LA BALBUZIE E’ EREDITARIA?

Molte mamme si chiedono e ci chiedono se la balbuzie è ereditaria. Giusta domanda e giusta riflessione. Spesso in terapia si evince che ad essere affetti da balbuzie non è solo il bambino, o l’adolescente in cura, ma ha sofferto di balbuzie anche un genitore, più spesso il papà e a volte, anche un nonno.

A questo punto è necessario chiedersi in che cosa consiste un problema di tipo genetico, quale caratteristiche dovrebbe avere. Certamente il termine stesso ci aiuta a comprendere che un gene, sicuramente individuato, è responsabile del problema è viene trasmesso in maniera ereditaria.

Qual è la differenza tra malattie ereditarie, genetiche e congenite?

Che differenza passa tra malattie ereditariemalattie genetiche e malattie congenite? Spesso si sente parlare di malattie ereditarie e/o genetiche e/o di malattie congenite. I termini vengono spesso confusi o, peggio ancora, usati come sinonimi. Una malattia ereditaria è senz’altro genetica: può in effetti essere definita come una malattia causata da una mutazione genetica che è stata trasmessa dai genitori ai propri figli. Il termine congenita, invece, si riferisce semplicemente a una malattia che è presente fin dalla nascita. Tuttavia non è affatto detto che una patologia congenita sia anche genetica e se genetica, possa essere ereditaria o trasmissibile.

Difetti genetici non ereditati e non trasmissibili

Esistono in realtà anche casi intermedi, caratterizzati da difetti genetici che, per la loro genesi particolare, non è completamente appropriato classificare come ereditari. Esempio classico: la patologia cromosomica de novo. Le sindromi malformative di origine cromosomica sono dovute ad aberrazioni cromosomiche de novo, cioè non presenti nel genitore e dovute ad eventi pre o post-zigotici di riarrangiamento cromosomico. A meno che il difetto cromosomico non sia presente in una certa quota di spermatozoi o cellule uovo del genitore (mosaicismo germinale, cosa per altro impossibile da escludere con certezza), è improprio definire queste sindromi come ereditarie. Inoltre, poiché in molti casi queste sindromi impediscono all’individuo affetto di riprodursi, la patologia non è trasmissibile.

Da sempre si è cercato di dare una spiegazione riguardanti le cause della balbuzie

Sono state proposte diverse teorie riguardo alle cause della balbuzie: di tipo psicogenetico, neurologico, teorie che si concentrano sul linguaggio, la lateralità e la dominanza di un emisfero sull’altro, oppure teorie che si concentrano sul ruolo della ereditarietà. E’ anche possibile ipotizzare  una multifattorialità nella eziopatogenesi della balbuzie.

In un importante simposio internazionale sulla balbuzie, svoltosi a Roma nel 2000, a Palazzo Barberini, a cui ha partecipato anche il Dott. Antonio Bitetti, il celebre prof. Yairi, dell’Università di Chicago ( USA) sosteneva con una certa dose di sicurezza che la balbuzie potesse avere una solida base genetica, ed intravedeva la scoperta del gene o dei geni implicati in questa problematica. A distanza di molti anni, ne sono passati addirittura 18 di anni, nessun gene è stato scoperto come causa diretta o indiretta della balbuzie.

Tale ipotesi organicistica o genetica circa le cause della balbuzie, va comunque e sempre a naufragare contro la evidente fluidità di parola che il balbuziente manifesta nella quiete della propria stanza o in qualunque altro contesto dove non è soggetto allo sguardo ed al giudizio altrui. La cosa strana è che da diversi anni si susseguono notizie provenienti da fonti diverse e che parlano di identificazioni genetiche della balbuzie, annunciando imminenti terapie geniche, ma dopo un po’ di tempo tutto passa nel dimenticatoio e si aspetta la notizia successiva.

Un esempio recentissimo è questo articolo, tratto da fonte AGI:

(AGI) – Washington, – La balbuzie è genetica. Un gruppo di ricercatori del National Institutes of Health americano ha identificato tre mutazioni genetiche che influenzano il modo in cui il cervello elabora il discorso e che sono molto comuni nelle persone che balbettano. I risultati sono stati presentati in occasione del meeting dell’American Association for the Advancement of Science in corso a Washington. “E’ chiaro che questi difetti non sono la sola causa del disturbo”, ha precisato Dennis Drayson, scienziato che ha coordinato lo studio. “Una grande frazione del disturbo – ha continuato – non e’ probabilmente genetica per tutti, ma questi geni ci stanno fornendo un sacco di sorprese”. “A occhio e croce – ha detto Drayson – circa la meta’ delle balbuzie e’dovuta a quello che ereditiamo dalla famiglia”. Al momento gli scienziati americani hanno creato in laboratorio un topo geneticamente modificato che ha le mutazioni genetiche individuate. Ora i ricercatori sono convinti di poter trovare una cura per trattare la balbuzie genetica.

E’ evidente che lo studio sui topi è ben diverso dallo studio sull’uomo, anche perché i topi non hanno sviluppato il linguaggio, a differenza degli esseri umani che sono le uniche creature a possederlo, con la ben chiara implicazione relazionale che il linguaggio comporta. Sono informazioni ad orologeria, mai documentate seriamente e mai espresse dettagliatamente, attraverso l’identificazione del gene o dei geni che causano la balbuzie.

