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EMOZIONI E BALBUZIE

La balbuzie: un tumulto di emozioni.

Una cosa accomuna tutti gli esseri viventi: le emozioni. Che ne siano consapevoli o meno, vivono in ogni istante un flusso emotivo straordinario: gioia, tristezza, paura, ansia, angoscia, euforia, ecc. Noi possiamo di solito controllare la manifestazione delle emozioni ma non possiamo controllare mai il loro insorgere dentro di noi. Ciò che possiamo e sarebbe più saggio fare: è gestirle.

Gestire le proprie emozioni, dunque, non significa controllarle, come vorrebbe fare la mente, ma modularle alla luce di una nuova consapevolezza della vita e della nostra vera essenza. Gestire le emozioni è uno dei passi più importanti nel percorso di crescita personale.

Le emozioni sono funzioni della mente spontanee, interiori, veloci, fisiche e mentali che ci aiutano ad affrontare le situazioni di pericolo, o di piacere che viviamo. Sono reazioni naturali che ci permettono di metterci in allerta in situazioni di rischio, minaccia, frustrazione, ecc. L’ansia e la rabbia, per esempio, sono reazioni naturali e positive che aiutano a metterci in allerta per situazioni che sono considerate pericolose; ma può succedere che le reazioni siano scatenate da stimoli innocui causando disagi.

In generale le emozioni si attivano per poter scegliere un comportamento in breve tempo tra: Le emozioni sono una risorsa. Le emozioni, anche quelle un po’ problematiche, come la collera e il risentimento, non sono il vero problema; il vero problema è gestirle sapientemente per risolvere l’evento che le ha generate.

Una cosa, invece, distingue l’essere umano dagli altri esseri viventi è che lui, in qualche maniera, è teoricamente in grado di gestirle razionalmente. E’ interessante riflettere sul collegamento esistente tra la mente e il corpo, la loro associazione misteriosa con le memorie del passato che sono nascoste nel nostro inconscio e che condizionano il nostro libero arbitrio e la nostre scelte quotidiane.

Imparare a gestire le emozioni significa accettare che esse hanno una funzione importante per noi, in quanto sono una manifestazione indispensabile della nostra esistenza. Sono l’espressione della nostra mente più profonda, che ha la funzione di tutelare la nostra integrità, sia fisica che mentale.

Il nostro cervello è attrezzato a gestire le emozioni in modo molto rapido ed efficace, attraverso il sistema limbico, composto principalmente dall’amigdala e dell’ipotalamo. Quando siamo preda di emozioni forti e incontrollate è perché il nostro sistema limbico ha preso il comando e avviene il “sequestro emotivo”, che sottrae il controllo alla mente cosciente per un po’ di tempo. Questo in pratica significa che quando scatta l’emergenza, i circuiti di tipo reattivo hanno il sopravvento e noi iniziamo a funzionare secondo gli automatismi animaleschi con tutti i limiti del caso.

Bisogna demitizzare, però, questo concetto: le emozioni sono niente più né meno di energia che passa attraverso di noi. non sono ciò che siamo. Quando ci identifichiamo con le emozioni che sperimentiamo, possiamo perderci in esse. Resistere o sopprimerle non aiuta e non risolve nulla. Occorre solo considerare che nessuna emozione, così nessun sentimento, è “definitivo”. Molte emozioni sorgono perché vi preoccupate del futuro oppure rivivete il passato.

Pertanto essere presenti nel momento presente, può risolvere facilmente un’emozione connessa al passato o al futuro. Gestire le proprie emozioni (specialmente le emozioni negative) richiede un atteggiamento amorevole in primo luogo verso se stessi e verso gli altri; richiede di adottare una strategia che ci dia una visione dell’evento, priva di giudizio, sia verso se stessi che verso gli altri.

Occorre imparare ad uscire dalla logica del giudizio, della necessità di giudicare in continuazione se stessi e gli altri. Quando scatta il sequestro emotivo sopraddetto, è troppo tardi per cercare di gestire veramente le proprie emozioni; il massimo che si può fare è cercare di gestire come si può il fiume in piena delle emozioni; cercare di gestirne la forma, la manifestazione esteriore; mentre il nostro corpo e la nostra mente subiscono l’azione di questo fiume in piena.

