ISTITUTO EUROPEO BALBUZIE- la balbuzie negli adulti dott. Bitetti - cura per la balbuzie - definizione di balbuzie

BALBUZIE INFANTILE

La diagnosi precisa di balbuzie non si può fare prima dei 5 anni, età in cui si evidenzia un picco massimo e viene  di solito definita balbuzie primaria, balbuzie precoce, balbuzie infantile etc. Si sa con certezza che ne sono colpiti circa il 5% dei bambini in ogni cultura e società in ogni parte del mondo.

Una recente ricerca australiana (Pediatrics, Vol. 123 N° 1 Gennaio 2009) riferisce addirittura un’incidenza dell’8,5% all’età di 3 anni e sembrerebbe associata al momento di rapido sviluppo della struttura delle aree predisposte al linguaggio e ad un forte incremento del vocabolario. Pare che l’80% di loro andranno incontro ad una graduale risoluzione del disturbo mentre l’1-2% cronicizzerà la difficoltà di linguaggio.

Recenti studi effettuati su un ampio campione di gemelli avvalorano l’ipotesi di una sorta di vulnerabilità familiare alla balbuzie, sia per quanto riguarda la cronicizzazione sia per la risoluzione spontanea.
Risulta pertanto inutile e controproducente che un bimbo che balbetta in età prescolare acceda ad un trattamento qualora esistano dei casi in famiglia di risoluzione spontanea. E’ per questo che le più recenti indicazioni invitano gli specialisti a prendere in carico i bambini intorno agli otto anni d’età. Inoltre solo a quell’epoca l’apparato fono-articolatorio ha raggiunto la sua piena maturazione fisiologica ed il disturbo può dirsi pertanto cronico e strutturato.

Tali scoperte non devono spaventare nè colpevolizzare i genitori, piuttosto incoraggiarli e contenere l’allarmismo di cui sono spesso vittime inconsapevoli, frutto di informazioni ormai superate e scientificamente non confermate. Secondo ricerche ad impostazione organicistica, l’origine della balbuzie è da ricercare in molte cause di svariata e complessa origine e quindi, per loro il fattore psicologico come elemento principe è ormai un concetto superato.

* Genetic etiology in cases of recovered and persistent stuttering in an unselected, longitudinal sample of young twins. Dworzynski K., Remington A., Rijsdijk F., Howell P., Plomon R., – Am J Speech Lang Pathol. 2007 May; 16(2): 169-178

Peccato però che molti ricercatori non confrontino adeguatamente le loro ricerche, si evidenzierebbe l’importanza della comunicazione, degli stili di comunicazione all’interno della famiglia del bambino candidato alla balbuzie e soprattutto, il fattore controllo emozionale che si riversa infine come controllo della fonazione (A. Bitetti,2001, 2006, 2010).

Di solito la balbuzie la si può evidenziare maggiormente a scuola, dove il bambino inizia ad interagire su un piano di relazione ed anche di competizione. Questo perché sono in gioco dinamiche aggressive ben studiate dal dott. Antonio Bitetti, ma scarsamente prese in considerazione da altri Autori.

Non tutti sanno che il balbuziente nel chiuso della propria stanza, non condizionato da eventuale giudizio esterno, parla benissimo. Tale aspetto si evince in qualunque balbuziente ed in tutte le diverse forme, anche in quei soggetti affetti dalle forme più gravi. Questo dato importante la dice lunga sulle implicazioni fortemente relazionali di tutta la problematica in questione.

Difatti, il dott. Bitetti, è da sempre impegnato nel sottolineare come il linguaggio ha necessità di essere sostenuto da una adeguata energia di base. Senza quella energia, che è su base aggressiva, da non confondere con la violenza, la prestazione verbale, ovviamente ne risente. Pertanto, con una carenza di supporto energetico si espone ad una prestazione di basso livello, ed ecco il linguaggio claudicante, tipico della balbuzie ( A. Bitetti, 2001, 2006, 2010).