Si ha il sospetto che da diverse parti si voglia spostare l’interesse verso un settore di intervento su base medica, con quella cultura riabilitativa che di per sé è obsoleta, tentando maldestramente di mantenere fermo un dominio curativo, che ormai è ampiamente datato. Nella stragrande maggioranza dei balbuzienti invece, è certa la conoscenza di quella variabilità del problema in rapporto alla presenza di persone, soprattutto di estranei o ritenute importanti.

Cause genetiche della balbuzie o un problema psicologico?

Già nel 2006, il dott. Antonio Bitetti, con il suo libro “ La Balbuzie un problema relazionale, Armando Editore, Roma” spiegava il problema della balbuzie sul piano delle difficoltà che il balbuziente vive nei rapporti interpersonali e partiva da un ragionamento molto semplice. Sappiamo che il balbuziente da solo, nel chiuso della propria stanza e quindi non sottoposto a giudizio esterno, parla benissimo, non ha alcun sintomo riconducibile alla balbuzie.

La differenza principale tra un problema genetico e un problema psicologico-relazionale è che il primo problema ha una base strutturale, ed organica e non può essere influenzabile da stati d’animo o relazionali. Nel secondo problema, invece, si riscontra questa variabile. Il balbuziente sembra abbia due personalità: sereno e loquace quando è da solo, o con persone che ritiene amiche, invece diventa contratto e balbettante quando incontra i suoi simili. A voi le riflessioni.

Ma c’è di più. Sono proprio coloro che danno valore alla spiegazione genetica che rimarcano l’utilizzo delle cure rieducative, quali la logopedia o tecniche riabilitative della fonazione, della dizione, o della respirazione. Ma tutti sanno che un problema genetico non ha facilità di essere curato con tecniche riabilitative, caso mai possono avere un valore di supporto, ma non le potremmo definire terapie risolutive. A questo punto ci si dovrebbe rassegnare a convivere con la balbuzie, in attesa di una cura di tipo genetico, che risolva il problema direttamente sul gene responsabile di tale difficoltà.

Il dott. Bitetti ha superato la sua balbuzie con una esperienza formativa di gruppo-analisi, una terapia basata sulla comunicazione interpersonale e senza mai utilizzare tecniche rieducative, di nessun tipo. Tra gli addetti ai lavori, in Italia e in molte altre parti del mondo, è l’unico che può vantare tale esperienza e lo sanno tutti i colleghi.

La sua lunga esperienza con “ l’Approccio Integrato” confermano la sua tesi che le cause della balbuzie siano di tipo eminentemente psicologico e molto profonde, radicate nelle prime esperienze emozionali e bloccate sotto forma di controllo. Si manifestano esternamente sotto forma di balbuzie, ma hanno origine nel nucleo interno delle emozioni.

DESCRIZIONE DELLA BALBUZIE

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Cos’è la balbuzie?

 

Secondo il noto studioso spagnolo De Ajuriaguerra, la balbuzie è un disturbo di realizzazione della lingua parlata nell’ambito della relazione interpersonale. Secondo diverse statistiche, anche se non recentemente aggiornate, la balbuzie interessa circa il 2-3% della popolazione, con incidenza maggiore nel sesso maschile, interessando persone di ogni estrazione sociale e in ogni angolo del pianeta.

Il termine “balbuzie” (dal latino bàlbus) è associato alle ripetizioni involontarie di suoni, soprattutto nella balbuzie di tipo clonica, ma comprende anche esitazione o pause prima di parlare, tipici della forma tonica, e il prolungamento di certi suoni, spesso come stratagemma per mascherare il problema e migliorare la fluenza.

Questo disturbo copre un ampio spettro di gravità: può interessare persone con difficoltà appena percettibili, per cui il problema ha una valenza soprattutto di tipo estetico, così come soggetti con una sintomatologia estremamente grave, per cui il problema può effettivamente impedire la maggior parte della comunicazione verbale. Il rapporto di distribuzione del disturbo tra maschio e femmina è rispettivamente 4:1 e colpisce 70 milioni di persone in tutto il mondo.

La balbuzie è nota sin dall’antichità ed ha afflitto importanti personaggi in epoche storicamente diverse. Si narra che anche Mosè sia stato un balbuziente. E’ noto dalle Sacre Scritture che non era lui a parlare al suo popolo, ma il fratello Aronne. Nei passi biblici si parla di un suo ritardo di parola, ma è abbastanza facile credere che il suo ritardo nel parlare fosse da imputare ad un certo grado di difficoltà ad esprimersi, tipico di chi, pur sapendo cosa dire, non riesce a trovare la giusta sinergia tra pensiero e parola.

Ma il personaggio storico più importante che soffrì di balbuzie e che a differenza di altri illustri balbuzienti guarì dalla sua difficoltà, è certamente il famoso filosofo greco Demostene, che pur afflitto da tale difficoltà non si arrese di fronte alla sua difficoltà e la vinse, fino a diventare il più grande oratore della storia ellenica. Esempio importante per tanti balbuzienti, ma soprattutto per coloro che si spingono a credere che la balbuzie abbia delle implicazioni di tipo genetico e quindi irrisolvibile da una qualsiasi impostazione terapeutica.

