La balbuzie

Non tutti sanno che il balbuziente nel chiuso della propria stanza, non condizionato da eventuale giudizio esterno, parla benissimo. Tale aspetto si evince in qualunque balbuziente e in tutte le diverse forme di balbuzie, sia nella balbuzie clonica e sia nella balbuzie tonica, persino in quei soggetti affetti dalle forme più gravi di balbuzie.

La Balbuzie

Un innovativo metodo di cura denominato “Approccio Integrato”

UN’INTERPRETAZIONE DELLA BALBUZIE

Non tutti sanno che il balbuziente nel chiuso della propria stanza, non condizionato da eventuale giudizio esterno, parla benissimo. Tale aspetto si evince in qualunque balbuziente e in tutte le diverse forme di balbuzie, sia nella balbuzie clonica e sia nella balbuzie tonica, persino in quei soggetti affetti dalle forme più gravi di balbuzie.

Questo dato importante, la dice lunga sulle implicazioni fortemente relazionali di tutta la problematica in questione. É l’impatto con gli altri che scatena nel balbuziente tutta una serie di idee che condizionano poi la componente emotiva e comportamentale. É questa la tesi che sostiene da sempre il dottor Antonio Bitetti, nei diversi ambiti scientifici dove ha spiegato ad altri Autorevoli Autori la dinamica profonda della balbuzie e che non può essere spiegata come semplice problema di linguaggio, come invece da sempre sostenuto in ambito logopedico e foniatrico.

Da un sottostante senso di autosvalutazione, si innesca un temuto giudizio altrui e procede con un controllo di tutta l’attività fonatoria, nell’idea di poter gestire al meglio la difficile situazione che si viene a creare. Elementi cognitivi errati, che una volta appresi possono permanere nell’età adulta, condizionando negativamente la normale fluidità verbale.

Il concetto di radicalità della balbuzie che da taluni autori viene visto come organicità del problema sta, secondo il dott. Bitetti, nella profondità e nella complessità del sintomo stesso e può rappresentare una copertura simbolica di un conflitto di matrice eminentemente psicologica.

(Dr. A. Bitetti, psicologo-psicoterapeuta, comunicazione sulla balbuzie tenuta al XXXIII° Congresso Nazionale della Società di Foniatria e Logopedia, ABSTRACTS, Bari, 18-21 Aprile, 1999).

Osservando un balbuziente nella sua difficoltà espressiva, quello che suscita maggiore attenzione è la sua difficoltà ad articolare le parole e molti, si soffermano ad osservare soprattutto le difficoltà riguardanti l’articolazione delle consonanti, meno le vocali, che sembrerebbero facilitare l’eloquio stesso. Spesso, l’interlocutore è colpito anche dalle difficoltà di respirazione del balbuziente, il che farebbe supporre una eventuale problematica di natura respiratoria, in particolare evidenza nella balbuzie di tipo tonico.

Il balbuziente sa molto bene quello che intende dire, ma non riesce ad esprimerlo in maniera fluida e serena, come invece fa la stragrande maggioranza della popolazione. A questo punto, è naturale chiedersi del perché il balbuziente ha difficoltà di linguaggio quando si relaziona con gli altri, ed invece non balbetta quando è da solo. La risposta non può essere semplice e banale, poiché investe quegli aspetti cognitivi, emotivi e relazionali che il linguaggio ha in sè.

Attraverso il linguaggio gli esseri umani creano collegamenti, esprimono emozioni, idee, progetti e quindi, noi tutti riconosciamo il valore intrinseco di questo potente strumento. Il linguaggio ha una base strutturale o genetica e una base acquisita, di tipo culturale o ambientale ( N. Chomsky).

In età infantile il bambino vive una fase importante nel suo delicato periodo evolutivo ed è chiamata fase del balbettìo, in cui il bambino si cimenta nella ricerca migliore possibile per far convergere aspetti strutturali e aspetti culturali.

Così come avviene nella deambulazione, il bambino impara gradualmente a coordinare i suoi movimenti, in funzione di una serie di prove ed errori, anche sulla base di un processo di rafforzamento del proprio sistema muscolo-scheletrico. Una volta acquista l’intera sequenza, il bambino saprà camminare da solo e senza l’aiuto dei grandi.

Il linguaggio segue la stessa logica, ma a differenza dell’attività motoria, il linguaggio ha una importante valenza relazionale, poiché attraverso di esso siamo capaci di estrinsecare emozioni, a volte, in alcune esperienze negative o traumatiche, anche a forte valenza aggressiva.

