Forse la più bella definizione di balbuzie è quella data da Ajuriaguerra, noto studioso:
La BALBUZIE è un disturbo di realizzazione della lingua parlata nel quadro della patologia della relazione.
La balbuzie è nota sin dall’antichità ed ha afflitto illustri personaggi del lontano passato, (celebre il caso del filosofo ed oratore greco Demostene) fino ai nostri giorni, interessando bambini e adulti di ogni estrazione sociale in ogni angolo del pianeta.
Il balbuziente sa quello che vuole verbalizzare, ma non riesce ad esprimerlo fluidamente, non c’è sinergia tra pensiero e parola. Per la maggior parte dei soggetti balbuzienti, il disturbo si situa al momento della elaborazione del pensiero in linguaggio. Dinville C. 1982, sottolinea che: In ogni caso e per dei motivi estremamente variabili, esiste una disorganizzazione tra il pensiero ed il linguaggio.
Troppo tempo passa tra ciò che c’è da dire e la possibilità di dirlo.
Le teorie relative all’eziologia della balbuzie sono divergenti secondo i paesi e secondo le scuole di pensiero. Invece tutti concordano nel riconoscere a questo disturbo due diverse forme:
1) LA FORMA CLONICA, la cui caratteristica è la ripetizione di una sillaba o di un gruppo di sillabe.
2) LA FORMA TONICA, che presenta un aspetto spasmodico della parola, con degli intoppi più o meno gravi sia nell’iniziare che nel corso del discorso.
Esiste poi una terza forma, che comprende entrambe le due forme sopra citate e viene chiamata MISTA.
Statisticamente circa l’1% della popolazione è affetta da questo disturbo e di questi, 8 casi su 10 sono maschi. C’è da notare che negli ultimi anni l’incidenza della balbuzie nel sesso femminile sta aumentando, probabilmente incidono fattori culturali connessi ai nuovi e più impegnativi ruoli sociali della donna.
Sono comunque dati statistici che devono essere presi con una certa cautela, perché dati recenti su vasta scala e di una sicura attendibilità non li si trova pubblicati o non li si trova del tutto.
Si comincia a parlare di balbuzie non prima dei 5-6 anni, una leggera forma di questa, in età inferiore, può essere quella che viene definita FORMA TRANSITORIA ed è dovuta ad una fisiologica evoluzione della normale acquisizione linguistica.
In effetti, si può fare diagnosi di balbuzie solo quando il meccanismo del balbettare si è ormai consolidato nel modello e nel tipo di comunicazione del bambino, quando cioè il modello si è CRONICIZZATO.
Di solito lo si può evidenziare maggiormente a scuola dove il bambino interagisce con altri e dove, è chiamato ad un nuovo ruolo di relazione e a volte anche di competizione.
In un primo momento la balbuzie può essere clonica e successivamente diventare tonica, cosicché le due forme risultano associate.
In ogni caso, avrà una evoluzione diversa a seconda del comportamento del soggetto, dell’ambiente circostante, degli avvenimenti più o meno traumatizzanti della vita di relazione.
E’ molto raro che un balbuziente balbetti in tutti i momenti della giornata e in tutte le situazioni. Vi sono sempre dei momenti di tregua per ogni individuo, anche nel corso di periodi di balbuzie intensa.
E’ indubbio che la forma tonica risulti molto più penosa ai balbuzienti, anche perché a queste difficoltà di linguaggio si associano in maniera più o meno appariscente delle SINCINESIE (quei movimenti spasmodici della muscolatura che accompagnano la difficoltà verbale e che fungono da supporto alla situazione di impossibilità a portare a termine la parola o la frase e dove si coglie una condizione di vuoto e a volte di smarrimento da parte del balbuziente) che non passano inosservate a chi parla e tanto meno a chi ascolta.