Però, si sa che la cultura italiana ha sempre bisogno di conferme dall’estero, è un po’ esterofila. Tutto quello che viene da fuori è degno di nota, le nostre produzioni scientifiche, purtroppo per noi, vengono sottovalutate.

Il bambino balbetta perché ha paura della sua stessa energia, non comprende tante cose che gli accadono in così poco tempo e non viene nemmeno aiutato dai grandi, compresi i cosiddetti professionisti del linguaggio, perché la confusione è grande e le risposte idonee sono davvero poche.

 

 

 

 

 

 

BALBUZIE

Il noto neuropsichiatra infantile De Ajuriaguerra definiva la balbuzie un disturbo di realizzazione della lingua parlata, nell’ambito della relazione interpersonale. Secondo diverse statistiche, anche se non recentemente aggiornate, la balbuzie interessa circa il 2% della popolazione, con incidenza maggiore nel sesso maschile, interessando persone di ogni estrazione sociale e in ogni angolo del pianeta.

Il disturbo è noto sin dall’antichità ed ha afflitto importanti personaggi in epoche storicamente diverse.

Si narra che anche Mosè sia stato un balbuziente. Si trova conferma in maniera inequivocabile, in alcuni passaggi della Bibbia. Nell’Esodo, il profeta dice di sé: “ Io sono inetto a parlare, come potrà il Faraone ascoltarmi?”. E’ noto dalle Sacre Scritture che non era lui a parlare al suo popolo ma il fratello Aronne.

Nei passi biblici si parla di un suo ritardo di parola, ma è abbastanza facile credere che il suo ritardo nel parlare fosse da imputare ad un certo grado di difficoltà ad esprimersi, tipico di chi, pur sapendo cosa dire, non riesce a trovare la giusta sinergia tra pensiero e parola.

Si sa che persino Manzoni, l’Alessandro dei “ Promessi Sposi” avesse la medesima difficoltà nell’esprimersi. Grave a tal punto, da spingere lo scrittore a rinunciare all’invito rivoltogli ad occupare uno scranno nel nascente parlamento italiano. Qualcuno ritiene che i balbuzienti siano persone destinate, nonostante gli sforzi, a rimanere povere culturalmente, ebbene Alessandro Manzoni rappresenta in proposito una solenne smentita. Per lui era davvero difficile parlare in pubblico: se non disponeva di qualcosa di scritto, di già preparato si fermava e balbettava vistosamente.

Un altro esempio illustre è il matematico Niccolò Tartaglia. Il suo vero cognome pare fosse Cavallaro, ma era soprannominato Tartaglia, per via del suo evidente problema nel parlare. Si narra che durante le sue lezioni non avesse grosse difficoltà, perché ovviamente si sentiva padrone assoluto della materia e il suo padroneggiare l’argomento faceva diminuire la sua insicurezza di fondo, il che spiega ulteriormente ed efficacemente la valenza emozionale di questo disturbo.

Ma il personaggio storico più importante che abbia sofferto di balbuzie e che a differenza di altri illustri balbuzienti guarì dalla sua difficoltà, è certamente il famoso filosofo greco Demostene, che pur afflitto da tale difficoltà non si arrese mai e lo vinse, fino a diventare il più grande oratore della storia ellenica. Demostene è un esempio importante per tanti balbuzienti, ma soprattutto per coloro che si spingono a credere che la balbuzie abbia delle implicazioni di tipo genetico e quindi irrisolvibile da una qualsiasi impostazione terapeutica.

Come già detto in altre in tante altre occasioni, il balbuziente sa quello che vuole verbalizzare, ma non riesce ad esprimerlo, non c’è sinergia tra pensiero e parola. Nella maggior parte dei soggetti balbuzienti, per dei motivi estremamente variabili, esiste una disorganizzazione tra il pensiero ed il linguaggio.Troppo tempo passa tra ciò che c’è da dire e la possibilità di dirlo.