 

Definizione  di balbuzie

 

Secondo una definizione dell’OMS( Organizzazione Mondiale della Sanità, 1977) la balbuzie viene definito un disordine del ritmo della parola nel quale il soggetto sa con precisione quello che vorrebbe dire, ma nello stesso tempo non è in grado di dirlo. Viene considerato come uno dei più diffusi disturbi del linguaggio. Consiste in un insieme di alterazioni del ritmo e della fluidità dell’espressione verbale e viene vissuto da chi ne è affetto con grande sofferenza e disagio, perché il rallentamento nel parlare non riguarda assolutamente il pensiero.

Un’altra definizione più utilizzata in campo diagnostico psicologico è quella che definisce tale disordine come disturbo multifattoriale della personalità con rilevanti componenti psicologica e ambientale.

Secondo quanto riportato dal DSM IV (la quarta revisione del Diagnostic and Statistical Manual of mental disorders, Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali) si può fare diagnosi di balbuzie quando ci si trova di fronte a:

  1. Un’anomalia del normale fluire e della cadenza dell’eloquio (che risultano inadeguati per l’età del soggetto) caratterizzata dal frequente manifestarsi di uno o più dei seguenti elementi:
    • ripetizione di suoni e sillabe;
    • prolungamento di suoni;
    • interiezioni;
    • interruzioni di parole (cioè pause all’interno di una parola);
    • blocchi udibili o silenti (cioè, pause del discorso colmate o non colmate);
    • circonlocuzioni (sostituzione di parole per evitare parole problematiche);
    • parole emesse con eccessiva tensione fisica;
    • ripetizione di intere parole monosillabiche.
  2. L’anomalia di scorrevolezza interferisce con i risultati scolastici o lavorativi, oppure con la comunicazione sociale.
  3. Se è presente un deficit motorio della parola o un deficit sensoriale, le difficoltà nell’eloquio vanno al di là di quelle di solito associate con questi problemi.

Il linguaggio del soggetto affetto da balbuzie è quindi spesso interrotto dalla ripetizione (che può essere continua o intermittente) di sillabe, suoni, vocaboli, frasi intere alternate a pause di silenzio durante le quali il soggetto è di fatto incapace di produrre un qualsiasi tipo di suono. Il linguaggio caratteristico del soggetto balbuziente viene definito, da un punto di vista medico, disfluenza verbale.

Esistono anche definizioni più prettamente foniatriche e logopediche della balbuzie infantile.

  • balbuzie tonica (caratterizzata da un arresto all’inizio della parola –fonema o sillaba iniziali- con prolungamenti del suono)
  • balbuzie clonica (caratterizzata da ripetizioni o del fonema iniziale o di tutta la parola)
  • balbuzie mista (sono presenti sia la forma tonica che la forma clonica con prolungamenti e ripetizioni)
  • balbuzie palilalica (caratterizzata da un ripetizione spasmodica di una sillaba che non ha attinenza con la frase che si intende pronunciare)

e quella in relazione alla localizzazione anatomica del blocco:

  • balbuzie labio-coreica (caratterizzata da movimenti involontari di lingua e labbra –corea, danza delle labbra- con conseguenti difficoltà nella produzione delle consonanti labiali p e b, delle consonanti labio-dentali f e v e delle consonanti dentali t e d)
  • balbuzie gutturo-tetanica (caratterizzata da rigidità dei muscoli della faringe e della laringe –spasmi- che rendono particolarmente difficoltosa la pronuncia delle consonanti gutturali c, g e k).

Balbuzie primaria e balbuzie secondaria.

 

La principale classificazione della balbuzie è comunque quella che suddivide tale disordine in balbuzie primaria e balbuzie secondaria.

assificazione prende in considerazione il momento d’insorgenza del disturbo e le caratteristiche del disturbo stesso. La balbuzie primaria (nota anche come balbuzie di rodaggio o pseudobalbuzie) è un disturbo piuttosto comune; si stima, infatti, che il problema interessi il 30% degli infanti, in particolar modo di sesso maschile; di norma la balbuzie primaria scompare spontaneamente senza che sia necessario ricorrere a logopedia o riabilitazione del linguaggio.

EMOZIONI E BALBUZIE

La balbuzie: un tumulto di emozioni.

Una cosa accomuna tutti gli esseri viventi: le emozioni. Che ne siano consapevoli o meno, vivono in ogni istante un flusso emotivo straordinario: gioia, tristezza, paura, ansia, angoscia, euforia, ecc. Noi possiamo di solito controllare la manifestazione delle emozioni ma non possiamo controllare mai il loro insorgere dentro di noi. Ciò che possiamo e sarebbe più saggio fare: è gestirle.

Gestire le proprie emozioni, dunque, non significa controllarle, come vorrebbe fare la mente, ma modularle alla luce di una nuova consapevolezza della vita e della nostra vera essenza. Gestire le emozioni è uno dei passi più importanti nel percorso di crescita personale.

Le emozioni sono funzioni della mente spontanee, interiori, veloci, fisiche e mentali che ci aiutano ad affrontare le situazioni di pericolo, o di piacere che viviamo. Sono reazioni naturali che ci permettono di metterci in allerta in situazioni di rischio, minaccia, frustrazione, ecc. L’ansia e la rabbia, per esempio, sono reazioni naturali e positive che aiutano a metterci in allerta per situazioni che sono considerate pericolose; ma può succedere che le reazioni siano scatenate da stimoli innocui causando disagi.

