Da sempre si è cercato di dare una spiegazione circa le cause della balbuzie. Sono state proposte diverse teorie: di tipo psicogenetico, neurologico, teorie che si concentrano sul linguaggio, la lateralità e la dominanza di un emisfero sull’altro, oppure teorie che si concentrano sul ruolo della ereditarietà. È anche possibile ipotizzare una multifattorialità nella eziopatogenesi della balbuzie.

Da un punto di vista medico c’è una tendenza ad interpretare su base organica i problemi di difficile comprensione. In effetti, non si può dar torto a chi, intravedendo una indubbia complessità interpretativa della balbuzie, tende a credere ad una implicazione organica. Difatti, in un importante simposio internazionale sulla balbuzie, svoltosi a Roma nel 2000, a Palazzo Barberini, il celebre prof. Yairi, dell’Università di Chicago ( USA), sosteneva con una certa dose di sicurezza che la balbuzie potesse avere una solida base genetica, ed intravedeva la scoperta del gene o dei geni implicati in questa problematica. A distanza di molti anni, ne sono passati addirittura 17 di anni, nessun gene è stato scoperto come causa diretta o indiretta della balbuzie.

Tale ipotesi organicistica o genetica, va comunque e sempre a naufragare contro la evidente fluidità di parola che il balbuziente manifesta nella quiete della propria stanza o in qualunque altro contesto dove non è soggetto allo sguardo ed al giudizio altrui.
La cosa strana è che da diversi anni si susseguono notizie provenienti da fonti diverse e che parlano di identificazioni genetiche del problema, annunciando imminenti terapie geniche, ma dopo un po’ di tempo tutto passa nel dimenticatoio e si aspetta la notizia successiva.

Un esempio recentissimo è questo articolo, tratto da fonte AGI:

(AGI) – Washington, – La balbuzie è genetica. Un gruppo di ricercatori del National Institutes of Health americano ha identificato tre mutazioni genetiche che influenzano il modo in cui il cervello elabora il discorso e che sono molto comuni nelle persone che balbettano. I risultati sono stati presentati in occasione del meeting dell’American Association for the Advancement of Science in corso a Washington. “È chiaro che questi difetti non sono la sola causa del disturbo”, ha precisato Dennis Drayson, scienziato che ha coordinato lo studio. “Una grande frazione del disturbo – ha continuato – non e’ probabilmente genetica per tutti, ma questi geni ci stanno fornendo un sacco di sorprese”. “A occhio e croce – ha detto Drayson – circa la meta’ delle balbuzie e’dovuta a quello che ereditiamo dalla famiglia”. Al momento gli scienziati americani hanno creato in laboratorio un topo geneticamente modificato che ha le mutazioni genetiche individuate. Ora i ricercatori sono convinti di poter trovare una cura per trattare la balbuzie genetica.

 

È evidente che lo studio sui topi è ben diverso dallo studio sull’uomo, anche perché i topi non hanno sviluppato il linguaggio, a differenza degli esseri umani che sono le uniche creature a possederlo, con la ben chiara implicazione relazionale che il linguaggio comporta. Sono informazioni ad orologeria, mai documentate seriamente e mai espresse dettagliatamente, attraverso l’identificazione del gene o dei geni che causano la balbuzie.

Si ha il sospetto che da diverse parti si voglia spostare l’interesse verso un settore di intervento su base medica, con quella cultura riabilitativa che di per sé è obsoleta, tentando maldestramente di mantenere fermo un dominio curativo, che ormai è ampiamente datato. Nella stragrande maggioranza dei balbuzienti invece, è certa la conoscenza di quella variabilità del problema in rapporto alla presenza di persone, soprattutto di estranei o ritenute importanti.

Pare che i disturbi del ritmo e della melodia e così pure i disturbi apparenti della respirazione e dell’articolazione, siano di natura secondaria poiché sono sovrapposti alla balbuzie. Invece, i disturbi dello sviluppo della motricità, associati o meno ai disturbi della laterizzazione, a ritardo della parola o del linguaggio, a livello mentale o linguistico, sono di gran lunga i più importanti. Da queste difficoltà nasce uno stato di tensione a cui si aggiungono delle componenti psicologiche di entità variabile (Dinville C.).

I fattori psicologici che possono svilupparsi in maniera più o meno grave nel corso dei conflitti e delle situazioni emozionali, rischiano di generare delle gravi modificazioni nello sviluppo mentale del soggetto e nel suo comportamento futuro. Nel periodo della crescita che rappresenta un momento della vita del bambino, in cui tutte le situazioni affettive giocano un ruolo determinante, i fattori psicologici rischiano di intensificarsi particolarmente durante il periodo della pre-pubertà, a causa delle reazioni di aggressività tipiche di questo periodo. Questa modalità di essere si strutturerà durante l’adolescenza e rischia di aggravarsi nell’età adulta, provocando dei grossi disturbi della comunicazione verbale.

Tuttavia, non si può in alcun modo affermare che una volta che si verifichi la presenza di più fattori associati in maniera variabile a seconda dei casi, il soggetto diventi per forza balbuziente. Sembra certo che diversi fattori verranno ad associarsi ad un fattore costituzionale.

Spesso ci si è posto il problema di indagare sul ruolo che gioca limitazione nell’insorgenza della balbuzie. Non bisogna considerarlo come un fattore scatenante in un soggetto che non è predisposto alla balbuzie. In questo caso, l’imitazione non è che un gioco di cui primo poi il bambino si stanca e tutto rientra nell’ordine. Invece, il bambino che vive in un ambiente tachilalico o con uno dei familiari che balbetta, avrà molte difficoltà a dominare la sua velocità di linguaggio ed i suoi inceppi, se egli stesso è predisposto alla balbuzie.

Occorre evidenziare la correlazione esistente tra la balbuzie e i diversi tipi di disturbi dell’elaborazione del linguaggio (ritardo nell’insorgenza della parola, dislessia, disortografia) che presentano una evidente parentela. Alcuni affermano che questa prevalenza si dovuta al ritardo dello sviluppo del linguaggio nei maschi rispetto alle femmine.

Nel suo lavoro di ricerca sulla balbuzie, o balbuzia, come qualcun altro definisce questo disturbo, il dott. Antonio Bitetti afferma da sempre che dietro la balbuzie, o meglio, la sintomatologia del balbettare si nasconde un tentativo di trattenere delle dinamiche emotivamente complesse. Il bambino che balbetta, o l’adulto che balbetta, non si può concedere di eliminare il controllo sulla fonazione, perché pensa che questo controllo sia  troppo potente e il balbuziente crede di non farcela. Ecco perché il balbuziente parla bene quando è da solo, perché quando è da solo il meccanismo del controllo non ha senso, poiché viene meno il fattore che lo attiva e cioè: l’interlocutore.   (Bitetti A., 2001,2006,2010,2016)