Le teorie relative all’eziologia della balbuzie sono divergenti secondo i paesi e secondo le scuole di pensiero, invece tutti concordano nel riconoscere a questo disturbo due diverse forme:

 

  • Forma Clonica,

la cui caratteristica è la ripetizione di una sillaba o di una lettera.

 

  • Forma Tonica,

che presenta un aspetto spasmodico della parola, con dei blocchi più o meno gravi sia nell’iniziare che nel corso del discorso e che a volte può essere accompagnata anche da sincìnesie, ovvero movimenti involontari della mimica facciale in funzione di compensazione per il vuoto verbale che si viene a creare.

 

Esiste poi una terza forma, che comprende entrambe le due forme sopra citate e che viene chiamata: Forma Mista   

 

Si incomincia a parlare di balbuzie vera e propria non prima dei 5 o 6 anni, una leggera forma in età inferiore, può essere quella che viene chiamata Forma Transitoria  ed è in rapporto ad una fisiologica evoluzione della normale acquisizione linguistica.

In effetti, si può fare diagnosi precisa di balbuzie solo quando il meccanismo si è ormai consolidato nel modello e nel tipo di comunicazione del bambino, cioè quando il modello si è cronicizzato.

Di solito lo si può evidenziare maggiormente a scuola, dove il bambino inizia ad interagire su un più ampio piano di relazione ed anche di competizione.

Non tutti sanno che il balbuziente nel chiuso della propria stanza, non condizionato da eventuale giudizio esterno, parla benissimo. Tale aspetto si evince in qualunque balbuziente ed in tutte le diverse forme, anche in quei soggetti affetti dalle forme più gravi.

Da un punto di vista medico c’è una tendenza ad interpretare su una base organica molteplici problemi di difficile comprensione. In effetti non si può dar torto a chi, intravedendo una indubbia complessità interpretativa della balbuzie, tende a credere ad una implicazione organica. Tale ipotesi organicistica o genetica, va a naufragare contro la evidente fluidità di parola che il balbuziente manifesta nella quiete della propria stanza o in qualunque altro contesto dove non è soggetto allo sguardo altrui.

La sintomatologia del balbettare è variabile a seconda del contesto dove il balbuziente viene ad interagire e a seconda delle persone con cui si relaziona.

Ad esempio, il bambino balbuziente teme fortemente l’interrogazione a scuola o se è chiamato a ripetere un argomento già esposto. E’ in un continuo stato di fibrillazione nel timore di essere chiamato ad esprimersi davanti ai suoi compagni. A volte, se la sintomatologia è forte, può essere addirittura esonerato dalla lettura ad alta voce, con ripercussioni sulla propria autostima e con una conseguente stigmatizzazione di tutta la sua condizione.

Nell’adolescente balbuziente, la difficoltà di linguaggio può avere forti ripercussioni sulla normale evoluzione caratteriale, già di per se difficile a quella età. Possono instaurarsi momenti di isolamento nel non potersi esprimere adeguatamente con il gruppo dei pari, manifestando aspetti di forte autosvalutazione e a volte anche di autocommiserazione, con marcate tinte depressive.

Tutti aspetti che devono far riflettere sulla importanza di un problema, che si estrinseca sul linguaggio come dato finale della sintomatologia, ma che investe una sfera molto più ampia, quella della propria personalità e soprattutto, del modo di pensare di se in rapporto agli altri. Non intervenendo processi di effettivo cambiamento, il bambino o l’adolescente balbuziente, rischia fortemente di diventare un adulto balbuziente, con grave compromissione dell’assetto relazionale, ai vari livelli operativi di tutta la personalità.

Ecco perché è fortemente riduttivo pensare al problema della balbuzie, come ad un semplice problema di linguaggio. Pensare ciò, limita fortemente tutto il discorso e trascura l’importanza del significato psicologico e relazionale che il linguaggio rappresenta per l’essere umano nella sua interazione quotidiana.