In generale le emozioni si attivano per poter scegliere un comportamento in breve tempo tra: Le emozioni sono una risorsa. Le emozioni, anche quelle un po’ problematiche, come la collera e il risentimento, non sono il vero problema; il vero problema è gestirle sapientemente per risolvere l’evento che le ha generate.

Una cosa, invece, distingue l’essere umano dagli altri esseri viventi è che lui, in qualche maniera, è teoricamente in grado di gestirle razionalmente. E’ interessante riflettere sul collegamento esistente tra la mente e il corpo, la loro associazione misteriosa con le memorie del passato che sono nascoste nel nostro inconscio e che condizionano il nostro libero arbitrio e la nostre scelte quotidiane.

Imparare a gestire le emozioni significa accettare che esse hanno una funzione importante per noi, in quanto sono una manifestazione indispensabile della nostra esistenza. Sono l’espressione della nostra mente più profonda, che ha la funzione di tutelare la nostra integrità, sia fisica che mentale.

Il nostro cervello è attrezzato a gestire le emozioni in modo molto rapido ed efficace, attraverso il sistema limbico, composto principalmente dall’amigdala e dell’ipotalamo. Quando siamo preda di emozioni forti e incontrollate è perché il nostro sistema limbico ha preso il comando e avviene il “sequestro emotivo”, che sottrae il controllo alla mente cosciente per un po’ di tempo. Questo in pratica significa che quando scatta l’emergenza, i circuiti di tipo reattivo hanno il sopravvento e noi iniziamo a funzionare secondo gli automatismi animaleschi con tutti i limiti del caso.

Bisogna demitizzare, però, questo concetto: le emozioni sono niente più né meno di energia che passa attraverso di noi. non sono ciò che siamo. Quando ci identifichiamo con le emozioni che sperimentiamo, possiamo perderci in esse. Resistere o sopprimerle non aiuta e non risolve nulla. Occorre solo considerare che nessuna emozione, così nessun sentimento, è “definitivo”. Molte emozioni sorgono perché vi preoccupate del futuro oppure rivivete il passato.

Pertanto essere presenti nel momento presente, può risolvere facilmente un’emozione connessa al passato o al futuro. Gestire le proprie emozioni (specialmente le emozioni negative) richiede un atteggiamento amorevole in primo luogo verso se stessi e verso gli altri; richiede di adottare una strategia che ci dia una visione dell’evento, priva di giudizio, sia verso se stessi che verso gli altri.

Occorre imparare ad uscire dalla logica del giudizio, della necessità di giudicare in continuazione se stessi e gli altri. Quando scatta il sequestro emotivo sopraddetto, è troppo tardi per cercare di gestire veramente le proprie emozioni; il massimo che si può fare è cercare di gestire come si può il fiume in piena delle emozioni; cercare di gestirne la forma, la manifestazione esteriore; mentre il nostro corpo e la nostra mente subiscono l’azione di questo fiume in piena.

Ci sono emozioni che spingono a comportamenti di apertura, ed emozioni che spingono a comportamenti di chiusura. I primi offrono maggiori possibilità di ottenere vantaggi e i secondi danno più possibilità di ottenere svantaggi. In ognuno di noi c’è la libertà di scelta sul come vivere. Abbiamo sempre davanti a noi questa duplice possibilità del vantaggio, o dello svantaggio, il dono della possibilità di decidere.

Pensare in termini positivi di sé e delle proprie qualità di base aumenta prima a livello cognitivo, e poi a livello emotivo l’energia vitale, con una conseguente sensazione di benessere. Il linguaggio, come ogni altro elemento umano, si avvale di questo flusso energetico, come linfa vitale, creando i presupposti per un tipo di comunicazione forte e incisiva. Perché dunque aver paura di parlare, perché controllare la bocca e di conseguenza la parola, conoscendo già i meccanismi appresi del linguaggio?

Il controllo della bocca e di tutta l’attività fonatoria nei soggetti affetti da balbuzie, nasconde una tendenza a trattenere emozioni intrise di rabbia e di aggressività. Come se il balbuziente vivesse il tutto in una dimensione di forte rigidità, con la propensione a chiudere il rubinetto energetico, nell’irrazionale paura di chissà quali effetti.

Nella letteratura scientifica riguardante le ricerche sulla balbuzie, non ci sono studi specifici che mettono in relazione il meccanismo di controllo delle emozioni e la sintomatologia del balbettare. E’ stato il Dott. Antonio Bitetti a parlarne per primo, in un suo lavoro editoriale ( Analisi e prospettive della balbuzie, Positive Press, Verona, 2001) e ha continuato i suoi studi, anche attraverso il suo modello interpretativo e di cura della balbuzie denominato: “ La Balbuzie Approccio Integrato”.

Egli afferma che, il balbuziente balbetta perché adotta una strategia psicologica antitetica al normale funzionamento della fonazione. Difatti, qualsiasi strategia che distolga l’attenzione dal controllo sulla parola, permette al balbuziente di esprimersi normalmente, (Bitetti A., pag. 119, 2016). Il controllo, nella balbuzie è una cattiva abitudine appresa nei primi anni, nel periodo della cosiddetta balbuzie primaria e mantenuta attiva fino alla fase di cronicizzazione, che poi diventa balbuzie secondaria, o vera e propria ( Bitetti A., Emozioni, Comportamento e Controllo, Milano, 2016).

