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LA BALBUZIE IN ETA’ PRESCOLARE

LA BALBUZIE IN ETA’ PRESCOLARE – UN MODELLO DI TERAPIA

 

 

LA BALBUZIE INFANTILE – TERAPIA ED INNOVAZIONE

Di solito, quando una famiglia con un figlio affetto da balbuzie primaria si rivolge alle strutture pubbliche, si sente rispondere che è necessario attendere l’età scolare per poter intervenire. Difatti, fino a poco tempo fa bisognava attendere il raggiungimento dei 6 anni per poter essere preso in carico dai professionisti della voce per ricevere le prime cure.  Fino a quel periodo, le famiglie e i loro figli dovevano pazientare e soffrire in silenzio.ISTITUTO EUROPEO BALBUZIE - la balbuzie negli adulti dott. Bitetti - cura per la balbuzie - definizione di balbuzie

Da alcuni anni non è più così. Attraverso le ricerche d’avanguardia condotte dal dott. Antonio Bitetti, psicologo-psicoterapeuta, ricercatore nel campo della balbuzie e della psicologia della comunicazione, anche i bambini piccoli, o molto piccoli, possono superare serenamente il loro disagio usufruendo delle cure specifiche da lui introdotte per primo in Italia e in Europa.

L’Approccio Integrato, finalizzato alla cura della cosiddetta balbuzie primaria, fase iniziale di balbuzie, affronta completamente il problema, sul nascere. Tale approccio, previene il fenomeno della cronicizzazione del disturbo, evitando inutili e sterili sofferenze, sia nel bambino che vive direttamente il disagio e sia nella famiglia, spettatrice passiva della situazione.

Gli studi condotti dal dott. Bitetti rappresentano una novità assoluta nel panorama  attuale delle ricerche sulla balbuzie infantile e saranno esposte al prossimo Congresso della American Psychological Association, di cui egli fa parte da alcuni anni. Questa terapia è rivolta espressamente ai genitori e non al bambino disfluente, il quale riceve il beneficio dell’approccio terapeutico, direttamente da loro, guidati nel cammino terapeutico dal dott. Bitetti. I risultati fino a questo momento sono a dir poco eccezionali e tutti i casi trattati rimarcano il valore di questo tipo di intervento.

Adesso, anche i bambini di 3-4 e 5 anni affetti da balbuzie primaria, o balbuzie infantile come altri la definiscono, possono essere curati senza nessuna controindicazione e anche le famiglie possono così ritrovare la loro serenità. Come si dice spesso in questi casi: “ E’ meglio prevenire che curare” e in effetti, affrontare precocemente tale disturbo evita ripercussioni negative, sia nel bambino e sia nei genitori.

COME CURARE UN ADULTO BALBUZIENTE

COME CURARE UN ADULTO BALBUZIENTE

 

 ISTITUTO EUROPEO BALBUZIE - la balbuzie negli adulti dott. Bitetti - cura per la balbuzie - definizione di balbuzie

LA BALBUZIE NEGLI ADULTI

Come molti balbuzienti adulti sanno, da troppo tempo si tenta di curare la balbuzie con tecniche rieducative che andrebbero nel migliore dei casi ad armonizzare l’utilizzo della bocca, nel tentativo di curare il disturbo. A volte, accompagnandosi anche con esercizi di respirazione, o con tecniche di rilassamento. Questo tipo di atteggiamento curativo, fa capire chiaramente che in questo campo si brancola nel buio, offrendo delle strategie generiche, nella “ pia illusione” di curare la balbuzie che attanaglia l’adulto.

Nel nostro paese, dove non esistono regole certe su chi può o, non può operare in campo sanitario, molti operatori sono addirittura sprovvisti di una laurea specifica o, addirittura senza nessun titolo di studio universitario. Eppure, tentano di curare con le più disparate tecniche, illudendo i pazienti su un percorso facile e di indubbia efficacia. Solo guardando su internet ci si rende conto di questo fenomeno e di quanti centri vengono fortemente pubblicizzati nella cura della balbuzie. Se si va a guardare con attenzione e leggendo con cura nei loro curriculum, non esiste nessun elemento formativo al riguardo, eppure tanti balbuzienti si affidano senza nessun tipo di riflessione.

L’adulto balbuziente che vuole curare veramente il proprio problema deve necessariamente fare delle considerazioni che esulano dal semplice utilizzo del linguaggio. La parola è sostenuta da emozioni, ed anche la relazione stessa è sostenuta da emozioni. Il problema vero di chi balbetta è la sua difficoltà a gestire adeguatamente le proprie emozioni nel momento topico della relazione sociale.

Ecco perché il balbuziente non balbetta mai quando si trova da solo, nel chiuso della propria stanza, o in ambienti dove non è condizionato da altre persone. E’ il tono emozionale che condiziona chi balbetta, soprattutto nel soggetto adulto che da troppo tempo vive e sperimenta giornalmente questa situazione. La via più facile sarebbe una tecnica, o un rimedio, ma la realtà dei fatti invece ci dice il contrario. Non è possibile curare la balbuzie con delle semplici tecniche rieducative, dato il significato profondo di questo disturbo.

La profondità è data dalla storia personale del balbuziente. L’aver convissuto per molti anni con questo tipo di condotta ha creato un solco profondo nel modo di ragionare e di relazionarsi del balbuziente. Non potrà mai esercitare un effetto terapeutico un rimedio tecnico, che sia la rieducazione, la fonetica, la respirazione o altri artifici vari.

La spiegazione la offre il dott. Antonio Bitetti attraverso i suoi libri sulla balbuzie, i suoi articoli scientifici e con il suo “ Approccio Integrato”. Egli offre un’interpretazione più ampia del problema. Tale modello di intervento mira a riequilibrare quelle che sono le basi emozionali del balbuziente, andando a mitigare le distorsioni cognitive, ed emotive che sono alla base delle sue ansie profonde. Modelli errati appresi nell’infanzia e portati avanti per anni creano nella mente del balbuziente una barriera difensiva nei rapporti interpersonali, diventando disfunzionali e inadatti ad una sana dinamica sociale e relazionale.