Coloro che sono fermi a credere che la balbuzie rappresenta solo un semplice disturbo della fluenza verbale, come di solito accade nella cultura di impostazione rieducativa, tendono a  perdere di vista il valore fortemente psicologico del linguaggio, strumento estremamente sofisticato che il genere umano ha elaborato per veicolare pensieri ed emozioni.

La ricerca scientifica sul problema specifico della balbuzie, da troppo tempo si è eclissata e si è ancora fermi a  dare credito a due sole tesi dominanti: la tesi di una implicazione genetica, anche se non è ancora stata individuata una causa specifica sul piano organico, ed una conseguente impostazione su base rieducativa che purtroppo opera in maniera periferica rispetto a tutta la dinamica interpersonale del disturbo.

Per dirla tutta, in questo campo siamo molto lontani da un modello di ricerca interdisciplinare e su vasta scala, che potrebbe dare risposte adeguate sia sulle implicazione di aspetti cognitivi ed emozionali del linguaggio. Siamo inoltre in forte carenza sui dati statistici, con screening a breve, medio e lungo termine e che invece, se opportunamente condotti, potrebbero rappresentare un serbatoio di ulteriori importanti informazioni.

Sarebbe necessario operare anche sul confronto tra le diverse metodologie interpretative e metodologiche, per cercare di dare un nesso causale tra eventuali aspetti organici del problema, ovvero la predisposizione o la familiarità del disturbo e tutti quegli aspetti psicologici ed ambientali che condizionano la prestazione verbale in contesti diversi.

Se per un po’ ci mettessimo nei panni di una famiglia con un bambino balbuziente, ci renderemmo conto di come stanno veramente le cose e comprenderemmo meglio i tanti passaggi che la famiglia è costretta a compiere, a volte inutili, con la solita richiesta di prescrizione di lunghe sedute di logopedia, che purtroppo non intaccano minimamente la dinamica in questione.

Pur nel rispetto doveroso di chi da sempre si occupa del problema, vi è da sottolineare una latitanza di fondo nella cultura e nella preparazione di operatori professionalmente preparati ad una visione d’insieme del problema in questione. ( A.Bitetti, Emozioni, Comportamento e Controllo, IEB Editore, Milano, 2016).

Trascurando il dato importante di come vedere il problema nell’insieme, si tende a trascurare quelli che sono gli elementi essenziali della balbuzie. Una visione ampia offre ovviamente una risposta più completa, in termini di approccio e di risultati.

Anche molti pediatri, a volte sottovalutano la balbuzie, pensando che la faccenda si ricomponga da sola, o che elementi evolutivi occasionali possano permettere un recupero spontaneo della fluidità di linguaggio nel bambino. Appare chiaro il fatto che, sembra di essere di fronte ad un modello culturale davvero datato. Una visione del problema molto lontana dalla sofferenza reale di coloro che la vivono direttamente.

NUOVO MODELLO TERAPEUTICO

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 UNA CURA DELLA BALBUZIE, SIA IN ETA’ PEDIATRICA E IN ETA’ ADULTA

Nel nostro modello di intervento terapeutico si parte dal presupposto che il balbuziente va aiutato a comprendere che il suo linguaggio alterato è frutto di un modello di pensiero e di emotività che ha radici nella propria personalità. Va sempre sottolineato che il balbuziente, bambino o adulto che sia, nel chiuso della propria stanza, protetto dal temuto giudizio negativo da parte degli altri, parla bene e senza nessun sintomo evidente.
Nelle ricerche del dott. Bitetti, il problema balbuzie viene visto essenzialmente come un sintomo, frutto di una scarsa propensione del balbuziente a canalizzare al meglio le proprie risorse emozionali.

Per più di cinquant’anni si è assistito a dei modelli di intervento di tipo rieducativo, perché si tendeva a credere e in parte lo si crede tuttora, che il balbuziente fosse un soggetto da rieducare nella parola, protesi a credere che il problema vero fosse l’evidente difficoltà ad estrinsecare parole. Soffermarsi sulla parte periferica del problema, sulla manifesta difficoltà di linguaggio, tende a far perdere di vista, o peggio, a non tener conto del valore relazionale e del significato psicologico del problema balbuzie.