La maggior parte delle volte la BALBUZIE ha una evoluzione di tipo intermittente, alcuni soggetti presentano degli episodi di balbuzie, intervallati da momenti di pausa più o meno lunghi, a volte persino molto significativi, soprattutto nell’età prescolare.
Ma ancor più spesso l’evoluzione è continua, le fasi cloniche possono alternarsi con le fasi toniche in maniera molto variabile secondo i momenti, gli individui, le circostanze e le emozioni.
Si è notato anche che la percentuale dei balbuzienti diminuisce con l’ETA’.
Molto probabilmente, al ridursi del valore relazionale e dell’impegno sociale si riduce il valore che il balbuziente dà al potenziale del suo linguaggio.
Il BALBUZIENTE è costantemente influenzato da un tipo di pensiero, dove elemento fondamentale risulta essere il controllo della parola. La paura di balbettare porta ad una costante attenzione sul come deve esporre il discorso, sul controllo in termini di previsione del temuto giudizio altrui ed infine su quello più realistico e logico che è quello che si vuole dire.
Nell’INFANZIA incidono molto gli stili educativi ed il clima familiare che si respira in casa, se i genitori sono molto esigenti e perfezionisti, possono spingere il bambino verso un modello estremizzante di comportamento, che anziché favorire un normale percorso evolutivo possono condizionare la prestazione del bambino.
Nella CASISTICA generale, si nota che quasi tutti i balbuzienti hanno maggiori difficoltà in presenza di persone estranee o di quelle ritenute autorevoli, emblematico l’esempio del bambino che teme l’interrogazione da parte dell’insegnante.
Sul piano RELAZIONALE, il balbuziente si sente prigioniero del suo disturbo e vive i rapporti sociali con difficoltà e sofferenza. Teme ad esempio l’esposizione verbale in una qualsiasi relazione di gruppo, prova disagio ed imbarazzo se gli viene chiesto di ripetere l’argomento già esposto e il suo più difficile momento lo vive al TELEFONO, che diventa una esperienza dolorosa e persino di vero e proprio blocco. A volte, nella previsione di una eventuale difficoltà tende a delegare ad altri il compito di telefonare, anche perché nella circostanza del telefonare viene meno l’elemento visualizzazione dell’interlocutore.
Questo comunque non vuol dire che tutti i balbuzienti hanno delle limitazioni sociali, dipende dalla gravità e dall’importanza che egli dà al suo disturbo. In effetti, un elemento fondamentale è dato dalla PERCEZIONE NEGATIVA di se e del temuto giudizio negativo da parte degli altri che, può aumentare il grado d’ansia ed incidere così sul normale rapporto sociale.
Nel campo delle INTERPRETAZIONI circa le cause del disturbo, ci sono teorie di tipo “organicistico” le quali tendono a spiegare la balbuzie su ipotesi di malfunzionamento di alcune aree del cervello e quindi a vederla come un problema su base organica, addirittura alcuni studiosi intravedono una causa GENETICA.
Tali TEORIE pensano ad un cattivo funzionamento dei centri dell’udito o su un difetto dei centri del linguaggio o sul mancato coordinamento tra i due. Si è detto in modo più specifico che i balbuzienti non riescono a far funzionare normalmente il sistema di controllo della parola che è un carattere dominante dell’emisfero sinistro del cervello. Sarebbero quindi dei “destrorsi della parola”. Altri pensano invece a un difetto più globale del complesso sistema motorio che governa il linguaggio e le sue espressioni, oltre che a una dominanza anomala dell’emisfero destro.
Queste teorie molto interessanti, però non riescono a spiegare una cosa molto semplice e cioè: del PERCHE’ il balbuziente quando è da solo nel chiuso della propria stanza, non sottoposto ad un eventuale giudizio esterno, riesce a parlare bene e senza nessun intoppo evidente.
Non riescono a spiegare come mai un balbuziente riesce a parlare bene se posto sulla scia di un altro che sta parlando o del perché in coro assieme ad altre persone riesce a parlare a meraviglia.