MENTAL TRAINING

Il Mental Training è un programma articolato di allenamento psicologico, che nasce soprattutto in ambito sportivo. Esso è composto da diverse aree tematiche, selezionate in base alla specificità della disciplina sportiva, con l’intento di raggiungere obiettivi, sulla base delle caratteristiche di personalità del singolo atleta.

Le origini del Mental Training sono da ricercarsi come branca della Psicologia dello Sport, la quale si occupa di studiare gli aspetti psicologici, psicofisiologici legati all’attività sportiva. Si possono far risalire le origini alla fine dell’800, ma è soprattutto negli ultimi decenni che ha conosciuto una larghissima diffusione.

Nel 1965, è nata a Roma, l’International Society of Sport Psychology, attraverso la quale si è voluto dare impulso a ricerche e sperimentazioni sul miglioramento della prestazione sportiva, sulla personalità e sulla motivazione degli atleti.

Il moderno concetto di Mental Training ci spinge ad analizzare tutte quelle caratteristiche umane che vanno dall’aspetto motivazionale, all’aspetto cognitivo ed emozionale del soggetto. Da queste basi si allarga lo studio non solo allo sportivo, ma anche alla persona non addetta a pratiche sportive di tipo agonistico.

Il Mental Training riguarda la gestione delle risorse psicologiche dell’individuo, andando ad analizzare come vengono utilizzate le risorse energetiche per meglio affrontare gli impegni sia dello sportivo e sia nel quotidiano. In questo senso è importante comprendere le strategie di controllo delle emozioni, sia negative e sia positive e se eventualmente un atteggiamento eccessivo di controllo va ad influire sulla gestione produttiva delle proprie risorse emozionale.

Il controllo diventa un aspetto negativo nell’utilizzo delle proprie emozioni e può pregiudicare il buon funzionamento di quelle risorse a matrice aggressiva, che se ben indirizzate, aumentano sensibilmente la capacità di ottenere migliori prestazioni, soprattutto nell’atleta.

Quando si parla di agonismo, si fa riferimento proprio a quella capacità di impegno nel raggiungimento degli obiettivi e liberare risorse a tale finalità, crea sicuramente vantaggi.

Il Dottor Antonio Bitetti, da molti anni, attraverso le sue ricerche in ambito cognitivo, ha evidenziato i tanti aspetti del meccanismo del controllo su diverse problematiche del comportamento umano, sviluppando concetti innovativi riguardo all’analisi di tali aspetti e a prospettive nell’ambito di cura.

( A. Bitetti, Emozioni, Comportamento e Controllo, IEB Editore, Milano, 2016)

BAMBINO CHE BALBETTA

Il momento più difficile che affronta il bambino che balbetta è di solito quando entra a scuola e dove sarà impegnato in quella che è la competizione scolastica. Difatti, mentre all’asilo il bambino è prevalentemente impegnato nel gioco e nella relazione ludica, a scuola invece, il bambino deve necessariamente confrontarsi con il giudizio della classe e ovviamente, dell’insegnante.

La competizione è il tasto dolente di chi balbetta, proprio perchè il bambino che ha già confermato la sua sintomatologia, trattiene una forte quantità di energia, attraverso quel fattore di controllo, più volte analizzato dal dott. Bitetti nei suoi lavori editoriali sulla balbuzie.

Questo è il vero problema del bambino che balbetta, che a volte è anche timido, molto spesso sensibile, a detta dei genitori, ed è un dato che si riscontra frequentemente in studio. Ci si dovrebbe chiedere cosa è questa sensibilità, o la timidezza, se non il fatto che il bambino trattiene molte emozioni, ed è questo in fondo che lo fa esitare, balbettare.

Certo, non è il caso di allarmarsi da subito, ma non si può neanche sottovalutare il rischio potenziale che un esordio di difluenza o del perdurare della cosiddetta fase del balbettìo permanga anche in un periodo diverso da quello ritenuto normale. Se la disfluenza è rimasta fino ai 5-6 siamo di fronte ad una balbuzie ormai cronicizzata e l’ingresso nel contesto scolastico va ad acuire un problema evidente.

I coetanei, a volte, possono essere sarcastici di fronte ad un bambino che manifesta una difficoltà di linguaggio, proprio perchè notano una evidente discrepanza tra l’età del bambino, ed una modalità di linguaggio che i tanti ormai ritengono superata da un bel pò di tempo, ed ecco la derisione, non frequente come un tempo, ma può accadere e questo, va a minare la sicurezza del bambino che balbetta.

 

TERAPIA COGNITIVO COMPORTAMENTALE E BALBUZIE

La Terapia Cognitivo Comportamentale viene sempre più frequentemente utilizzata come strumento per trattare la balbuzie, ma spesso trascurando un elemento fondamentale di approccio al problema, ed è quello di non tener conto del fattore controllo, come aspetto centrale della balbuzie.