Psicologo certificato per la balbuzie

L’Approccio Integrato è avanti ad altri modelli di intervento, sia sul piano interpretativo e sia nella cura della balbuzie, poiché va ad affrontare tutti gli aspetti della personalità del balbuziente adulto. Egli ha la necessità di capire adeguatamente tutte le insidie che di solito vanno a sabotare il suo desiderio di parlare bene in ogni situazione della vita sociale. Il balbuziente è tiranneggiato da una componente negativa che va a neutralizzare i buoni propositi della parte sana della sua personalità.

Il modello terapeutico del dott. Bitetti, da oltre vent’anni rappresenta una svolta importante nella cura dell’adulto balbuziente, perché si propone il compito risolutivo di affrontare tutti gli aspetti che intervengono nel complesso dinamismo della balbuzie nell’adulto.

INTERVENTO PRECOCE NEL BAMBINO CHE BALBETTA

INTERVENTO PRECOCE NEL BAMBINO CHE BALBETTA

 

 

BAMBINO BALBUZIENTE A SCUOLA

La scuola rappresenta il contesto più importante dove il bambino inizia a relazionarsi, dove impara a competere con gli altri bambini  e ad interagire in maniera idonea per raggiungere obiettivi ben precisi e dove, la valutazione in rapporto alla prestazione, fa la sua prima comparsa. Il bambino a scuola deve necessariamente misurarsi con il giudizio, non solo dell’insegnate, ma della classe intera. In tal senso per sentirsi integrato nella dinamica scolastica, è necessario che il bambino abbia una buona percezione di sé e di conseguenza, una buona autostima.

L’autostima è data dalla capacità di saper riconoscere le proprie potenzialità, le propri qualità, e dalla capacità di canalizzarle in maniera adeguata nel contesto della relazione interpersonale. La comunicazione umana rappresenta il veicolo principale per indirizzare nel miglior modo possibile le proprie potenzialità. Attraverso il linguaggio gli essere umani veicolano idee, progetti, stati d’animo e tutte queste capacità, le quali, unite alla comunicazione non-verbale, creano i presupposti per una sana e proficua relazione sociale.

La balbuzie, come sintomo di una condizione di fondo a bassa autostima, va a compromettere la vita sociale del bambino, all’interno della vita scolastica. Il contesto dove dovrebbe vivere serenamente la dinamica sociale e competitiva, diventa un contesto di ansia e di giudizio negativo. Come sostiene il dott. Antonio Bitetti nelle sue ricerche sul fenomeno balbuzie, il balbuziente pensa male di sé e tende a proiettare sugli altri lo stesso metro di giudizio che rivolge verso se stesso. In questo dinamismo improntato alla negatività si crea un circolo vizioso che imprigiona il bambino balbuziente e lo può limitare nella sana dinamica di gruppo.

Mentre la cultura dominante su questo disturbo si concentra massicciamente sulla disfluenza, utilizzando metodi correttivi di tipo foniatrico, nessuno si occupa, o si occupa molto meno, delle problematiche che il bambino vive nella sua interiorità. Molti pensano che sia la balbuzie a compromettere il livello emozionale del bambino, ed invece sono le paure non risolte la vera causa della sua balbuzie.

E’ importante diffondere queste informazioni, soprattutto nella scuola, ambito primario di crescita sociale e culturale del bambino. E’ necessario superare lo stereotipo del bambino balbuziente in difficoltà sul piano delle relazioni all’interno del gruppo, andando ad esplorare quelle dinamiche emotive, ed affettive che trattengono non solo la parola ma, soprattutto, l’emozione necessaria per esprimere la propria forza caratteriale.

Da diverso tempo, il dott. Bitetti ha iniziato a descrivere in maniera dettagliata le sue ricerche in diverse scuole del territorio nazionale, parlando ai genitori e agli insegnanti, che sempre di più vogliono conoscere come si manifesta la balbuzie e perché. Uno degli ultimi incontri-seminario è stato tenuto a Cagliari, nell’Istituto Comprensivo di Via Stoccolma,1   –    caic86800v@istruzione.it

LA BALBUZIE E’ EREDITARIA?

Molte mamme si chiedono e ci chiedono se la balbuzie è ereditaria. Giusta domanda e giusta riflessione. Spesso in terapia si evince che ad essere affetti da balbuzie non è solo il bambino, o l’adolescente in cura, ma ha sofferto di balbuzie anche un genitore, più spesso il papà e a volte, anche un nonno.

A questo punto è necessario chiedersi in che cosa consiste un problema di tipo genetico, quale caratteristiche dovrebbe avere. Certamente il termine stesso ci aiuta a comprendere che un gene, sicuramente individuato, è responsabile del problema è viene trasmesso in maniera ereditaria.

Qual è la differenza tra malattie ereditarie, genetiche e congenite?

Che differenza passa tra malattie ereditariemalattie genetiche e malattie congenite? Spesso si sente parlare di malattie ereditarie e/o genetiche e/o di malattie congenite. I termini vengono spesso confusi o, peggio ancora, usati come sinonimi. Una malattia ereditaria è senz’altro genetica: può in effetti essere definita come una malattia causata da una mutazione genetica che è stata trasmessa dai genitori ai propri figli. Il termine congenita, invece, si riferisce semplicemente a una malattia che è presente fin dalla nascita. Tuttavia non è affatto detto che una patologia congenita sia anche genetica e se genetica, possa essere ereditaria o trasmissibile.

Difetti genetici non ereditati e non trasmissibili

Esistono in realtà anche casi intermedi, caratterizzati da difetti genetici che, per la loro genesi particolare, non è completamente appropriato classificare come ereditari. Esempio classico: la patologia cromosomica de novo. Le sindromi malformative di origine cromosomica sono dovute ad aberrazioni cromosomiche de novo, cioè non presenti nel genitore e dovute ad eventi pre o post-zigotici di riarrangiamento cromosomico. A meno che il difetto cromosomico non sia presente in una certa quota di spermatozoi o cellule uovo del genitore (mosaicismo germinale, cosa per altro impossibile da escludere con certezza), è improprio definire queste sindromi come ereditarie. Inoltre, poiché in molti casi queste sindromi impediscono all’individuo affetto di riprodursi, la patologia non è trasmissibile.

