia offre ovviamente una risposta più completa, in termini di approccio e di risultati.

Anche molti pediatri, a volte sottovalutano il balbettare, pensando che la faccenda si ricomponga da sola, o che elementi evolutivi occasionali possano permettere un recupero spontaneo della fluidità di linguaggio nel bambino. Appare chiaro il fatto che, sembra di essere di fronte ad un modello culturale davvero datato. Una visione del problema molto lontana dalla sofferenza reale di coloro che la vivono direttamente.

CLASSIFICAZIONE E SINTOMI BALBUZIE

Secondo una definizione dell’OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità, 1977) la balbuzie viene definito un disordine del ritmo della parola nel quale il soggetto sa con precisione quello che vorrebbe dire, ma nello stesso tempo non è in grado di dirlo.


Viene considerato come uno dei più diffusi disturbi del linguaggio. Consiste in un insieme di alterazioni del ritmo e della fluidità dell’espressione verbale e viene vissuto da chi ne è affetto con grande sofferenza e disagio, perché il rallentamento nel parlare non riguarda assolutamente il pensiero; il soggetto sa benissimo ciò che desidera dire, ma fatica a dirlo.
Un’altra definizione più utilizzata in campo diagnostico psicologico è quella che definisce tale disordine come disturbo multifattoriale della personalità con rilevanti componenti psicologica e ambientale.

Secondo quanto riportato dal DSM IV (la quarta revisione del Diagnostic and Statistical Manual of mental disorders, Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali) si può fare diagnosi di balbuzie quando ci si trova di fronte a un’anomalia del normale fluire e della cadenza dell’eloquio (che risultano inadeguati per l’età del soggetto) caratterizzata dal frequente manifestarsi di uno o più dei seguenti elementi.

Sintomi:

  • ripetizione di suoni e sillabe;
  • prolungamento di suoni;
  • interiezioni;
  • interruzioni di parole (cioè pause all’interno di una parola);
  • blocchi udibili o silenti (cioè, pause del discorso colmate o non colmate);
  • circonlocuzioni (sostituzione di parole per evitare parole problematiche);
  • parole emesse con eccessiva tensione fisica;
  • ripetizione di intere parole monosillabiche;

L’anomalia di scorrevolezza interferisce con i risultati scolastici o lavorativi, oppure con la comunicazione sociale.
Se è presente un deficit motorio della parola o un deficit sensoriale, le difficoltà nell’eloquio vanno al di là di quelle di solito associate con questi problemi.
Il linguaggio del soggetto affetto dal balbettio è quindi spesso interrotto dalla ripetizione (che può essere continua o intermittente) di sillabe, suoni, vocaboli, frasi intere alternate a pause di silenzio durante le quali il soggetto è di fatto incapace di produrre un qualsiasi tipo di suono. Il linguaggio caratteristico del soggetto balbuziente viene definito, da un punto di vista medico, disfluenza verbale.

Esistono anche definizioni più prettamente foniatriche e logopediche della balbuzie infantile.

  • balbuzie tonica (caratterizzata da un arresto all’inizio della parola –fonema o sillaba iniziali- con prolungamenti del suono)
  • balbuzie clonica (caratterizzata da ripetizioni o del fonema iniziale o di tutta la parola)
  • balbuzie mista (sono presenti sia la forma tonica che la forma clonica con prolungamenti e ripetizioni)
  • balbuzie palilalica (caratterizzata da un ripetizione spasmodica di una sillaba che non ha attinenza con la frase che si intende pronunciare)

e quella in relazione alla localizzazione anatomica del blocco:

  • balbuzie labio-coreica (caratterizzata da movimenti involontari di lingua e labbra-corea, danza delle labbra – con conseguenti difficoltà nella produzione delle consonanti labiali p e b, delle consonanti labio-dentali f e v e delle consonanti dentali t e d)
  • balbuzie gutturo-tetanica (caratterizzata da rigidità dei muscoli della faringe e della laringe -spasmi- che rendono particolarmente difficoltosa la pronuncia delle consonanti gutturali c, g e k).

BALBUZIE PRIMARIA E BALBUZIE SECONDARIA

La principale classificazione della balbuzie è comunque quella che suddivide tale disordine in balbuzie primaria e balbuzie secondaria. Tale classificazione prende in considerazione il momento d’insorgenza del disturbo e le caratteristiche del disturbo stesso.

Balbuzie primaria

(nota anche come balbuzie di rodaggio o pseudobalbuzie) è un disturbo piuttosto comune; si stima, infatti, che il problema interessi il 30% degli infanti, in particolar modo di sesso maschile; di norma la balbuzie primaria scompare spontaneamente senza che sia necessario ricorrere a logopedia o riabilitazione del linguaggio.

Balbuzie secondaria

(anche balbuzie vera) è un problema decisamente più serio della balbuzie primaria. Essa si manifesta, di norma, in quel periodo dell’esistenza che va dai 6 ai 14 anni di età. È molto improbabile (anche se non impossibile) che la balbuzie vera si manifesti in età adulta.

Il problema balbuzie interessa circa l’1-2% della popolazione mondiale (tasso di prevalenza), anche se il tasso di incidenza è 5 volte superiore; sono cioè molte di più le persone che nel corso della vita hanno sofferto di balbuzie. La differenza fra il tasso di prevalenza e quello di incidenza si spiega con il fatto che la condizione di balbuzie tende, come già accennato, a regredire spontaneamente nel giro di un anno, un anno e mezzo dal momento in cui si è registrata la sua insorgenza (l’età media di insorgenza della balbuzie è 32 mesi).

CAUSE DELLA BALBUZIE

Il Dott. Antonio Bitetti ha affermato e ribadito in diversi convegni e simposi scientifici che è necessario un approccio integrato nella cura della balbuzie, per superare le tante insidie che questo disturbo presenta, soprattutto nelle sue dinamiche relazionali.

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