Sin dagli inizi del suo lavoro di terapeuta della balbuzie, era il 1997, il dottor Antonio Bitetti si era confrontato molte volte con il compianto dottor Cesare De Silvestri, allievo storico del famoso Prof. Albert Ellis, ed unico e vero pioniere della Terapia Cognitivo Comportamentale in Italia, chiamata nello specifico, spesso con il termine di RET    ( Rational Emotive Therapy). Aveva stabilito con lui un continuo e proficuo lavoro di collaborazione e di ricerca nel campo dell’applicazione dei concetti cognitivo comportamentali nella cura della balbuzie.

Difatti, il dottor Cesare De Silvestri ha da sempre sostenuto le ricerche del dottor Antonio Bitetti, divenendo amici e nel 2001, anno della pubblicazione del suo primo libro sulla balbuzie ( A. Bitetti, Analisi e prospettive della balbuzie, Positive Press, Verona, 2001), ne cura la prefazione, sostenendo che probabilmente, da sola la terapia cognitivo comportamentale non possa riuscire a curare in maniera ampia e completa la balbuzie, in funzione degli importanti aspetti relazionali del problema e con le forti implicazioni sociali del disturbo.

L’Approccio Integrato del dottor Bitetti è un modello di cura della balbuzie, sia nei bambini e sia negli adulti, molto più avanzato, perchè si prefigge lo scopo di affrontare la balbuzie da più aspetti, apparentemente diversi, ma legati tra di loro radicalmente, sia nella sintomatologia manifesta e sia nel significato interno del problema. Ma, soprattutto è un modello di cura che affronta anche in età pediatrica, tutte quelle dinamiche comunicative e sociali del linguaggio umano, che hanno importanti implicazioni nella vita quotidiana.

CURA PRECOCE DELLA BALBUZIE

Per evitare una cronicizzazione della disfluenza è necessario apportare delle importanti modifiche nell’assetto emotivo del bambino, soprattutto, cercando di evitare che l’elemento di controllo sulla fonazione diventi un comportamento abituale nel modo di parlare del bambino disfluente ( A. Bitetti, Emozioni, Comportamento e Controllo, IEB Editore 2016).

Molti genitori preoccupati e a volte, a giusta ragione, si rivolgono a figure storiche nel panorama rieducativo, ma solitamente non ricevono le giuste risposte, in quanto la ricerca in questo campo è ferma da tempo e gli operatori non hanno al momento a disposizione, nè elementi conoscitivi riguardo a questa problematica e neanche strumenti di intervento idonei a correggere la situazione.

L’ atteggiamento di solito assunto è quello dell’attesa passiva, cioè aspettare che eventi esterni possano ricreare le condizioni di normalità precedentemente interrotti. Questo atteggiamento di attesa passiva può avere delle ripercussioni sul futuro del bambino, perchè non tutti riescono a superare produttivamente questa situazione e rimangono bloccati da una condizione che in molti casi crea cronicizzazione e a lungo andare, di solito dopo qualche anno, la balbuzie vera e propria.

Quando sentiamo parlare di balbuzie, questa non è altro che una cronicizzazione di quella iniziale difficoltà verbale, che è stata trascurata nel tempo, minimizzata e spesso sottovalutata, che è diventata una costante nel repertorio comportamentale del bambino.

Il dottor Antonio Bitetti,  da alcuni anni ha approntato una strategia di intervento terapeutico, specifico per bambini al di sotto della fascia di età, tradizionalmente, non gestita da nessuna figura professionale del settore. Egli è stato il primo in Italia ad interessarsi a questo tipo di intervento terapeutico preventivo, ipotizzando l’importanza dell’intervento precoce, evitando così situazioni che ostacolano la normale evoluzione psicologica e relazionale del bambino.

Il linguaggio è uno strumento estremamente importante nell’essere umano e soprattutto in età pediatrica, non può essere caricato inutilmente di condizionamenti controproducenti. Se è possibile un intervento specifico, è più saggio non attendere. A volte l’attesa è dettata da una scarsa conoscenza su cosa fare e su come intervenire. In tal senso, le ricerche del dott. Bitetti offrono a tutti questo tipo di opportunità e sempre nel rispetto della libertà di decidere da parte dei genitori del bambino.

Queste ricerche saranno portate a breve in diversi convegni e simposi nazionali ed internazionali riguardo alla balbuzie e in qualità di membro associato dell’APA ( American Psychological Association) saranno divulgati ad una platea specialistica, per promuovere una cultura avanzata e offrendo al  lavoro di ricerca del dottor Antonio Bitetti, il giusto riscontro.

BALBUZIE E LA STAMPA ITALIANA

Da oltre vent’anni, il dott. Antonio Bitetti ha introdotto nel nostro Paese un modello interpretativo e
terapeutico decisamente innovativo, riguardo alla cura della balbuzie: l’Approccio Integrato. Da sempre, la
balbuzie viene curata con modelli rieducativi del linguaggio, basandosi su concetti periferici, dato che
l’aspetto finale del problema, risulta essere la difficoltà a parlare normalmente come tutti gli altri.

Ma, è importante sottolineare che il balbuziente, bambino ragazzo o adulto che sia, nel chiuso della propria
stanza, parla benissimo, non manifesta nessun tipo di difficoltà di linguaggio. Questo, ha spinto il dott. Bitetti ad approfondare quelli che sono i veri motivi che stanno alla base di questo diffuso disturbo, che ricordiamolo, interessa il 2-3 % della popolazione nazionale.