Da sempre si è cercato di dare una spiegazione riguardanti le cause della balbuzie

Sono state proposte diverse teorie riguardo alle cause della balbuzie: di tipo psicogenetico, neurologico, teorie che si concentrano sul linguaggio, la lateralità e la dominanza di un emisfero sull’altro, oppure teorie che si concentrano sul ruolo della ereditarietà. E’ anche possibile ipotizzare  una multifattorialità nella eziopatogenesi della balbuzie.

In un importante simposio internazionale sulla balbuzie, svoltosi a Roma nel 2000, a Palazzo Barberini, a cui ha partecipato anche il Dott. Antonio Bitetti, il celebre prof. Yairi, dell’Università di Chicago ( USA) sosteneva con una certa dose di sicurezza che la balbuzie potesse avere una solida base genetica, ed intravedeva la scoperta del gene o dei geni implicati in questa problematica. A distanza di molti anni, ne sono passati addirittura 18 di anni, nessun gene è stato scoperto come causa diretta o indiretta della balbuzie.

Tale ipotesi organicistica o genetica circa le cause della balbuzie, va comunque e sempre a naufragare contro la evidente fluidità di parola che il balbuziente manifesta nella quiete della propria stanza o in qualunque altro contesto dove non è soggetto allo sguardo ed al giudizio altrui. La cosa strana è che da diversi anni si susseguono notizie provenienti da fonti diverse e che parlano di identificazioni genetiche della balbuzie, annunciando imminenti terapie geniche, ma dopo un po’ di tempo tutto passa nel dimenticatoio e si aspetta la notizia successiva.

Un esempio recentissimo è questo articolo, tratto da fonte AGI:

(AGI) – Washington, – La balbuzie è genetica. Un gruppo di ricercatori del National Institutes of Health americano ha identificato tre mutazioni genetiche che influenzano il modo in cui il cervello elabora il discorso e che sono molto comuni nelle persone che balbettano. I risultati sono stati presentati in occasione del meeting dell’American Association for the Advancement of Science in corso a Washington. “E’ chiaro che questi difetti non sono la sola causa del disturbo”, ha precisato Dennis Drayson, scienziato che ha coordinato lo studio. “Una grande frazione del disturbo – ha continuato – non e’ probabilmente genetica per tutti, ma questi geni ci stanno fornendo un sacco di sorprese”. “A occhio e croce – ha detto Drayson – circa la meta’ delle balbuzie e’dovuta a quello che ereditiamo dalla famiglia”. Al momento gli scienziati americani hanno creato in laboratorio un topo geneticamente modificato che ha le mutazioni genetiche individuate. Ora i ricercatori sono convinti di poter trovare una cura per trattare la balbuzie genetica.

E’ evidente che lo studio sui topi è ben diverso dallo studio sull’uomo, anche perché i topi non hanno sviluppato il linguaggio, a differenza degli esseri umani che sono le uniche creature a possederlo, con la ben chiara implicazione relazionale che il linguaggio comporta. Sono informazioni ad orologeria, mai documentate seriamente e mai espresse dettagliatamente, attraverso l’identificazione del gene o dei geni che causano la balbuzie.

Si ha il sospetto che da diverse parti si voglia spostare l’interesse verso un settore di intervento su base medica, con quella cultura riabilitativa che di per sé è obsoleta, tentando maldestramente di mantenere fermo un dominio curativo, che ormai è ampiamente datato. Nella stragrande maggioranza dei balbuzienti invece, è certa la conoscenza di quella variabilità del problema in rapporto alla presenza di persone, soprattutto di estranei o ritenute importanti.

Cause genetiche della balbuzie o un problema psicologico?

Già nel 2006, il dott. Antonio Bitetti, con il suo libro “ La Balbuzie un problema relazionale, Armando Editore, Roma” spiegava il problema della balbuzie sul piano delle difficoltà che il balbuziente vive nei rapporti interpersonali e partiva da un ragionamento molto semplice. Sappiamo che il balbuziente da solo, nel chiuso della propria stanza e quindi non sottoposto a giudizio esterno, parla benissimo, non ha alcun sintomo riconducibile alla balbuzie.

La differenza principale tra un problema genetico e un problema psicologico-relazionale è che il primo problema ha una base strutturale, ed organica e non può essere influenzabile da stati d’animo o relazionali. Nel secondo problema, invece, si riscontra questa variabile. Il balbuziente sembra abbia due personalità: sereno e loquace quando è da solo, o con persone che ritiene amiche, invece diventa contratto e balbettante quando incontra i suoi simili. A voi le riflessioni.

Ma c’è di più. Sono proprio coloro che danno valore alla spiegazione genetica che rimarcano l’utilizzo delle cure rieducative, quali la logopedia o tecniche riabilitative della fonazione, della dizione, o della respirazione. Ma tutti sanno che un problema genetico non ha facilità di essere curato con tecniche riabilitative, caso mai possono avere un valore di supporto, ma non le potremmo definire terapie risolutive. A questo punto ci si dovrebbe rassegnare a convivere con la balbuzie, in attesa di una cura di tipo genetico, che risolva il problema direttamente sul gene responsabile di tale difficoltà.

Il dott. Bitetti ha superato la sua balbuzie con una esperienza formativa di gruppo-analisi, una terapia basata sulla comunicazione interpersonale e senza mai utilizzare tecniche rieducative, di nessun tipo. Tra gli addetti ai lavori, in Italia e in molte altre parti del mondo, è l’unico che può vantare tale esperienza e lo sanno tutti i colleghi.

La sua lunga esperienza con “ l’Approccio Integrato” confermano la sua tesi che le cause della balbuzie siano di tipo eminentemente psicologico e molto profonde, radicate nelle prime esperienze emozionali e bloccate sotto forma di controllo. Si manifestano esternamente sotto forma di balbuzie, ma hanno origine nel nucleo interno delle emozioni.