La “madre di tutta la questione è il pensare male di sé”

Non perché il balbuziente non possiede qualità, ma perché è abituato a controllare esageratamente le proprie risorse. Va in controtendenza rispetto alle reali esigenze della vita quotidiana. Questa censura , per i soggetti predisposti alla balbuzie, è un processo appreso  sin da piccoli e che ostacola la possibilità di espansione, inibendo così la libertà di relazione.

Nel balbuziente è forte la paura del giudizio degli altri, ma che in fondo è il giudizio negativo che egli esprime verso se stesso e questo, solo nel momento del rapporto interpersonale.

Ecco perché il balbuziente quando è solo sta bene, è sereno, proprio perché non mette in gioco se stesso e quindi, parla bene. e inibisce la possibilità di espansione, generando una forte paura di un eventuale giudizio negativo da parte degli altri, ma che di fondo non è altro che un proprio giudizio negativo rivolto a se stessi. Questo diventa l’elemento ansiogeno più caratteristico e radicato, che segna nel profondo il modello di pensiero irrazionale di chi balbetta

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Nell’approccio al bambino si è sempre pensato esclusivamente alla sua disfluenza, alla sua evidente difficoltà ad articolare le parole. Così si è dato largo spazio a tutte quelle strategie di correzione del linguaggio, con estenuanti sedute di rieducazione ma, senza mai calibrare una strategia di comprensione sul piano prettamente relazionale della dinamica in questione.
E’ evidente che il settore in cui si dovrebbe maggiormente intervenire è l’area della relazione umana e non della fonazione e della articolazione delle parole, anche se quest’ultima rappresenta la parte manifesta del problema balbuzie.
Per comprendere bene bisogna capire cosa comprendere, dove si vuole comprendere e come comprendere, ovvero avere una strategia di intervento. Ma questa, facendo riferimento alla sola area della fonazione, difficilmente potrà andare al cuore del problema e alla sua vera risoluzione.

 

La balbuzie approccio integrato

INTERVISTA BALBUZIE SU MYBESTLIFE

La balbuzie (26/04/2000)

La balbuzie affligge l’1,5 per cento della popolazione italiana con un’incidenza maggiore sugli uomini. Sono per lo più persone che non hanno fiducia in se stesse e nelle proprie capacità: si autosvalutano, o meglio, tendono a trattenere le proprie energie, a scapito della competizione.

Si tratta di un blocco del normale fluire del linguaggio causato da un controllo ossessivo su di esso che provoca ansia la quale si manifesta con la balbuzie, appunto; è chiaramente un sintomo dalla palesi cause caratteriali e psicologiche. Nella maggior parte dei casi viene infatti affrontato basandosi su questi dati, altrimenti, l’alternativa è quella di rivolgersi ad un logopedista.

Spesso i risultati però non sono soddisfacenti poiché il problema viene affrontato considerando uno solo degli aspetti che caratterizzano il problema, mentre invece si dovrebbero considerare tutte le componenti del disturbo. A tal proposito il Prof. Antonio Bitetti ha ideato un sistema che prende in esame tutte queste componenti e che lo ha denominato “Approccio Integrato”.

Da un lato il problema si affronta con una terapia psicologica breve e mirata, lavorando sul carattere, sulla scarsa valutazione che il paziente ha di se stesso, aiutandolo a riacquistare fiducia; contemporaneamente si cerca di allontanare l’attenzione del paziente dalla bocca, quello che il Prof. Bitetti definisce “controllo sulla bocca” e di focalizzarla su zone del corpo neutre e periferiche del corpo. Di recente affermazione il lavoro su genitori di bambini molto piccoli, non ancora affetti da balbuzie consolidata, ma a scopo preventivo, per evitare la cronicizzazione dei primi episodi di balbettìo, il tutto attraverso una tecnica motoria che induce a depolarizzare il controllo.