Queste ricerche del dott. Bitetti, che peraltro è autore di tre libri sulla balbuzie (A. Bitetti, 2001,2006, 2010) l’ultimo tradotto anche in inglese e tedesco, si sono concentrate sul meccanismo del controllo emozionale e nel caso di chi è affetto da balbuzie, diventa un controllo della parte periferica del linguaggio, ossia, la parola. La stragrande maggioranza della popolazione non controlla la parola mentre parla, sa che sarà un processo automatico, così come avviene nella deambulazione. Nessuno si sognerebbe di controllare e di verificare i movimenti delle gambe durante una passeggiata o durante una corsa, se lo facessimo, rischieremmo di bloccarci o di condizionare fortemente l’attività spontanea.

Pertanto, è il controllo il vero elemento negativo di chi balbetta ( A.Bitetti, Emozioni, Comportamento e Controllo, IEB Editore, Milano,2016) ed è un aspetto appreso da bambino, in concomitanza di eventi a forte valenza negativa, quale la nascita di un fratellino, la conflittualità tra genitori o esperienze diverse in cui predomina frustrazione e conseguente aggressività. Se lasciato libero di consolidarsi, a lungo andare, il meccanismo del controllo può creare un disturbo cronico, comunemente chiamato balbuzie.

FORME DIVERSE DI BALBUZIE

Le teorie relative all’eziologia della balbuzie sono divergenti secondo i paesi e secondo le scuole di pensiero, invece tutti concordano nel riconoscere a questo disturbo due diverse forme di espressione sintomatica, cioè la modalità, o caratteristica in cui la balbuzie si evidenzia:

  • Forma Clonica, la cui caratteristica è la ripetizione di una sillaba o di una lettera.
  • Forma Tonica, che presenta un aspetto spasmodico della parola, con dei blocchi più o meno gravi sia nell’iniziare che nel corso del discorso e che a volte può essere accompagnata anche da sincìnesie, ovvero movimenti involontari della mimica facciale in funzione di compensazione per il vuoto verbale che si viene a creare.

Esiste poi una terza forma, che comprende entrambe le due forme sopra citate e che viene chiamata: Forma Mista 

Si incomincia a parlare di balbuzie vera e propria non prima dei 5 o 6 anni, una leggera forma in età inferiore, può essere quella che viene chiamata Forma Transitoria ed è in rapporto ad una fisiologica evoluzione della normale acquisizione linguistica.

In effetti, si può fare diagnosi precisa di balbuzie solo quando il meccanismo si è ormai consolidato nel modello e nel tipo di comunicazione del bambino, cioè quando il modello si è cronicizzato.

Di solito lo si può evidenziare maggiormente a scuola, dove il bambino inizia ad interagire su un piano più di relazione ed anche di competizione.

Da un punto di vista medico c’è una tendenza ad interpretare su base organica i problemi di difficile comprensione. In effetti non si può dar torto a chi, intravedendo una indubbia complessità interpretativa della balbuzie, tende a credere ad una implicazione organica.

Tale ipotesi organicistica, o genetica, va a naufragare contro la evidente fluidità di parola che il balbuziente manifesta nella quiete della propria stanza o in qualunque altro contesto dove non è soggetto allo sguardo altrui.

Esistono poi, due diverse tipologie di balbuzie e si collocano su stadi e periodi diversi, e vengono suddivise in:

Balbuzie primaria: (nota anche come balbuzie di rodaggio o pseudobalbuzie) è un disturbo piuttosto comune; si stima, infatti, che il problema interessi il 30% dei bambini, in particolar modo di sesso maschile; di norma la balbuzie primaria scompare spontaneamente senza che sia necessario ricorrere a logopedia o riabilitazione del linguaggio.

Balbuzie secondaria: (anche balbuzie vera) è un problema decisamente più serio della balbuzie primaria. Essa è il risultato di una cronicizzazione di una balbuzie primaria. È molto improbabile (anche se non impossibile) che la balbuzie vera si manifesti in età adulta.