LA BALBUZIE APPROCCIO INTEGRATO

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LA BALBUZIE APPROCCIO INTEGRATO

Descrizione ed analisi del problema balbuzie

 

La balbuzie interessa circa il 1-2% della popolazione, con incidenza maggiore nel sesso maschile, su dieci casi di balbuzie, otto sono sicuramente di sesso maschile, interessando persone di ogni estrazione sociale e in ogni parte del mondo. Già questo aspetto potrebbe essere un importante motivo di ricerca nel cercare di dimostrare la valenza socio-relazionale del disturbo o, eventuali implicazioni di diverso ordine.

Il balbuziente sa quello che vuole verbalizzare ma non riesce ad esprimerlo, non c’è sinergia tra pensiero e parola. Nella maggior parte dei soggetti balbuzienti, per dei motivi estremamente variabili, esiste una disorganizzazione tra il pensiero ed il linguaggio. Troppo tempo passa tra ciò che c’è da dire e la possibilità di dirlo. Secondo il noto studioso spagnolo De Ajuriaguerra, la balbuzie è un disturbo di realizzazione della lingua parlata nell’ambito della relazione interpersonale.
Si può fare diagnosi precisa di balbuzie solo quando il meccanismo si è ormai consolidato nel modo e nel tipo di comunicazione del bambino, cioè quando si è: CRONICIZZATO. La balbuzie, da un punto di vista strettamente sintomatico, consiste in un insieme di alterazioni del ritmo e della fluidità dell’espressione verbale e viene vissuto da chi ne è affetto con grande sofferenza e disagio.

Un definizione molto utilizzata in campo diagnostico psicologico della balbuzie è quella che definisce tale disordine come un disturbo multifattoriale della personalità con rilevanti componenti psicologiche e ambientali. Ma è il Dott. Antonio Bitetti a dare un ulteriore contributo alla ricerca, attraverso l’introduzione del fattore controllo sulla fonazione, quale elemento centrale del problema balbuzie. Un meccanismo che scatta per frenare una sottostante energia aggressiva che il balbuziente ha difficoltà a gestire in maniera adeguata. Un aspetto frenante che va a compromettere la giusta capacità relazionale del soggetto balbuziente.

Soluzioni ed interventi proposti sulla base delle evidenze scientifiche

Attualmente, vi è una sostanziale contraddizione nell’offerta terapeutica riguardante la balbuzie. Difatti, tutte le tecniche fonatorie e rieducative del linguaggio, così massicciamente proposte, partono dal presupposto che questo disturbo sia di linguaggio. Ma in sostanza non è così, poichè come è stato già descritto, il balbuziente nel chiuso della propria stanza, non sottoposto a giudizio altrui, non balbetta mai. E’ evidente quindi che il balbuziente in cuor suo, sa di parlare bene, ma sa anche e vorrebbe spiegarlo a tutti, che il suo vero problema, è solo di relazione.

Già nel 1999, il Dott. Bitetti affermò questo concetto in un importante congresso di Foniatria e di Logopedia e nel 2000 ebbe a confrontarsi con il Prof.Yairi dell’Università di Chicago, il quale sosteneva la probabile origine genetica di tale problema. Il Prof. Bitetti, invece, sottolineava e tuttora sostiene la necessità di virare la ricerca su ben altri aspetti, poiché è ormai risaputo che il balbuziente parla benissimo, non ha bisogno di rieducazioni fonatorie, poiché il suo vero problema e lo sa riconoscere da solo, è il sofferto impatto con gli altri esseri umani, così come accade per il timido.

La sola differenza tra il timido ed il balbuziente è data dal fatto importante che il balbuziente esercita un potente meccanismo di controllo sulla sua bocca, tendente a frenare quella energia a matrice aggressiva, necessaria per competere normalmente con i propri simili. La balbuzie poggia su tre aspetti fondamentali: una idea  autosvalutativa di fondo, una proiezione sugli altri dello stesso tipo di giudizio negativo ed infine, quell’elemento di controllo, come aspetto finale, nel tentativo irrazionale di poter gestire l’intera situazione durante il sofferto impatto relazionale.

Partendo da queste riflessioni, nel 1997, il Dott. Antonio Bitetti ha fondato con risorse proprie, l’Istituto Europeo per la Balbuzie e la Psicologia della Comunicazione. Nel 2010 è diventato editore, nell’intento di dare una svolta  nella divulgazione di concetti più evoluti e di  proporre una terapia innovativa, frutto delle sue intuizioni personali, dopo aver superato brillantemente la propria balbuzie con una esperienza di gruppo-analisi su suggerimento dell’Illustre Prof. Leonardo Ancona, allora Direttore della Cattedra di Psichiatria  dell’Università Cattolica di Roma e dopo ricerche di tipo cognitivo-comportamentale, condotte con il compianto Prof. Cesare De Silvestri, pioniere in Italia di questo importante filone di ricerca psicologica.

Sostenendo la matrice eminentemente relazionale di questo diffuso disturbo, è importante evidenziare un altro aspetto rilevante di tutta questa dinamica e cioè, che il balbuziente è condizionato anche dal feedback generato dall’ascolto del suo balbettare. Infatti, una importante ricerca dell’Università di Edimburgo ha prodotto negli anni’80 uno strumento tecnologico che permetteva di annullare, attraverso un cicalino, emesso durante  l’emissione, l’ascolto della propria voce (Edinburgh Masker).Questa ulteriore prova conduce inevitabilmente al fatto che il balbuziente è fortemente condizionato nella sua prestazione verbale, perché tende a subire la relazione umana, anziché gestirla in maniera propositiva e produttiva.

Tutto il dinamismo del balbettare si traduce in un dispendio imponente di risorse potenziali, di mancate affermazioni personali e che vanno a ripercuotersi sul dinamismo generale e soprattutto sociale. A volte si sottovalutano le tante risorse umane sprecate attraverso inutili e sterili atteggiamenti, ma non dovremmo continuare a chiudere gli occhi di fronte a tale annichilimento. La salute di un popolo è alla base della sua realizzazione e affermazione, poiché tutti concorrono a tale progetto. A questo intento è chiamato anche il balbuziente e non può più nascondersi dietro questo sintomo.