Ci sono emozioni che spingono a comportamenti di apertura, ed emozioni che spingono a comportamenti di chiusura. I primi offrono maggiori possibilità di ottenere vantaggi e i secondi danno più possibilità di ottenere svantaggi. In ognuno di noi c’è la libertà di scelta sul come vivere. Abbiamo sempre davanti a noi questa duplice possibilità del vantaggio, o dello svantaggio, il dono della possibilità di decidere.

Pensare in termini positivi di sé e delle proprie qualità di base aumenta prima a livello cognitivo, e poi a livello emotivo l’energia vitale, con una conseguente sensazione di benessere. Il linguaggio, come ogni altro elemento umano, si avvale di questo flusso energetico, come linfa vitale, creando i presupposti per un tipo di comunicazione forte e incisiva. Perché dunque aver paura di parlare, perché controllare la bocca e di conseguenza la parola, conoscendo già i meccanismi appresi del linguaggio?

Il controllo della bocca e di tutta l’attività fonatoria nei soggetti affetti da balbuzie, nasconde una tendenza a trattenere emozioni intrise di rabbia e di aggressività. Come se il balbuziente vivesse il tutto in una dimensione di forte rigidità, con la propensione a chiudere il rubinetto energetico, nell’irrazionale paura di chissà quali effetti.

Nella letteratura scientifica riguardante le ricerche sulla balbuzie, non ci sono studi specifici che mettono in relazione il meccanismo di controllo delle emozioni e la sintomatologia del balbettare. E’ stato il Dott. Antonio Bitetti a parlarne per primo, in un suo lavoro editoriale ( Analisi e prospettive della balbuzie, Positive Press, Verona, 2001) e ha continuato i suoi studi, anche attraverso il suo modello interpretativo e di cura della balbuzie denominato: “ La Balbuzie Approccio Integrato”.

Egli afferma che, il balbuziente balbetta perché adotta una strategia psicologica antitetica al normale funzionamento della fonazione. Difatti, qualsiasi strategia che distolga l’attenzione dal controllo sulla parola, permette al balbuziente di esprimersi normalmente, (Bitetti A., pag. 119, 2016). Il controllo, nella balbuzie è una cattiva abitudine appresa nei primi anni, nel periodo della cosiddetta balbuzie primaria e mantenuta attiva fino alla fase di cronicizzazione, che poi diventa balbuzie secondaria, o vera e propria ( Bitetti A., Emozioni, Comportamento e Controllo, Milano, 2016).

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BALBUZIE E ATTACCHI DI PANICO

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Intervista in diretta su TELENORBA. Il dottor Bitetti, ospite della trasmissione ” Buon Pomeriggio” con Michele Cucuzza e Mary De Gennaro, ha affrontato il tema dell’ansia e degli attacchi di panico e non ha trascurato di collegare questi temi alla balbuzie, la quale è strettamente correlata all’ansia in molteplici situazioni.

La letteratura scientifica sul problema balbuzie è molto scarna, gli unici lavori di un certo livello sono frutto di percorsi di balbuzienti che poi sono giunti ad occupare importanti direzioni di dipartimenti di patologia del linguaggio in università americane, come Fred Murray o il prof. Yairi dell’Università di Chicago. I miei lavori editoriali sulla balbuzie sono stati pubblicati nel 2001 (Analisi e prospettive della balbuzie, Verona) nel 2006 ( La balbuzie. Un problema relazionale, Roma) ed infine il terzo volume ( La balbuzie Approccio Integrato ) Milano, 2010.

Il problema della balbuzie è di grande attualità e di notevole impatto sociale. Proprio per il grande valore che la comunicazione riveste in questo preciso momento storico e culturale.

Se ne sta parlando anche in televisione, perché alcuni noti personaggi televisivi, hanno dichiarato pubblicamente di aver sofferto di balbuzie in età giovanile, sembra che non ci si vergogna più di dirlo agli altri e questo è un bene. Chiaro il riferimento al conduttore televisivo Paolo Bonolis o all’attore Filippo Timi.

Ma c’è molto ancora da fare, perché l’incidenza del problema è alta e non tutti espongono apertamente la propria difficoltà. Si parla sempre poco di quelle sofferenze sottili, non apertamente manifestate, di quelle sofferenze che non ricevono finanziamenti o aiuti, ma che lasciano comunque solchi profondi nell’animo, non solo di chi le vive in prima persona, ma anche in chi gli sta vicino, molto spesso anche con l’aggravio di una stupida derisione.