Il problema balbuzie interessa circa l’1-2% della popolazione mondiale (tasso di prevalenza), anche se il tasso di incidenza è 5 volte superiore; sono cioè molte di più le persone che nel corso della vita hanno sofferto di balbuzie. La differenza fra il tasso di prevalenza e quello di incidenza si spiega con il fatto che la condizione di balbuzie tende, come già accennato, a regredire spontaneamente nel giro di un anno, un anno e mezzo dal momento in cui si è registrata la sua insorgenza (l’età media di insorgenza della balbuzie è 32 mesi). Però c’è da sottolineare che possono esserci fattori interni ed esterni che potrebbero cronicizzare il problema, ed allora è necessario un intervento di prevenzione di tale rischio.

LA BALBUZIE NELLE DIVERSE ETÀ

La sintomatologia del balbettare è variabile a seconda del contesto dove il balbuziente viene ad interagire e a seconda delle persone con cui si relaziona. Ad esempio, il bambino balbuziente teme fortemente l’interrogazione a scuola o se è chiamato a ripetere un argomento già esposto. É in un continuo stato di fibrillazione nel timore di essere chiamato ad esprimersi davanti ai suoi compagni.

A volte, se la sintomatologia è forte, può essere addirittura esonerato dalla lettura ad alta voce, con ripercussioni sulla propria autostima e con una conseguente stigmatizzazione di tutta la sua condizione.

Nell’adolescente balbuziente, la difficoltà di linguaggio può avere forti ripercussioni sulla normale evoluzione caratteriale, già di per se difficile a quella età. Possono instaurarsi momenti di isolamento nel non potersi esprimere adeguatamente con il gruppo dei pari, manifestando note anche di forte autosvalutazione e a volte anche di autocommiserazione, con marcate tinte depressive.

Tutti aspetti che devono far riflettere sulla importanza di un problema, che si estrinseca sul linguaggio come dato finale della sintomatologia, ma che investe una sfera molto più ampia, quella della propria personalità e soprattutto, del modo di pensare di se in rapporto agli altri.

Non intervenendo processi di effettivo cambiamento, il bambino o l’adolescente balbuziente, rischia fortemente di diventare un adulto balbuziente, con grave compromissione dell’assetto relazionale, ai vari livelli operativi di tutta la personalità.

Ecco perché è fortemente riduttivo pensare al problema della balbuzie, come ad un semplice problema di linguaggio. Pensare ciò, limita fortemente tutto il discorso e trascura l’importanza del significato psicologico e relazionale che il linguaggio rappresenta per l’essere umano nella sua interazione quotidiana.

Coloro che sono fermi a credere che la balbuzie rappresenta solo un semplice disturbo della fluenza verbale, come di solito accade nella cultura di impostazione rieducativa, quale può essere la logopedia e la foniatria, tendono a perdere di vista il valore fortemente psicologico del linguaggio, strumento estremamente sofisticato che il genere umano ha elaborato per veicolare pensieri ed emozioni.

La ricerca scientifica in questo preciso campo, da troppo tempo si è eclissata e si ancora fermi a dare credito a due sole tesi dominanti: la tesi di una implicazione genetica, anche se non è ancora stata individuata una causa specifica sul piano organico, ed una conseguente impostazione su base rieducativa che purtroppo opera in maniera periferica rispetto a tutta la dinamica interpersonale del disturbo.

Per dirla tutta, in questo campo siamo molto lontani da un modello di ricerca interdisciplinare e su vasta scala che dovrebbe tendere a dare risposte adeguate sia sulle implicazione di aspetti cognitivi ed emozionali del linguaggio e sia sui dati statistici, che potrebbero rappresentare un importante serbatoio da dove attingere risposte adeguate di screening a breve, medio e lungo termine.

Si dovrebbe operare anche sul confronto tra le diverse metodologie interpretative e metodologiche, per cercare di dare un nesso causale tra eventuali aspetti organici del problema, ovvero la predisposizione o la familiarità del disturbo e tutti quegli aspetti psicologici ed ambientali che condizionano la prestazione verbale in contesti diversi.

Se ci mettessimo nei panni di una famiglia che ha un figlio balbuziente, ci troveremmo a che fare con una realtà decisamente complessa in cui la proposta di intervento è solo quella logopedica, almeno nelle strutture pubbliche.

I professionisti che operano con questa impostazione, da sempre quella di riferimento, certamente cercano di far al meglio il loro lavoro, ma ammettono candidamente di non avere i requisiti formativi, oltre che interpretativi del disturbo che sono chiamati a trattare.