 

Proposta scientifica del metodo:  La Balbuzie Approccio Integrato

 

Fermo restando che il progetto “ La Balbuzie Approccio Integrato” è un modello ormai collaudato da circa venti anni, su scala nazionale ed internazionale e di cui hanno usufruito diverse migliaia di pazienti, di ogni fascia di età. L’idea di fondo è quella di renderlo ancora più fruibile, soprattutto da quella parte di popolazione, ormai la maggioranza, che fa fatica a trovare le risorse disponibili per accedervi.

Sul piano scientifico e dei risultati, questo approccio è di sicuro il più avanzato presente sul mercato nazionale poiché affronta la balbuzie a 360°. Difatti, l’intento del progetto riguarda anche la misurabilità data dal confronto tra il nostro modello terapeutico e le tecniche rieducative proposte dal SSN o da altre strutture similari presenti sul territorio italiano.

L’ideale sarebbe quello di creare una commissione scientifica e valutare le performance dell” Approccio Integrato” con tutte le altre metodologie e definire quella più efficace a ottenere risultati ottimali e duraturi. Per fare ciò è necessario attingere a risorse finanziarie che allo stato attuale delle cose, è difficile da ottenere ed anche perché vincere un bando di concorso ministeriale aumenterebbe sensibilmente la caratura ed il valore scientifico del lavoro del Dott. Bitetti, il quale da parte sua ha già dimostrato ampiamente le basi su cui poggia il proprio lavoro di ricerca e di cura della balbuzie.

La fattibilità è data soprattutto dai tantissimi pazienti che chiedono informazioni al libero mercato, riconoscendo una cronica carenza ed una latitanza delle istituzioni pubbliche nel dare risposte concrete ed efficace a chi soffre di questo disturbo della comunicazione, come già ampiamente descritto nelle pagine precedenti. Ed infine, e non di minore importanza, le continue richieste che arrivano a noi, da parte di addetti ai lavori che vorrebbero formarsi ad una cultura avanzata nell’approccio di cura della balbuzie. I tempi sono oramai maturi per un cambiamento nella impostazione di cura e da più parti si è pronti a recepire l’innovazione ed il cambio di passo, passando da una impostazione semplicemente rieducativa, ad una impostazione olistica, che tiene conto del sintomo, ma non trascura tutti quei fattori, interni ed esterni del problema.

 

Criticità culturale e balbuzie

 

La criticità è rappresentata soprattutto dal fattore culturale. Dopo diversi decenni di cultura rieducativa, il mondo sanitario, a vari livelli, indirizza i pazienti affetti da balbuzie verso soluzioni terapeutiche rieducative o riabilitative, trascurando i tanti aspetti sopraelencati.

Si è strutturata nel tempo, una cultura e in maniera stereotipata, la si ritiene la più adatta, semplicemente perché storicamente è quella proposta dalla sanità pubblica. In tutti questi anni non si è mai fatta ricerca seria e questo ha facilitato anche il pullulare di risposte di cura tra le più strane e disparate, basterebbe dare una occhiata su internet, a tutto svantaggio della qualità e dell’efficacia del servizio offerto.

Vi è la necessità di un cambiamento culturale e metodologico, ma questo richiede proposte e soprattutto, una formazione che spinga ad una visione moderna del problema. Ma come tutti sappiamo non è facile adattarsi ad un nuovo modello, soprattutto se non è supportato da evidenze statistiche e di risultati. Ecco la necessità di una sperimentazione capillare che coinvolga le strutture già presenti sul territorio, ma che abbiano a cuore l’interesse della popolazione bisognosa di cure, le migliori presenti sul territorio.

 

 

BALBUZIE E ATTUALITA’

 

La definizione di “Approccio Integrato” è stata introdotta dal Dott. Antonio Bitetti molti anni fa, precisamente nel 1997, con lo scopo di meglio definire l’atteggiamento terapeutico da adottare nella cura della balbuzie, sia nella balbuzie infantile e sia nella balbuzie degli adulti.

Fu poi successivamente presentato dal Dott. Bitetti nel 1999, in occasione del XXXIII Congresso Nazionale di Foniatria e Logopedia, che in quella circostanza si svolse a Bari, dove fu invitato dal comitato scientifico per tenere una comunicazione sulla balbuzie alla vasta platea scientifica lì convenuta.

Soprattutto il termine di Approccio, successivamente ripreso da tanti altri, a volte in maniera inadatta, va a collocarsi in quello che il Dott. Bitetti definisce il modo più preciso e significativo riguardo al modo di porsi nel trattamento e nella cura del problema balbuzie.

Questo modo di porsi però può risultare sterile, se non è sostenuto da una profonda conoscenza di tutte quelle dinamiche interne e relazionali che stanno alla base del problema. Non ci dobbiamo fare abbagliare dalla continua proposta di tecniche di cura della balbuzie. Ricordiamoci che questo disturbo non è possibile curarlo con una tecnica, poiché ha in essere tutta una serie di dinamiche che vanno focalizzate e chiarite.

Molti balbuzienti, sottoposti a tecniche, molto simili tra di loro, basate soprattutto su tecniche fonatorie e respiratorie trovano giovamento iniziale e danno la sensazione di poter superare definitivamente il problema, spingendosi ad affermare di essere completamente guariti. Invece, con il passare del tempo, iniziano ad avvertire i segni di un ritorno della sintomatologia, che come il Dott. Bitetti afferma da sempre, sono i segnali di un ritorno al passato, segnali tipici di una non vera guarigione.

Per il Dott. Bitetti, guarire dalla balbuzie significa allontanarsi dall’idea di controllo sulla fonazione e dal pensiero negativo che attanaglia il balbuziente nel suo modo di pensare, senza tralasciare il fatto di dover recuperare anche le capacità di relazionarsi senza difficoltà, perse con il procedere degli anni.