Si tratta di una terapia da seguire sia individualmente e sia in gruppo poiché consente di condividere con altre persone i propri problemi ed i loro sviluppi. Il gruppo è costituito da pochi individui formati e selezionati da un terapeuta che valuta sulla base di elementi psicodiagnostici e motivazionali. Il trattamento si articola in incontri giornalieri della durata di 4-5 ore ciascuno per 10-14 giorni consecutivi; il proseguimento dipende poi dall’evoluzione personale di ogni singolo paziente, ma si calcola di ottenere una risoluzione del problema nel corso di alcuni mesi.
  

 

ANSIA

L’ansia, questo “penoso sentimento di attesa” è un fenomeno normale quando insorge in occasioni di particolare gravità e pericolo per l’individuo ( ansia reale), cioè connessa ad una giusta causa. E’ da considerarsi patologica quando è intensa, ma non corrisponde a situazioni realmente penose, pericolose o minacciose.

L’ansia può essere occulta o latente, vissuta cioè solo interiormente senza evidenti manifestazioni esterne ed è descritta come una sensazione di malessere interno, di inquietudine, di tensione interiore indefinita, oppure manifesta, attraverso espressioni comportamentali e vegetative.

L’ansia spesso si impone ed influenza tutta la vita psichica e se particolarmente intensa, può sconvolgere ogni attività intellettuale, alterare la percezione e l’attenzione, disorganizzare la vita cosciente ed il comportamento individuale. Spesso si accompagna a molteplici sensazioni fisiche che possono toccare ogni distretto corporeo e modificare le attività fisiche, i cosiddetti: sintomi somatici dell’ansia.

Fra i più importanti sintomi ricordiamo il senso di costrizione precordiale, il cardiopalmo, la sensazione di fame d’aria, il “nodo” alla gola o allo stomaco, la tensione alle gambe, la cefalea; oltre ai sintomi obiettivi, quali: la tachicardia, gli sbalzi della pressione arteriosa, l’ipersudorazione, la secchezza della bocca, il vomito. L’ansia estremamente grave viene definita: angoscia.

L’ansia viene definita come uno stato emotivo con un sentimento di aspettativa dolorosa, di una condizione pericolosa e minacciosa, soggettivamente ipotizzata o avvertita come tale nella realtà. L’ansia è quindi sintomo comune nelle persone normali, di fronte a situazioni obiettivamente traumatizzanti.

Ansia e BalbuzieL’ansia può considerarsi patologica in relazione alle sproporzioni tra stimolo ansiogeno esterno ed affetto risultante: sembra questo il tipo psicoanaliticamente inteso della cosiddetta ansia-segnale, in cui l’Io, attraverso l’ansia, entra automaticamente in allarme e mobilita tutte le risorse di fronte a pericoli provenienti dall’inconscio, anticipandoli, specie in presenza di stimoli esterni premonitori o allusivi al temuto e/o ipotetico evento traumatico. Esempio: il bambino entra in ansia e piange perché in qualche modo immagina inconsapevolmente di poter essere separato o punito dalla madre.

L’ansia è possibile osservarla in ogni tipo di disturbo psicologico, può essere reattiva a fatti evidenti, oppure apparentemente immotivata, ansia come segnale caratteristico delle nevrosi. In un’ottica psicoanalitica, l’ansia costituisce il momento centrale di ogni psicopatologia, in quanto serve a mobilizzare i meccanismi di difesa dell’Io e di conseguenza la formazione dei sintomi. In tal senso le situazioni ansiogene sono riferibili al trauma della nascita, alla separazione e alla perdita dell’oggetto amato (angoscia di separazione e angoscia depressiva).

Molto spesso l’ansia è associata al concetto di “stress”. Questo termine è stato per la prima volta usato in ambito psicobiologico da Cannon, notoriamente conosciuto per aver introdotto il concetto di “reazione di allarme e di averne analizzato alcuni aspetti psico-neuroendocrini importanti. Cannon, dopo aver utilizzato in alcuni lavori il termine stress in maniera analoga a quella del linguaggio corrente, giunse infine ad usarlo essenzialmente con il significato di stimolo.