In una recente intervista da lui rilasciata ad una emittente televisiva spagnola, la giornalista ricordava che in Spagna ci sono almeno 800.000 persone affette da balbuzie.

Il balbuziente sa molto bene quello che intende dire, ma non riesce ad esprimerlo in maniera fluida e
serena, come invece fa la stragrande maggioranza della popolazione. A questo punto, è naturale chiedersi
del perché il balbuziente ha difficoltà di linguaggio quando si relaziona con gli altri, ed invece non balbetta
quando è da solo. La risposta non può essere semplice e banale, poiché investe quegli aspetti cognitivi,
emotivi e relazionali che il linguaggio ha in se.

Attraverso il linguaggio gli esseri umani creano collegamenti, esprimono emozioni, idee, progetti e quindi,
noi tutti riconosciamo il valore intrinseco di questo potente strumento. Il linguaggio ha una base strutturale
o genetica e una base acquisita, di tipo culturale o ambientale( N. Chomsky). In età infantile il bambino vive
una fase importante nel suo delicato periodo evolutivo ed è chiamata fase del balbettìo, in cui il bambino si
cimenta nella ricerca migliore possibile per far convergere aspetti strutturali e aspetti culturali.

Lo stesso avviene nella deambulazione, il bambino impara gradualmente a coordinare i suoi movimenti, in
funzione di una serie di prove ed errori, anche sulla base di un processo di rafforzamento del proprio
sistema muscolo-scheletrico. Una volta acquista l’intera sequenza, il bambino saprà camminare da solo e
senza l’aiuto dei grandi. Il linguaggio segue la stessa logica, ma a differenza dell’attività motoria, il
linguaggio ha una importante valore relazionale, poiché attraverso di esso siamo capaci di estrinsecare
emozioni, a volte, in alcune esperienze negative o traumatiche, anche a forte valenza aggressiva.

Queste ricerche del dott. Bitetti, che peraltro è autore di tre libri sulla balbuzie ( 2001,2006, 2010) l’ultimo
tradotto anche in inglese e tedesco, si sono concentrate sul meccanismo del controllo emozionale e nel
caso di chi è affetto da balbuzie, diventa un controllo della parte periferica del linguaggio, ossia, la parola.

La stragrande maggioranza della popolazione non controlla la parola mentre parla, sa che sarà un processo
automatico, così come avviene nella deambulazione. Nessuno si sognerebbe di controllare e di verificare i
movimenti delle gambe durante una passeggiata o durante una corsa, se lo facessimo, rischieremmo di
bloccarci o di condizionare fortemente l’attività spontanea.

Pertanto, è il controllo il vero elemento negativo di chi balbetta ( A. Bitetti, Emozioni, Comportamento e
Controllo, IEB Editore, 2016) ed è un aspetto appreso da bambino, in concomitanza di eventi a forte valenza negativa, quale la nascita di un fratellino, la conflittualità tra genitori o esperienze diverse in cui predomina
frustrazione e conseguente aggressività. Se lasciato libero di consolidarsi, a lungo andare, il meccanosmo
del controllo può creare un disturbo cronico, comunemente chiamato balbuzie.

Se mantenuto attivo, questo disturbo rischia di compromettere la normale crescita relazionale ed emotiva
del bambino, fino a fargli acquisire da adulto, quello che il dott. Bitetti definisce: “l’abito del balbuziente”.
La balbuzie, o meglio il balbettìo, nelle fasi iniziale è un meccanismo adattativo che dovrebbe essere
abbandonato in tempi brevi, ecco perché è necessario intervenire precocemente, soprattutto prima del
periodo adolescenziale, ancora meglio prima che si cronicizzi in maniera definitiva.

L’approccio Integrato è una terapia d’avanguardia, una tecnica risolutiva, nel vero senso della parola. Non
ç’è terapia più precisa e profonda di questa, proprio perché va nella giusta direzione, che è poi quella di
risolvere i delicati meccanismi interni ed esterni del problema. La divulgazione dei libri sulla balbuzie sono
un completamento di un processo di approfondimento, di un disturbo che non va assolutamente
sottovalutato.

Il dott. Antonio Bitetti, inoltre, ha esteso il suo modello di intervento di cura anche in maniera preventiva,
in quei bambini al di sotto dei 4-5 anni, che hanno mantenuto attivo il balbettìo, ma non possono essere
definiti bambini balbuzienti. Questa estensione del suo Approccio Integrato è una conquista e una novità
assoluta nel panorama nazionale e si rivolge ai genitori che vorrebbero intervenire in tempi rapidi, ma non
ricevono risposte adeguate da nessun ambito in Italia

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ISTITUTO EUROPEO BALBUZIE - la balbuzie negli adulti dott. Bitetti - cura per la balbuzie - definizione di balbuzie

BALBUZIE E ATTACCHI DI PANICO

15179119_800471126761483_3996803693319297477_n Intervista in diretta su TELENORBA. Il dottor Bitetti, ospite della trasmissione ” Buon Pomeriggio” con Michele Cucuzza e Mary De Gennaro, ha affrontato il tema dell’ansia e degli attacchi di panico e non ha trascurato di collegare questi temi alla balbuzie, la quale è strettamente correlata all’ansia in molteplici situazioni.