Pensare di avanzare da queste difficoltà con semplici tecniche, o strategie, soprattutto proposte da persone inesperte, è una pia illusione. ( A. Bitetti, Emozioni Comportamento e Controllo, IEB Editore, Milano 2016).
Per salvaguardare l’intenso lavoro di ricerca del Dott. Bitetti, svolto in tanti anni di sperimentazione e studio, è stato pubblicato il volume dal titolo chiaro e significativo: La Balbuzie Approccio Integrato, IEB Editore, Milano, 2010.

Non essendoci ricerca seria sul problema della balbuzie, spinge molti ex-balbuzienti a porsi come “terapeuti”, a volte senza nessun titolo specifico, senza preparazione seria e qualificata, il tutto, condito solo da una buona dose di marketing e pubblicità. Chi ne fa le spese è il balbuziente stesso, o le famiglie dei balbuzienti.

La balbuzie dovrebbe diventare un terreno di ricerca vera, basata su dati attendibili e verificabili. Inoltre, dovrebbe essere più chiaramente definita nella sua sintomatologia e sul significato vero e profondo, non soffermandosi unicamente sulla disfluenza del linguaggio, come da sempre si fa, in tanti ambiti.

RICERCA SCIENTIFICA E BALBUZIE

Sul problema specifico della balbuzie, la ricerca scientifica da troppo tempo stenta a decollare, anzi, per dirla tutta, in questo campo siamo molto lontani da un modello di ricerca interdisciplinare e su vasta scala che dovrebbe tendere a dare risposte adeguate sulle implicazione di aspetti cognitivi ed emozionali del linguaggio.

Sarebbe opportuno produrre nuovi dati statistici, che potrebbero rappresentare un importante serbatoio da dove attingere risposte adeguate per screening a breve, medio e lungo termine.

Sarebbe di notevole interesse per la ricerca anche un confronto tra le diverse scuole interpretative e metodologiche, per cercare di dare un nesso causale tra eventuali aspetti organici del problema, ovvero la predisposizione o la familiarità del disturbo e tutti quegli aspetti psicologici ed ambientali che condizionano la prestazione verbale in contesti diversi.

Se ci mettessimo nei panni di una famiglia che ha un figlio balbuziente, ci troveremmo a che fare con una realtà decisamente complessa in cui la proposta di intervento è soprattutto quella logopedica, almeno nelle strutture pubbliche.

I professionisti che operano con questa impostazione, da sempre quella di riferimento nell’ambito della sanità pubblica, certamente si impegnano a fare al meglio il loro lavoro, ma ammettono candidamente di non avere i requisiti formativi, oltre che interpretativi del disturbo che sono chiamati a trattare.

Anche lo specialista medico, punto di riferimento del settore, non ne sa di più e solitamente, per prassi, delega l’intervento alle logopediste. Manca la visione d’insieme da molti auspicata e fortemente richiesta, soprattutto da chi vive in prima persona la difficoltà del problema.

Persino il pediatra, che a volte è lo specialista di prima istanza consultato dalla famiglia non dice tanto, si sofferma a dare delle rassicurazioni. Ipotizzando che la balbuzie possa avere una evoluzione positiva con il passare del tempo, tende a tranquillizzare i genitori, nell’attesa che eventi occasionali modifichino in meglio la condizione.

Si sa che la balbuzie, ed è un dato statistico, una volta consolidata, cronicizzata, con l’entrata del bambino a scuola, tende a permanere nel repertorio comportamentale, fino ad incitarsi nella personalità, diventando quel disturbo complesso appena descritto.

 

CAUSE DELLA BALBUZIE

 

Da un punto di vista medico c’è una tendenza ad interpretare su base organica i problemi di difficile comprensione. In effetti non si può dar torto a chi, intravedendo una indubbia complessità interpretativa della balbuzie, tende a credere ad una implicazione organica.

Tale ipotesi organicistica o genetica, va a naufragare contro la evidente fluidità di parola che il balbuziente manifesta nella quiete della propria stanza, o in qualunque altro contesto dove non è soggetto allo sguardo ed al giudizio altrui.

Da diversi anni si susseguono notizie da fonti diverse e che parlano di identificazioni genetiche del problema, annunciando imminenti terapie geniche, ma dopo un po’ di tempo tutto passa nel dimenticatoio. Difatti, il gene o i geni responsabili della balbuzie non sono stati mai individuati e persino le aree neurologiche coinvolte non trovano esaurienti spiegazioni.

Un esempio recentissimo è questo articolo, tratto da fonte AGI:

(AGI) – Washington, 21 feb. – La balbuzie e’ genetica. Un gruppo di ricercatori del National Institutes of Health americano ha identificato tre mutazioni genetiche che influenzano il modo in cui il cervello elabora il discorso e che sono molto comuni nelle persone che balbettano. I risultati sono stati presentati in occasione del meeting dell’American Association for the Advancement of Science in corso a Washington.

“E’ chiaro che questi difetti non sono la sola causa del disturbo”, ha precisato Dennis Drayson, scienziato che ha coordinato lo studio. “Una grande frazione del disturbo – ha continuato – non e’ probabilmente genetica per tutti, ma questi geni ci stanno fornendo un sacco di sorprese”. “A occhio e croce – ha detto Drayson – circa la meta’ delle balbuzie e’ dovuta a quello che ereditiamo dalla famiglia”. Al momento gli scienziati americani hanno creato in laboratorio un topo geneticamente modificato che ha le mutazioni genetiche individuate. Ora i ricercatori sono convinti di poter trovare una cura per trattare la balbuzie genetica.

Emblematico il caso di un altro ricercatore, il dottor Dennis Drayna, del National Institute on Deafness and Other Communication Disorders che in un’ intervista, affermava che: “molti aspetti sono stati suggeriti essere causa del disturbo, ma nessuno di loro ha confermato però di essere vero. Per la prima volta, oggi, conosciamo una delle cause del disordine”. Continua dicendo: “Le persone che sono aiutate da un tipo di terapia possono essere persone con una mutazione in uno di questi geni, mentre persone che sono aiutate da un’altro tipo di terapia possono essere persone con una mutazione in un altro dei geni che abbiamo identificato. Per la prima volta possiamo chiederci: perchè alcune cure funzionano bene per certuni e non per altri ?”