Il dott. Bitetti ha introdotto nel campo della ricerca sulla balbuzie il concetto di “ansia del giudizio negativo da parte degli altri”, ovvero il timore che assale il balbuziente quando incontra altre persone, soprattutto quelli che ritiene importanti o superiori e che possono essere fonte di un eventuale giudizio negativo. E’da mettere in correlazione quest’ansia ad una tipica forma di ansia da prestazione.

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EPIDEMIOLOGIA DELLA BALBUZIE

La balbuzie interessa in prevalenza circa l’1-2% della popolazione mondiale, ma circa il 5% può dire di averne sofferto in qualche misura nel corso della propria vita, in particolare nei bambini La differenza tra i due tassi è spiegabile con l’alta percentuale di remissione, circa il 75-80%, che avviene per lo più spontaneamente dai 12 ai 18 mesi di distanza dal momento dell’insorgenza, e che è da collocare tipicamente nella prima infanzia.

E’ possibile notare come la percentuale dei balbuzienti diminuisce con l’età, molto probabilmente, al ridursi del valore relazionale e dell’impegno sociale si riduce il valore che il balbuziente dà al potenziale del suo linguaggio.Da un punto di vista strettamente epidemiologico vi è un rapporto M/F di 3:1 / 4:1 Secondo un recente studio dell’Università di Amburgo pubblicato su Lancet, i balbuzienti soffrirebbero di un difetto di attivazione delle aree cerebrali che governano il linguaggio, difetto che potrebbe anche essere ereditario. Ciò spiegherebbe come mai il disturbo è più frequente nei maschi che nelle femmine e perché si presenta con maggiore probabilità in persone che hanno altri balbuzienti in famiglia.

Le ricerche di tipo genetico basate sugli antecedenti famigliari e sulla gemellarità monozigote fanno ritenere che la balbuzie venga trasmessa per via genetica, e anche se il meccanismo di trasmissione resta sconosciuto, il rischio di balbuzie fra i parenti biologici di primo grado è più del triplo rispetto al rischio nella popolazione generale.

Studi di brain imaging con SPECT, PET e RMN cerebrale funzionale in soggetti balbuzienti e non balbuzienti, quando balbettavano, parlavano senza balbettare, erano in condizioni di riposo, oppure prima e dopo l’intervento terapeutico. I risultati evidenziano che i processi cerebrali relativi alla produzione del parlato (di tipo semantico, sintattico, fonologico e articolatorio) sono fortemente compromessi nel parlato disfluente e fluente del balbuziente, mentre è ancora controverso se i balbuzienti siano diversi dai normoloquenti, anche in condizioni di riposo.

Diversi altri studi mostrano anomalie nell’attivazione di alcune regioni cerebrali (per es. la corteccia prefrontale e frontale) e del cervelletto, e tutti hanno riportato differenze tra i balbuzienti e i controlli per la lateralizzazione cerebrale (nei balbuzienti l’emisfero destro è più attivo rispetto ai non balbuzienti).

L’ambiente gioca un ruolo fondamentale nell’instaurarsi della balbuzie, tipico è quello familiare rigido, perfezionistico, con genitori ansiosi che sottolineano ogni minima presunta anomalia nei figli. Se viene preso di mira il linguaggio si innesca nei figli un legame tra questo e l’ansia da prestazione.

Secondo un punto di vista organicistico vi sarebbe una predisposizione organica(genetica o acquisita) su cui agiscono fattori scatenanti ambientali (familiari,scolastici, sociali in genere, eventi drammatici, traumi psichici, o anche nascita di un fratellino). Questi studi danno molto valore a quelle funzioni del linguaggio che si trovano sul lato sinistro del cervello e pare che i balbuzienti mostrano un’attivazione anche del lato destro, probabilmente per compensare la mancanza di efficienza dell’altro emisfero