Diceva Otto Fenichel, allievo di S. Freud :

La parola è vita, il mutismo è morte”, collocando perciò la balbuzie in una condizione di stallo, di assurda ambivalenza tra le due istanze.

 

 

ANSIA

L’ansia, questo “penoso sentimento di attesa” è un fenomeno normale quando insorge in occasioni di particolare gravità e pericolo per l’individuo ( ansia reale), cioè connessa ad una giusta causa. E’ da considerarsi patologica quando è intensa, ma non corrisponde a situazioni realmente penose, pericolose o minacciose.

L’ansia può essere occulta o latente, vissuta cioè solo interiormente senza evidenti manifestazioni esterne ed è descritta come una sensazione di malessere interno, di inquietudine, di tensione interiore indefinita, oppure manifesta, attraverso espressioni comportamentali e vegetative.

L’ansia spesso si impone ed influenza tutta la vita psichica e se particolarmente intensa, può sconvolgere ogni attività intellettuale, alterare la percezione e l’attenzione, disorganizzare la vita cosciente ed il comportamento individuale. Spesso si accompagna a molteplici sensazioni fisiche che possono toccare ogni distretto corporeo e modificare le attività fisiche, i cosiddetti: sintomi somatici dell’ansia.

Fra i più importanti sintomi ricordiamo il senso di costrizione precordiale, il cardiopalmo, la sensazione di fame d’aria, il “nodo” alla gola o allo stomaco, la tensione alle gambe, la cefalea; oltre ai sintomi obiettivi, quali: la tachicardia, gli sbalzi della pressione arteriosa, l’ipersudorazione, la secchezza della bocca, il vomito. L’ansia estremamente grave viene definita: angoscia.

L’ansia viene definita come uno stato emotivo con un sentimento di aspettativa dolorosa, di una condizione pericolosa e minacciosa, soggettivamente ipotizzata o avvertita come tale nella realtà. L’ansia è quindi sintomo comune nelle persone normali, di fronte a situazioni obiettivamente traumatizzanti.

Ansia e BalbuzieL’ansia può considerarsi patologica in relazione alle sproporzioni tra stimolo ansiogeno esterno ed affetto risultante: sembra questo il tipo psicoanaliticamente inteso della cosiddetta ansia-segnale, in cui l’Io, attraverso l’ansia, entra automaticamente in allarme e mobilita tutte le risorse di fronte a pericoli provenienti dall’inconscio, anticipandoli, specie in presenza di stimoli esterni premonitori o allusivi al temuto e/o ipotetico evento traumatico. Esempio: il bambino entra in ansia e piange perché in qualche modo immagina inconsapevolmente di poter essere separato o punito dalla madre.

L’ansia è possibile osservarla in ogni tipo di disturbo psicologico, può essere reattiva a fatti evidenti, oppure apparentemente immotivata, ansia come segnale caratteristico delle nevrosi. In un’ottica psicoanalitica, l’ansia costituisce il momento centrale di ogni psicopatologia, in quanto serve a mobilizzare i meccanismi di difesa dell’Io e di conseguenza la formazione dei sintomi. In tal senso le situazioni ansiogene sono riferibili al trauma della nascita, alla separazione e alla perdita dell’oggetto amato (angoscia di separazione e angoscia depressiva).

Molto spesso l’ansia è associata al concetto di “stress”. Questo termine è stato per la prima volta usato in ambito psicobiologico da Cannon, notoriamente conosciuto per aver introdotto il concetto di “reazione di allarme e di averne analizzato alcuni aspetti psico-neuroendocrini importanti. Cannon, dopo aver utilizzato in alcuni lavori il termine stress in maniera analoga a quella del linguaggio corrente, giunse infine ad usarlo essenzialmente con il significato di stimolo.

Il dott. Bitetti ha introdotto nel campo della ricerca sulla balbuzie il concetto di “ansia del giudizio negativo da parte degli altri”, ovvero il timore che assale il balbuziente quando incontra altre persone, soprattutto quelli che ritiene importanti o superiori e che possono essere fonte di un eventuale giudizio negativo. E’da mettere in correlazione quest’ansia ad una tipica forma di ansia da prestazione.