La scoperta necessita ulteriori studi, ma riaccende la luce della speranza, con l’obiettivo di riuscire ad affrontare il disturbo con terapie sempre più efficaci, inoltre, come dice bene Jane Fraser, presidente della Stuttering Foundation of America: “I genitori non causano la balbuzie, e questa ricerca dovrebbe togliere il fardello della colpa dalle loro spalle”.

E’ evidente però che lo studio sui topi è ben diverso dallo studio sull’uomo, anche perché i topi non hanno sviluppato il linguaggio, a differenza degli esseri umani che sono le uniche creature a possederlo, con la ben chiara implicazione relazionale che il linguaggio comporta.

Sono informazioni ad orologeria, mai documentate seriamente e mai espresse dettagliatamente, attraverso l’identificazione del gene o dei geni che causano la balbuzie. Si ha il sospetto che da diverse parti si voglia spostare l’interesse verso un settore di intervento su base medica, con quella cultura riabilitativa che di per sé è obsoleta, tentando maldestramente di mantenere fermo un dominio curativo che ormai è ampiamente datato.

Anche perché e bisogna sottolinearlo, se fosse vera la causa genetica, tutte le cure logopediche e riabilitative del linguaggio adesso praticate su larga scala, non avrebbero senso ed utilità. Per capire meglio i meccanismi intrinseci della balbuzie consigliamo la lettura dell’ultimo libro del Dott. Bitetti incentrato sul meccanismo del controllo emozionale. (A.Bitetti, La Balbuzie Approccio Integrato, IEB Editore, Milano,2010)

ISTITUTO EUROPEO BALBUZIE - la balbuzie negli adulti dott. Bitetti - cura per la balbuzie - definizione di balbuzie

 

Nella stragrande maggioranza dei balbuzienti è certa la conoscenza di quella variabilità del problema in rapporto alla presenza di persone, soprattutto di estranei o ritenute importanti. La sintomatologia del balbettare è variabile a seconda del contesto dove il balbuziente viene ad interagire e a seconda delle persone con cui si relaziona.

Ad esempio, il bambino balbuziente teme fortemente l’interrogazione a scuola, oppure, se è chiamato a ripetere un argomento già esposto. E’ in un continuo stato di fibrillazione nel timore di essere chiamato ad esprimersi davanti ai suoi compagni. Invece è facilitato nel rapporto con persone amiche, che non lo impegnano molto sul piano del valore personale e preferibilmente, non protese a giudicarlo.

A volte, se la sintomatologia è forte, può essere addirittura esonerato dalla lettura ad alta voce, con ripercussioni sulla propria autostima e con una conseguente stigmatizzazione di tutta la sua condizione.

Nell’adolescente balbuziente, la difficoltà di linguaggio può avere forti ripercussioni sulla normale evoluzione caratteriale, già di per se difficile a quella età. Possono instaurarsi momenti di isolamento nel non potersi esprimere adeguatamente con il gruppo dei pari, manifestando note anche di forte autosvalutazione e a volte anche di autocommiserazione, con marcate tinte depressive.

Tutti aspetti che devono far riflettere sulla importanza di un problema, che si estrinseca sul linguaggio come dato finale della sintomatologia, ma che investe una sfera molto più ampia, quella della propria personalità e soprattutto, del modo di pensare di se in rapporto agli altri.

Non intervenendo processi di effettivo cambiamento, il bambino o l’adolescente balbuziente, rischia fortemente di diventare un adulto balbuziente, con grave compromissione dell’assetto relazionale, ai vari livelli operativi di tutta la personalità.

Ecco perché è fortemente riduttivo pensare al problema della balbuzie, come ad un semplice problema di linguaggio. Pensare ciò, limita fortemente tutto il discorso e trascura l’importanza del significato psicologico e relazionale che il linguaggio rappresenta per l’essere umano nella sua interazione quotidiana.

Coloro che sono fermi a credere che la balbuzie rappresenta solo un semplice disturbo della fluenza verbale, come di solito accade nella cultura di impostazione rieducativa, tendono a  perdere di vista il valore fortemente psicologico del linguaggio, strumento estremamente sofisticato che il genere umano ha elaborato per veicolare pensieri ed emozioni.

La presenza di una vasta popolazione di balbuzienti adolescenti ed adulti, la dice lunga sul fatto che più di tanto non si è potuto fare nell’infanzia, o non si è saputo fare. Va da se che molte rinunce sono state fatte dalle famiglie con bambini balbuzienti, proprio nella impossibilità di trovare risposte adeguate nei tempi idonei per tentare di invertire la condizione. Ma in cuor suo, chi balbetta sa che la situazione interna non è così semplice come la si vuole far credere.

Il balbuziente conosce le sue paure interne, le posizioni rigide da un punto di vista cognitivo, la irrazionalità di alcune sue idee e che vanno a pregiudicare la possibilità realistica di avere un adeguato rapporto interpersonale. La comunicazione umana non dovrebbe essere una esperienza sofferta, come lo è nel caso del balbuziente, che a volte non è capace di fare una semplice telefonata, o provare grande sofferenza anche nel chiedere una semplice consumazione al bar.

Sul piano della comunicazione interpersonale, quello che è semplice e a volte piacevole per il normoloquente, diventa pura sofferenza per il balbuziente. Tale stato di cose pregiudica il balbuziente dal poter investire adeguatamente le proprie risorse culturali ed umane nell’ambito sociale, ed è per questo che il problema balbuzie può diventare un limite nella realizzazione personale, a scapito anche della ricchezza di tutto il contesto del gruppo di riferimento.

Se è vero il concetto che la emancipazione e la partecipazione alla vita di relazione creano ricchezza, una forte limitazione di tali possibilità certamente crea impoverimento, a scapito ovviamente, di tutta la collettività. A questo punto è legittimo pensare che la balbuzie non rappresenta più un disturbo solo soggettivo, della sfera personale. L’atteggiamento del singolo, con le sue paure e le sue incertezze a comunicare, creando un blocco di quella energia psicologica e relazionale, porta ad un certo impoverimento nel processo di crescita collettiva.