Anche lo specialista medico foniatra, punto di riferimento del settore, non ne sa di più e solitamente, per prassi, delega l’intervento alle logopediste. Manca la visione d’insieme da molti auspicata e fortemente richiesta, soprattutto da chi vive in prima persona la difficoltà del problema. In tal senso il dottor Bitetti ha proposto una commissione scientifica presso il Ministero della Salute, per valutare lo stato attuale nella ricerca e nella cura della balbuzie su tutto il territorio dello stato italiano, nel tentativo di individuare le migliori risorse adatte a dare le migliori risposte nella cura della balbuzie.

Persino il pediatra, che a volte è lo specialista di prima istanza consultato dalla famiglia non dice più di tanto. Si sofferma a dare delle rassicurazioni che la balbuzie potrà avere una evoluzione positiva con il passare del tempo, rassicurando i genitori, nell’attesa che eventi occasionali modifichino in meglio la condizione.

Ma si sa che la balbuzie, ed è un dato statistico, una volta consolidata, con l’entrata del bambino a scuola, tende a permanere nel repertorio comportamentale, fino ad incitarsi nella personalità, diventando quel disturbo complesso appena descritto. Un intervento di tipo preventivo è auspicabile, come spiega il dottor Bitetti, attraverso l’Approccio Integrato. É necessario prevenire la cronicizzazione, in maniera tale che una balbuzie iniziale o primaria, non diventi una balbuzie vera e propria, la cosiddetta: balbuzie secondaria.

La presenza di una vasta popolazione di balbuzienti adolescenti ed adulti, la dice lunga sul fatto che più di tanto non si è potuto fare nell’infanzia, o non si è saputo fare. Va da se che molte rinunce sono state fatte dalle famiglie con bambini balbuzienti, proprio nella impossibilità di trovare risposte adeguate nei tempi idonei per tentare di invertire la condizione.

Tanto è vero che nel campo dell’intervento sulla balbuzie c’è una folta presenza di ex-balbuzienti, autocurati o curati con modelli rieducativi, che tentano di proporre delle impostazioni di matrice fonetica, frutto di una concezione sempre rieducativa e sintomatica del problema. Ma in cuor suo chi balbetta sa che la situazione interna non è così semplice come la si vuole descrivere.

Il balbuziente conosce molto bene le paure interne riguardanti la sua balbuzie, le posizioni rigide da un punto di vista cognitivo, la irrazionalità di alcune idee, che vanno a pregiudicare la possibilità realistica di avere un adeguato rapporto interpersonale.

La comunicazione umana non dovrebbe essere una esperienza sofferta, come lo è nel caso del balbuziente, che a volte non è capace di fare una semplice telefonata, o provare grande sofferenza anche nel chiedere una semplice consumazione al bar, o come nel caso del bambino balbuziente, la semplice lettura in classe, o una interrogazione.

Sul piano della comunicazione interpersonale, quello che è semplice e a volte piacevole per il normoloquente, diventa pura sofferenza per il balbuziente.

Tale stato di cose pregiudica il balbuziente dal poter investire adeguatamente le proprie risorse culturali ed umane nell’ambito sociale, ed è per questo che il problema balbuzie può diventare un limite nella realizzazione personale, a scapito anche della ricchezza di tutto il contesto del gruppo di riferimento.

Se è vero il concetto che la emancipazione e la partecipazione alla vita di relazione creano ricchezza, una forte limitazione di tali possibilità certamente crea impoverimento, a scapito ovviamente, di tutta la collettività.

A questo punto è legittimo pensare che la balbuzie non rappresenta più un disturbo solo soggettivo, della sfera personale. Ma l’atteggiamento del singolo, con le sue paure e le sue incertezze a comunicare, creando un blocco di quella energia psicologica e relazionale, porta ad un certo impoverimento nel processo di crescita collettiva.

Ecco perché è importante limitare l’incidenza di questo problema sin dall’infanzia, cercando di dare le migliori possibilità al bambino che balbetta. Non permettendo di superare la soglia della adolescenza, limite importante, affinché non diventi elemento grave di difficoltà relazionale e quindi, adoperandosi molto per sganciarsi da questo modello comunicativo nel più breve tempo possibile.

A questo, la ricerca scientifica deve cercare di dare risposte importanti, soprattutto cercando di creare conoscenze migliori del problema ed apportando strategie terapeutiche di ampio respiro e le più idonee ed efficaci, per non imprigionare il soggetto balbuziente in una condizione di sfiducia e di incertezza sul suo futuro.

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