La letteratura scientifica sul problema balbuzie è molto scarna, gli unici lavori di un certo livello sono frutto di percorsi di balbuzienti che poi sono giunti ad occupare importanti direzioni di dipartimenti di patologia del linguaggio in università americane, come Fred Murray o il prof. Yairi dell’Università di Chicago. I miei lavori editoriali sulla balbuzie sono stati pubblicati nel 2001 (Analisi e prospettive della balbuzie, Verona) nel 2006 ( La balbuzie. Un problema relazionale, Roma) ed infine il terzo volume ( La balbuzie Approccio Integrato ) Milano, 2010.

Il problema della balbuzie è di grande attualità e di notevole impatto sociale. Proprio per il grande valore che la comunicazione riveste in questo preciso momento storico e culturale.

Se ne sta parlando anche in televisione, perché alcuni noti personaggi televisivi, hanno dichiarato pubblicamente di aver sofferto di balbuzie in età giovanile, sembra che non ci si vergogna più di dirlo agli altri e questo è un bene. Chiaro il riferimento al conduttore televisivo Paolo Bonolis o all’attore Filippo Timi.

Ma c’è molto ancora da fare, perché l’incidenza del problema è alta e non tutti espongono apertamente la propria difficoltà. Si parla sempre poco di quelle sofferenze sottili, non apertamente manifestate, di quelle sofferenze che non ricevono finanziamenti o aiuti, ma che lasciano comunque solchi profondi nell’animo, non solo di chi le vive in prima persona, ma anche in chi gli sta vicino, molto spesso anche con l’aggravio di una stupida derisione.

Diceva Otto Fenichel, allievo di S. Freud :

La parola è vita, il mutismo è morte”, collocando perciò la balbuzie in una condizione di stallo, di assurda ambivalenza tra le due istanze.

 

 

BALBUZIE E ATTUALITA’

Intervista di Telemajg al Dott. Antonio BitettifotogrammaLa definizione di “Approccio Integrato” è stata introdotta dal Dott. Antonio Bitetti molti anni fa, precisamente nel 1997, con lo scopo di meglio definire l’atteggiamento terapeutico da adottare nella cura della balbuzie, sia nella balbuzie infantile e sia nella balbuzie degli adulti.

Fu poi successivamente presentato dal Dott. Bitetti nel 1999, in occasione del XXXIII Congresso Nazionale di Foniatria e Logopedia, che in quella circostanza si svolse a Bari, dove fu invitato dal comitato scientifico per tenere una comunicazione sulla balbuzie alla vasta platea scientifica lì convenuta.

Soprattutto il termine di Approccio, successivamente ripreso da tanti altri, a volte in maniera inadatta, va a collocarsi in quello che il Dott. Bitetti definisce il modo più preciso e significativo riguardo al modo di porsi nel trattamento e nella cura del problema balbuzie.

Questo modo di porsi però può risultare sterile, se non è sostenuto da una profonda conoscenza di tutte quelle dinamiche interne e relazionali che stanno alla base del problema. Non ci dobbiamo fare abbagliare dalla continua proposta di tecniche di cura della balbuzie. Ricordiamoci che questo disturbo non è possibile curarlo con una tecnica, poiché ha in essere tutta una serie di dinamiche che vanno focalizzate e chiarite.

Molti balbuzienti, sottoposti a tecniche, molto simili tra di loro, basate soprattutto su tecniche fonatorie e respiratorie trovano giovamento iniziale e danno la sensazione di poter superare definitivamente il problema, spingendosi ad affermare di essere completamente guariti. Invece, con il passare del tempo, iniziano ad avvertire i segni di un ritorno della sintomatologia, che come il Dott. Bitetti afferma da sempre, sono i segnali di un ritorno al passato, segnali tipici di una non vera guarigione.

Per il Dott. Bitetti, guarire dalla balbuzie significa allontanarsi dall’idea di controllo sulla fonazione e dal pensiero negativo che attanaglia il balbuziente nel suo modo di pensare, senza tralasciare il fatto di dover recuperare anche le capacità di relazionarsi senza difficoltà, perse con il procedere degli anni.

Pensare di avanzare da queste difficoltà con semplici tecniche, o strategie, soprattutto proposte da persone inesperte, è una pia illusione. ( A. Bitetti, Emozioni Comportamento e Controllo, IEB Editore, Milano 2016).
Per salvaguardare l’intenso lavoro di ricerca del Dott. Bitetti, svolto in tanti anni di sperimentazione e studio, è stato pubblicato il volume dal titolo chiaro e significativo: La Balbuzie Approccio Integrato, IEB Editore, Milano, 2010.

Non essendoci ricerca seria sul problema della balbuzie, spinge molti ex-balbuzienti a porsi come “terapeuti”, a volte senza nessun titolo specifico, senza preparazione seria e qualificata, il tutto, condito solo da una buona dose di marketing e pubblicità. Chi ne fa le spese è il balbuziente stesso, o le famiglie dei balbuzienti.

La balbuzie dovrebbe diventare un terreno di ricerca vera, basata su dati attendibili e verificabili. Inoltre, dovrebbe essere più chiaramente definita nella sua sintomatologia e sul significato vero e profondo, non soffermandosi unicamente sulla disfluenza del linguaggio, come da sempre si fa, in tanti ambiti.