Ecco perché è importante limitare l’incidenza di questo problema sin dall’infanzia, cercando di dare le migliori possibilità al bambino balbuziente. Non permettendo di superare la soglia della adolescenza, limite importante, affinché non diventi elemento grave di difficoltà relazionale e quindi, adoperandosi molto per sganciarsi da questo modello comunicativo nel più breve tempo possibile.

NUOVO MODELLO TERAPEUTICO

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 UNA CURA DELLA BALBUZIE, SIA IN ETA’ PEDIATRICA E IN ETA’ ADULTA

Nel nostro modello di intervento terapeutico si parte dal presupposto che il balbuziente va aiutato a comprendere che il suo linguaggio alterato è frutto di un modello di pensiero e di emotività che ha radici nella propria personalità. Va sempre sottolineato che il balbuziente, bambino o adulto che sia, nel chiuso della propria stanza, protetto dal temuto giudizio negativo da parte degli altri, parla bene e senza nessun sintomo evidente.
Nelle ricerche del dott. Bitetti, il problema balbuzie viene visto essenzialmente come un sintomo, frutto di una scarsa propensione del balbuziente a canalizzare al meglio le proprie risorse emozionali.

Per più di cinquant’anni si è assistito a dei modelli di intervento di tipo rieducativo, perché si tendeva a credere e in parte lo si crede tuttora, che il balbuziente fosse un soggetto da rieducare nella parola, protesi a credere che il problema vero fosse l’evidente difficoltà ad estrinsecare parole. Soffermarsi sulla parte periferica del problema, sulla manifesta difficoltà di linguaggio, tende a far perdere di vista, o peggio, a non tener conto del valore relazionale e del significato psicologico del problema balbuzie.

La “madre di tutta la questione è il pensare male di sé”

Non perché il balbuziente non possiede qualità, ma perché è abituato a controllare esageratamente le proprie risorse. Va in controtendenza rispetto alle reali esigenze della vita quotidiana. Questa censura , per i soggetti predisposti alla balbuzie, è un processo appreso  sin da piccoli e che ostacola la possibilità di espansione, inibendo così la libertà di relazione.

Nel balbuziente è forte la paura del giudizio degli altri, ma che in fondo è il giudizio negativo che egli esprime verso se stesso e questo, solo nel momento del rapporto interpersonale.

Ecco perché il balbuziente quando è solo sta bene, è sereno, proprio perché non mette in gioco se stesso e quindi, parla bene. e inibisce la possibilità di espansione, generando una forte paura di un eventuale giudizio negativo da parte degli altri, ma che di fondo non è altro che un proprio giudizio negativo rivolto a se stessi. Questo diventa l’elemento ansiogeno più caratteristico e radicato, che segna nel profondo il modello di pensiero irrazionale di chi balbetta

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Nell’approccio al bambino si è sempre pensato esclusivamente alla sua disfluenza, alla sua evidente difficoltà ad articolare le parole. Così si è dato largo spazio a tutte quelle strategie di correzione del linguaggio, con estenuanti sedute di rieducazione ma, senza mai calibrare una strategia di comprensione sul piano prettamente relazionale della dinamica in questione.
E’ evidente che il settore in cui si dovrebbe maggiormente intervenire è l’area della relazione umana e non della fonazione e della articolazione delle parole, anche se quest’ultima rappresenta la parte manifesta del problema balbuzie.
Per comprendere bene bisogna capire cosa comprendere, dove si vuole comprendere e come comprendere, ovvero avere una strategia di intervento. Ma questa, facendo riferimento alla sola area della fonazione, difficilmente potrà andare al cuore del problema e alla sua vera risoluzione.

 

La balbuzie approccio integrato

INTERVISTA BALBUZIE SU MYBESTLIFE

La balbuzie (26/04/2000)

La balbuzie affligge l’1,5 per cento della popolazione italiana con un’incidenza maggiore sugli uomini. Sono per lo più persone che non hanno fiducia in se stesse e nelle proprie capacità: si autosvalutano, o meglio, tendono a trattenere le proprie energie, a scapito della competizione.

Si tratta di un blocco del normale fluire del linguaggio causato da un controllo ossessivo su di esso che provoca ansia la quale si manifesta con la balbuzie, appunto; è chiaramente un sintomo dalla palesi cause caratteriali e psicologiche. Nella maggior parte dei casi viene infatti affrontato basandosi su questi dati, altrimenti, l’alternativa è quella di rivolgersi ad un logopedista.

Spesso i risultati però non sono soddisfacenti poiché il problema viene affrontato considerando uno solo degli aspetti che caratterizzano il problema, mentre invece si dovrebbero considerare tutte le componenti del disturbo. A tal proposito il Prof. Antonio Bitetti ha ideato un sistema che prende in esame tutte queste componenti e che lo ha denominato “Approccio Integrato”.

Da un lato il problema si affronta con una terapia psicologica breve e mirata, lavorando sul carattere, sulla scarsa valutazione che il paziente ha di se stesso, aiutandolo a riacquistare fiducia; contemporaneamente si cerca di allontanare l’attenzione del paziente dalla bocca, quello che il Prof. Bitetti definisce “controllo sulla bocca” e di focalizzarla su zone del corpo neutre e periferiche del corpo. Di recente affermazione il lavoro su genitori di bambini molto piccoli, non ancora affetti da balbuzie consolidata, ma a scopo preventivo, per evitare la cronicizzazione dei primi episodi di balbettìo, il tutto attraverso una tecnica motoria che induce a depolarizzare il controllo.

Si tratta di una terapia da seguire sia individualmente e sia in gruppo poiché consente di condividere con altre persone i propri problemi ed i loro sviluppi. Il gruppo è costituito da pochi individui formati e selezionati da un terapeuta che valuta sulla base di elementi psicodiagnostici e motivazionali. Il trattamento si articola in incontri giornalieri della durata di 4-5 ore ciascuno per 10-14 giorni consecutivi; il proseguimento dipende poi dall’evoluzione personale di ogni singolo paziente, ma si calcola di ottenere una risoluzione del problema nel corso di alcuni mesi.